Sotto la superficie dei bacini idrici artificiali da cui dipendono le riserve d’acqua dolce del pianeta si sviluppano complessi equilibri ambientali. Costruiti dall’uomo per rispondere al fabbisogno potabile, agricolo ed energetico, questi invasi rappresentano ambienti confinati in cui l’interruzione della naturale connettività idrologica dei fiumi può favorire la ritenzione di contaminanti chimici. Tra le sostanze maggiormente attenzionate dalla comunità scientifica rientrano i Pfas, gli “inquinanti eterni” noti per la loro elevata stabilità chimica e resistenza alla degradazione naturale.
Per comprendere la distribuzione di questi composti, un team di ricerca internazionale guidato dall’Accademia Cinese delle Scienze, con il contributo di studiosi dell’Università di Cambridge, della Rice University, della New Mexico State University, della Commissione di Helsinki per la Protezione del Ambiente Marino del Baltico e della società Aecom, ha sintetizzato i dati relativi a 813 campioni prelevati in 74 bacini idrici distribuiti su cinque continenti. La ricerca, firmata da autori tra cui Zhao-Feng Guo, Mohamed Ateia, Edoardo Borgomeo e Yao-Yang Xu, offre una mappa dettagliata e scientificamente rigorosa di come la presenza dei Pfas varia nello spazio e nei diversi comparti ambientali.
I tre modelli di contaminazione emersi dai dati
Attraverso un approccio statistico avanzato denominato flusso di lavoro Dim, i ricercatori hanno identificato tre distinti modelli di presenza delle sostanze anioniche all’interno dei bacini analizzati, legati alle diverse fasi di utilizzo industriale e alla storia delle emissioni.
Il primo modello vede la dominanza del Pfoa, un composto a catena lunga storicamente legato agli scarichi industriali e civili diretti. Nei bacini riconducibili a questa fase iniziale, il Pfoa risulta rilevabile principalmente nella colonna d’acqua superficiale, mantenendo concentrazioni relativamente contenute nei sedimenti del fondale e nella fauna acquatica.
Il secondo modello è caratterizzato dalla presenza simultanea e prevalente di Pfoa e Pfos, segnalando un accumulo di lungo corso derivante da fonti miste. In questo scenario, riscontrato specialmente in aree ad elevata densità urbana e industriale, la contaminazione risulta distribuita in modo diffuso tra l’acqua, i sedimenti e i tessuti dei pesci.
Il terzo modello riguarda la presenza prevalente del Pfba e di altri composti a catena corta. Rilevato in regioni economicamente sviluppate, come l’Europa e la Cina orientale, questo profilo riflette la progressiva transizione industriale verso molecole a catena corta, introdotte a seguito delle restrizioni normative applicate ai tradizionali Pfas a catena lunga.
Le caratteristiche dei Pfas a catena corta
I dati scientifici mostrano che la sostituzione dei Pfas a catena lunga con molecole a catena corta come il Pfba modifica in modo significativo il comportamento ambientale dell’inquinamento. I composti a catena corta sono caratterizzati da un’elevata mobilità idrica e da una capacità di trasporto atmosferico su lunga distanza, potendo ricadere nei bacini anche attraverso le precipitazioni meteoriche e la deposizione secca. Inoltre, queste sostanze tendono a superare i convenzionali processi di trattamento delle acque reflue.
Nei campioni associati a questo modello, l’analisi ha rilevato concentrazioni relativamente basse di Pfba disciolto nell’acqua, a fronte di livelli misurabili nei sedimenti e nei pesci. I ricercatori sottolineano che questi dati rappresentano rilevamenti istantanei e non serie temporali continue, ma evidenziano l’esistenza di continui scambi tra il sedimento e la colonna d’acqua che richiedono un monitoraggio integrato.
Disparità di monitoraggio e il quadro normativo europeo
Lo studio evidenzia come le strategie di monitoraggio varino notevolmente da una regione all’altra del pianeta. Mentre in Asia le rilevazioni si concentrano prevalentemente sulle acque di superficie, in Europa l’attenzione è fortemente rivolta al bioaccumulo negli organismi acquatici, consentendo di misurare con maggiore accuratezza i livelli presenti nella fauna ittica. Al contempo, in ampie zone del Sud America e dell’Africa la disponibilità di dati organizzati risulta ancora limitata.
In una nota divulgativa incentrata su questa ricerca, la Direzione Generale dell’Ambiente della Commissione europea ha richiamato il quadro di tutele attualmente in vigore nell’Unione europea per proteggere i cittadini e gli ecosistemi. L’Unione europea ha infatti adottato misure stringenti attraverso la Direttiva sull’Acqua Potabile, che fissa limiti tassativi per la concentrazione di Pfas totali e individuali nelle acque destinate al consumo umano.
Inoltre, la Commissione europea ha ricordato il ruolo dei regolamenti Reach e Pops nell’imporre restrizioni progressive alla produzione e alla commercializzazione delle sostanze più pericolose, insieme alle soglie di assunzione settimanale tollerabile stabilite dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare e al lavoro di valutazione scientifica svolto dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche. Tali strumenti rientrano nella Strategia sulle Sostanze Chimiche per la Sostenibilità, volta a perseguire l’obiettivo di azzeramento dell’inquinamento.
I risultati della ricerca confermano l’importanza di adottare l’approccio integrato “One Health”, promosso dalle istituzioni internazionali per coordinare la tutela della salute umana, della fauna e dell’ambiente naturale attraverso un monitoraggio costante e armonizzato a livello globale.
