Consumo di suolo in Italia: nel 2025 persi oltre 102 kmq di territorio

Secondo i dati del nuovo Rapporto Ispra-Snpa, però, è possibile invertire la rotta
28 Ottobre 2026
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Cantieri per edifici che consumano suolo
Distruzione di suolo (Canva)

Cemento e asfalto avanzano con una rapidità che lascia poco spazio alle illusioni mangiandosi letteralmente via il territorio. Qualche dato? Tre metri quadrati al secondo, oltre 280 mila al giorno, che si traducono in 102,4 chilometri quadrati di terreno trasformati nel 2025 in superfici artificiali, con una crescita del 22,4% rispetto all’anno precedente. È questo il quadro tutt’altro che rassicurante dell’edizione 2026 del Rapporto sul consumo di suolo in Italia, curato da Ispra e Snpa, Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Uno scenario che raffigura un Paese i cui terreni sono sempre più impermeabilizzati, maggiormente esposto ai rischi ambientali e ben lontano da una gestione sostenibile del territorio. Parallelamente, accanto ai numeri allarmanti emerge la possibilità concreta di invertire la rotta, recuperando gli spazi già trasformati, rigenerando le città e restituendo i terreni alla natura.

Un Paese sempre più cementificato

Sono i dati a raccontare l’entità del consumo di suolo in Italia. Nel 2025 le superfici artificiali hanno raggiunto il 7,19% del territorio nazionale, pari a 21.644 kmq coperti da edifici, infrastrutture e altri usi artificiali. Nell’ultimo anno sono stati consumati oltre 10.200 ettari di suolo, mentre la superficie ripristinata raggiunge solo 746 ettari. Il consumo di suolo non risparmia nessuna area del Paese, con una crescita annuale più significativa in Sicilia, con 1.619 ettari di nuovo suolo artificiale, seguita dal Lazio con 1.436 ettari, quindi Puglia e Lombardia con circa mille ettari. Lombardia che è anche la regione in assoluto con più alta quota di superficie artificiale, pari al 12,27% del territorio regionale, davanti a Veneto e Campania. Dal 2006, la copertura artificiale del suolo ha interessato la quasi totalità dei comuni italiani (96%), non solo sotto forma di edifici, ma anche piazzali, aree di servizio, impianti e infrastrutture. Dunque, un modello di sviluppo che andrebbe ripensato per non compromettere risorse essenziali per il nostro futuro.

Meno suolo naturale, più rischi per ambiente e comunità

Il suolo non è una superficie vuota da occupare senza criterio, ma costituisce una risorsa preziosa grazie a tutta una serie di funzioni che svolge: assorbe l’acqua piovana, contribuisce a regolare la temperatura, sostiene la produzione agroalimentare, ospita biodiversità. Quando viene cementificato perde parte di queste funzioni con conseguenze che riguardano l’ambiente e le persone. A tale proposito, il Rapporto Ispra/Snpa sottolinea che nel 2025 il consumo di suolo non ha risparmiato nemmeno le aree più fragili con 1.106 ettari trasformati nelle aree considerate a rischio alluvione e 707 ettari in quelle a rischio frana. In un contesto caratterizzato da fenomeni metereologici sempre più estremi e devastanti, ridurre la capacità del terreno di assorbire l’acqua significa aumentare la vulnerabilità dei territori.

Anche le città pagano un prezzo elevato: nel 2025 sono scomparsi 4.231 ettari di aree verdi e 320 ettari di superficie coperta da alberi. Nelle aree più impermeabilizzate le temperature possono superare di oltre 10 gradi quelle delle aree rurali, mentre dove gli alberi sono maggiormente presenti le temperature possono scendere anche di 1,6 gradi. Il verde urbano, dunque, non rappresenta solo un elemento decorativo, ma contribuisce attivamente alla vivibilità degli spazi pubblici e al benessere dei cittadini.

Rigenerare invece di consumare

Accanto alla fotografia del problema del consumo di suolo, il Rapporto 2026 giunge ad una prima mappatura delle superfici potenzialmente recuperabili. In particolare, Ispra e Snpa arrivano a quantificare in 2.100 kmq le aree sulle quali valutare interventi di ripristino e rigenerazione, a cui vanno aggiunti 3.281 kmq teoricamente utilizzabili per la forestazione urbana. Le opportunità comprendono anche gli spazi pubblici con oltre 35 mila ettari di aree urbane potenzialmente idonee al ripristino, con le superfici maggiori in Lombardia, Lazio e Veneto. Dunque, la direzione appare chiara: recuperare aree abbandonate, riqualificare edifici dismessi, depavimentare superfici inutili, incrementare il verde urbano.

In questo senso, un passo cruciale riguarda la pianificazione urbanistica che dovrebbe essere maggiormente orientata al recupero e al riuso piuttosto che all’espansione continua. Il record negativo di consumo di suolo registrato nel 2025 dimostra quanto sia urgente cambiare passo. Perché difendere il suolo significa tutelare biodiversità, sicurezza, salute, risorse economiche, ma anche rendere le nostre città più vivibili.

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