“Fermiamo l’invasione”: cresce la protesta contro i data center in Lombardia

Nel sud-ovest milanese cresce la protesta contro nuovi impianti, sottostazioni elettriche ed elettrodotti: al centro ci sono consumo di suolo, energia, acqua e impatti sui Comuni
10 Giugno 2026
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Data center
(Canva)

Fermiamo l’invasione”. È lo ‘slogan’ che sintetizza la protesta dei cittadini di Lacchiarella, Zibido San Giacomo e degli altri Comuni del sud-ovest milanese contro lo sviluppo dei data center previsto nell’area. L’invasione, per i comitati locali, non è quella del digitale in sé, ma della sua infrastruttura fisica: capannoni, server, sottostazioni elettriche, elettrodotti, gruppi elettrogeni, sistemi di raffreddamento e opere accessorie destinate ad alimentare la crescita del cloud e dell’intelligenza artificiale.

Il caso lombardo è diventato uno dei più rilevanti in Italia. Nell’area milanese e nei territori al confine con Lodigiano e Pavese si contano già decine di strutture attive, mentre altri progetti sono in arrivo o allo studio. Tra Lacchiarella, Badile e Zibido San Giacomo, si parla di ‘triangolo dei data center‘: qui, su un’area di circa 700mila metri quadrati, si concentrano il progetto Apto a Lacchiarella, il progetto Aws a Zibido San Giacomo, un possibile progetto K2 a Badile, il data center di Siziano e la nuova stazione elettrica Terna Lacchiarella Ovest.

A cosa serve un data center e che problemi porta

Per capire la portata della questione bisogna partire da cosa sia un data center. Non si tratta semplicemente di una sala piena di computer, ma di un edificio o un insieme di edifici progettato per ospitare anche server, sistemi di archiviazione dati e apparati di rete. È qui che vengono conservati ed elaborati dati (informazioni, documenti, immagini, video, database), applicazioni, siti web, piattaforme cloud, servizi digitali e sistemi di intelligenza artificiale. Ogni video visto in streaming, ogni file salvato nel cloud, ogni applicazione online e ogni modello di AI ha bisogno di una potenza di calcolo collocata in luoghi fisici.

Il problema è che questi luoghi fisici necessitano di infrastrutture molto rilevanti. I server lavorano senza smettere mai, consumano grandi quantità di energia e producono molto calore. Per questo devono essere raffreddati in modo continuo, con sistemi che richiedono moltissima acqua ma anche energia o grandi impianti meccanici. A questi elementi si aggiungono connessioni in fibra ottica, sistemi antincendio, sicurezza fisica, gruppi elettrogeni di emergenza e nuove opere elettriche. Il digitale, quindi, non è immateriale: ha un impatto molto concreto sul territorio.

Le proteste: “Troppa concentrazione”

È proprio questo il punto al centro delle proteste. I cittadini e i comitati non contestano in modo astratto l’esistenza dei data center. La preoccupazione riguarda la concentrazione di troppi impianti nella stessa area e il rischio che ogni progetto venga valutato separatamente: un procedimento per il data center, uno per la sottostazione elettrica, uno per gli elettrodotti, altri per le infrastrutture collegate. Secondo i comitati, invece, l’area Lacchiarella-Badile richiede una valutazione complessiva, perché gli effetti potrebbero sommarsi e produrre ricadute ambientali, paesaggistiche, sanitarie e infrastrutturali su più Comuni.

Tra i timori più forti ci sono il consumo di suolo, l’aumento dei consumi energetici e idrici, il rumore, il traffico di cantiere e la trasformazione di aree oggi agricole o comunque non destinate a questo tipo di insediamento. I comitati parlano anche del rischio che i sistemi di raffreddamento possano contribuire all’aumento delle temperature fino a 5 gradi entro il raggio di 1 km (effetto ‘isola di calore). Anche un incremento di pochi gradi, in territori già fortemente urbanizzati, può tradursi in nuovi consumi energetici, maggiore pressione ambientale e rischi per la qualità della vita.

A preoccuparsi non sono soltanto gli ambientalisti. Anche diversi sindaci chiedono maggiori garanzie e un ruolo più incisivo dei Comuni. La sindaca di Binasco, Liana Castaldo, ha parlato di una concentrazione “elevatissima” di queste infrastrutture e ha sottolineato la necessità di ristori, perché le amministrazioni locali non possono essere lasciate sole nel confronto con i grandi operatori del digitale. La sindaca di Zibido San Giacomo, Sonia Belloli, ha posto un tema simile: lo sviluppo tecnologico va governato con una regia territoriale, altrimenti ciò che non viene costruito in un Comune può essere realizzato in quello confinante, lasciando ai territori gli impatti negativi senza benefici proporzionati.

La questione è diventata ancora più delicata con il progetto della nuova stazione elettrica Terna Lacchiarella Ovest. L’opera, una stazione 380/220 kV, dovrebbe occupare circa 9,5 ettari tra Lacchiarella e Zibido e nasce anche per rispondere a richieste di connessione alla rete elettrica nazionale legate a nuovi insediamenti energivori, tra cui i data center. Essendo inserita in un iter autorizzativo nazionale, lascia ai Comuni un margine decisionale limitato. Da qui il timore di subire scelte già incanalate in procedimenti sovralocali.

La ‘Silicon Valley’ lombarda

Il fenomeno non riguarda però solo Lacchiarella e Zibido. La Lombardia è diventata il principale polo italiano per i data center e ha intercettato una quota molto rilevante delle richieste di autorizzazione nazionali. Tra gli operatori interessati ci sono grandi nomi internazionali e nazionali, da Amazon ad Aruba, fino a gruppi immobiliari esteri. Il ministro delle Imprese ha inoltre dichiarato di preminente interesse nazionale alcuni progetti da realizzare entro il 2031, tra cui tre siti a Bertonico, in provincia di Lodi, e altri due nel Sud Milano.

La crescita dei data center è legata direttamente alla domanda di cloud e intelligenza artificiale. Ogni nuovo modello di IA richiede maggiore capacità di elaborazione, quindi nuovi server, nuovi edifici, più energia e sistemi di raffreddamento sempre più potenti. Per questo, accanto alla promessa di innovazione, la domanda è chi sostiene i costi ambientali, energetici e territoriali di questa trasformazione? In altre parti del mondo le proteste contro i data center sono già aumentate proprio su questi temi: consumo d’acqua, consumo di suolo ed energia, aumento delle bollette, emissioni indirette e impatti sulle comunità locali.

Verso una legge nazionale

A livello nazionale, il 24 febbraio 2026 la Camera ha approvato il testo unificato della legge delega sui data center, poi trasmesso al Senato. La disciplina punta a dare un quadro normativo nazionale al settore, con decreti attuativi da adottare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge. L’obiettivo è semplificare e coordinare le procedure, qualificare i data center come infrastrutture strategiche, favorire l’uso di aree dismesse, regolare gli aspetti energetici e ambientali e rafforzare la sicurezza fisica e informatica. Il rischio, secondo i territori, è che le regole arrivino quando i buoi sono già scappati, per così dire, e che la spinta alla semplificazione prevalga sulla valutazione degli impatti locali.

In Lombardia la prima legge italiana sui data center

In Lombardia, intanto, il Consiglio regionale ha approvato il 26 maggio 2026 la prima legge regionale italiana dedicata ai data center, poi diventata Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11. La norma non blocca i nuovi impianti, ma prova a regolarne l’insediamento: dà priorità ad aree dismesse, contaminate, degradate, inutilizzate o sottoutilizzate, per ridurre il consumo di nuovo suolo; prevede criteri su energia, acqua e recupero del calore, come l’uso di energia da fonti a impatto carbonico neutrale e soluzioni di raffreddamento che evitino il prelievo da acquedotti pubblici; introduce una relazione energetica obbligatoria; qualifica i data center sopra i 5 MW come insediamenti produttivi; stabilisce una valutazione sovracomunale per i progetti oltre i 10 MW; istituisce uno sportello regionale e una cabina di regia permanente per monitorare anche gli impatti cumulativi.

Resta però il punto più contestato: la legge non vieta l’insediamento su suolo agricolo, ma prevede un aumento degli oneri del 100%, o del 200% nelle aree a tutela speciale. Per i comitati e per molti amministratori locali è un passo avanti, ma non ancora una garanzia sufficiente per evitare che la ‘Silicon Valley lombarda’ cresca senza un vero governo del territorio.

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