Sam Altman: “Dobbiamo accettare che con l’IA accadano cose negative”. Ma chi lo decide?

Per il ceo di OpenAI i benefici dell’intelligenza artificiale giustificano l’accettazione di alcuni rischi. Una posizione che apre una questione centrale per imprese e società: come distribuire benefici, responsabilità e costi della trasformazione tecnologica
5 Ottobre 2026
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Il Ceo di OpenAI, Sam Altman (
Il Ceo di OpenAI, Sam Altman (Ipa)

“Il mondo dovrebbe accettare che accadano alcune cose negative in cambio dei benefici di questa tecnologia e della possibilità per le persone di utilizzare l’IA in modo diffuso”. Per Sam Altman, ceo di OpenAI, intervistato da Decoded by Politico, è questa “una delle differenze tra noi e alcuni dei più rigidi sostenitori della sicurezza dell’IA”, e nello specifico la rivale Anthropic, che negli ultimi mesi si è fatta promotrice di un rallentamento dello sviluppo dei modelli.

Altman ha di fatto sintetizzato in questo modo uno dei dilemmi che stanno animando il dibattito sull’intelligenza artificiale, attualmente caratterizzato dagli allarmi lanciati dalle stesse aziende che stanno sviluppando la ‘nuova’ tecnologia, e dagli investimenti ultramiliardari che continuano a essere spesi, accompagnati da analisi secondo cui l’IA aumenterà la produttività lavorativa e i Pil statali, oltre a migliorare la vita di tutti. OpenAI, paladina di un approccio permissivo, si è progressivamente avvicinata a posizioni più prudenti, dopo diversi episodi in cui suoi agenti che sono andati fuori controllo. Sicurezza e diffusione ampia dell’IA, questi i due corni della questione.

Quali rischi vanno accettati secondo Altman

Il ceo di OpenAI ha chiarito il proprio ragionamento facendo riferimento a rischi come truffe, attacchi informatici e utilizzi impropri dello strumento. Garantire che nessuno di questi fenomeni si verifichi, secondo l’imprenditore tech, richiederebbe livelli di controllo e di limitazione nell’accesso alla tecnologia incompatibili con i vantaggi che una diffusione ampia dell’intelligenza artificiale potrebbe produrre.

Non significa, quindi, accettare proprio qualsiasi rischio: Altman distingue questi fenomeni dagli scenari catastrofici e dalla perdita di controllo sui sistemi più avanzati. Ma le sue parole portano dritte a un’altra domanda: fino a che punto la società dovrebbe accettare questi inevitabili utilizzi impropri? E chi dovrebbe deciderlo? Le aziende che sviluppano la tecnologia? I governi? I cittadini? Altman non fa menzione di soluzioni a riguardo, né di come ridurre al minino il verificarsi delle “conseguenze negative”.

Ron DeSantis, governatore della Florida, ha chiaramente affermato che non gli piace l’idea che “una manciata di oligarchi della tecnologia possa prendere questa decisione per tutti noi”. Mentre Gary Marcus, professore emerito alla New York University, ha commentato che in pratica Altman ha detto “ad alta voce ciò che pensavano tutti: rassegnatevi, così potrete renderci ricchi e potenti“.

Una questione di governance

Ma per Altman, il punto è che “le persone faranno moltissime cose buone, di gran lunga più di quelle cattive”. E tanto basta.

Polemiche a parte, se truffe, deepfake, abusi e altri utilizzi impropri devono essere considerati un costo inevitabile in cambio dei benefici complessivi dell’IA, si apre effettivamente una questione di governance. Anche perché i vantaggi della diffusione della tecnologia possono concentrarsi nelle imprese che la sviluppano, nelle organizzazioni che la adottano e negli utenti che ne ricavano maggiore produttività o nuovi servizi; una parte dei danni, invece, può ricadere su soggetti che non hanno scelto di assumersi quel rischio.

È un po’ il tema delle esternalità: non basta che un’attività produca benefici superiori ai costi nel loro complesso, occorre anche capire come quei costi vengono distribuiti, chi li sostiene e quali strumenti vengono messi in campo per prevenirli, ridurli o compensarli.

Il problema non è soltanto quanto rischio accettare

Ampliando la questione, andrebbe anche considerato che benefici e conseguenze negative del rapidissimo sviluppo dell’IA e della sua ampia diffusione si distribuiscono in modo molto diverso. E non devono per forza devono riguardare reati. Ci sono aspetti che toccheranno molte più persone di quelle colpite da truffe o deepfake. Ad esempio, se un’impresa può ottenere maggiore produttività grazie all’automazione, allo stesso tempo un lavoratore può vedere il proprio ruolo stravolgersi, o può perdere valore professionale se non dispone delle competenze necessarie per adattarsi.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge oggi una professione in qualche misura esposta all’intelligenza artificiale generativa. L’Ilo precisa che, nella maggior parte dei casi, il risultato più probabile non è la completa sostituzione del lavoro umano, ma la trasformazione delle mansioni. Cosa succederà a chi non sarà in grado di adeguarsi? E come verranno accompagnate le persone nel cambiamento del proprio lavoro?

Il dilemma quindi, non dovrebbe essere tra accettare o rifiutare i rischi dell’IA, ma un confronto tra subirne le conseguenze e governarne quei rischi, che siano “conseguenze negative” o che siano “conseguenze” di un mondo che cambia.

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