Dopo i crediti di carbonio arrivano quelli per la biodiversità: chi potrà guadagnare proteggendo la natura?

Alla Cop17 di Erevan l'Unione europea promuove un mercato per remunerare chi ripristina gli ecosistemi: dagli agricoltori ai proprietari forestali, ecco come funzionerebbero i crediti e perché interessano alle imprese
27 Ottobre 2026
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Farfalla biodiversita natura canva
Farfalla su un fiore (Canva)

Un agricoltore potrebbe essere pagato per far tornare gli insetti impollinatori nei suoi campi. Il proprietario di un bosco potrebbe guadagnare favorendo la crescita di determinate specie vegetali, anziché destinare il terreno ad altre attività. E un’impresa potrebbe finanziare il recupero di una zona umida, ricevendo in cambio un certificato che attesta i benefici prodotti per l’ambiente.

È il principio alla base dei crediti per la biodiversità, un nuovo strumento economico su cui punta l’Unione europea per attirare investimenti privati nella tutela degli ecosistemi. Il 27 ottobre, alla Cop17 di Erevan, Bruxelles promuove un’iniziativa internazionale per sviluppare questo mercato, definire criteri comuni e rendere verificabili i risultati degli interventi.

L’obiettivo è creare nuove opportunità economiche per chi conserva o ripristina la natura, in un settore in cui i finanziamenti pubblici non sono sufficienti a raggiungere gli obiettivi internazionali. Ma attribuire un valore economico alla biodiversità significa affrontare questioni che vanno ben oltre la compravendita di certificati: come misurare il recupero di un ecosistema, quanto remunerare chi se ne prende cura e quali benefici concreti possono ottenere le imprese che decidono di investire.

Chi potrebbe guadagnare proteggendo la natura

In Francia si sta studiando come attirare capitali privati per recuperare le zone umide. In Estonia, la sperimentazione riguarda la gestione delle foreste. In Perù, invece, si cercano strumenti che permettano alle imprese europee di finanziare progetti di conservazione della biodiversità dall’altra parte dell’Atlantico.

Sono tre delle esperienze sostenute dalla Commissione attraverso Green Assist, il programma europeo di assistenza allo sviluppo di investimenti ambientali. Non si tratta ancora di un mercato consolidato, ma di progetti che servono a capire come trasformare un miglioramento ecologico in un risultato certificabile e finanziabile.

In una zona agricola, per esempio, gli interventi potrebbero comprendere la creazione di siepi e fasce fiorite, il recupero di piccoli habitat e pratiche che favoriscano la presenza di insetti impollinatori. In un bosco potrebbero riguardare la diversificazione delle specie vegetali, il miglioramento delle condizioni ecologiche o la conservazione di habitat particolarmente importanti.

Chi realizza questi interventi sostiene dei costi. Può dover rinunciare a utilizzare una parte del terreno per altre attività, modificare le pratiche di gestione oppure finanziare controlli e manutenzione per diversi anni. I crediti per la biodiversità cercano di creare una nuova entrata economica collegata ai benefici ambientali prodotti.

Il pagamento, però, non scatterebbe semplicemente perché un terreno ospita alberi, fiori o animali. Il progetto dovrebbe dimostrare di aver prodotto un risultato positivo, misurabile rispetto alla situazione iniziale e verificato secondo criteri riconosciuti. Un agricoltore che pianta nuove siepi potrebbe dover documentare il miglioramento delle condizioni dell’habitat. Chi ripristina una zona umida potrebbe essere chiamato a dimostrare il recupero delle sue funzioni ecologiche. E il proprietario di una foresta dovrebbe garantire che gli interventi producano benefici durevoli, non limitati a pochi mesi.

È anche per questo che i progetti europei stanno sperimentando l’impiego di immagini satellitari, strumenti geospaziali e sistemi di monitoraggio ambientale, con il coinvolgimento delle competenze dell’Agenzia spaziale europea e dei servizi Copernicus.

La Commissione ha inoltre previsto un programma pilota sostenuto da fondi europei nel periodo 2025-2027. I risultati serviranno a valutare quali modelli siano economicamente sostenibili e come evitare che le spese di certificazione finiscano per assorbire una parte eccessiva dei ricavi, soprattutto per i piccoli proprietari.

Per un agricoltore, infatti, il beneficio dipenderebbe dal rapporto tra la remunerazione ricevuta, i costi dell’intervento e gli eventuali mancati guadagni derivanti da altri utilizzi del terreno. Senza condizioni sufficientemente convenienti, il mercato potrebbe attirare soprattutto grandi operatori, lasciando ai margini le aziende agricole di dimensioni ridotte.

Chi comprerebbe i crediti per la biodiversità e perché

Se un agricoltore può essere remunerato per il recupero della natura, dall’altra parte deve esserci qualcuno disposto a finanziare quell’intervento. I possibili acquirenti sono imprese, investitori e organizzazioni che vogliono contribuire a progetti ambientali verificabili. Ma le motivazioni possono essere molto diverse.

Un’azienda alimentare, per esempio, dipende dalla qualità dei terreni, dalla disponibilità di acqua e dalla presenza di impollinatori. Finanziare il miglioramento degli ecosistemi nelle aree da cui provengono le materie prime potrebbe contribuire a proteggere la continuità della produzione. Per altre imprese, l’acquisto di crediti potrebbe rappresentare un modo per sostenere interventi ambientali documentabili e comunicarne i risultati nella propria rendicontazione di sostenibilità, nel rispetto delle regole applicabili.

Non sarebbe quindi necessariamente una donazione. In alcuni casi, l’investimento potrebbe essere collegato alla protezione di risorse naturali da cui dipende l’attività economica.

La relazione tra biodiversità e bilanci aziendali sta assumendo un peso crescente anche per le istituzioni finanziarie. Il 26 ottobre, intervenendo alla COP17, Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha richiamato un’analisi secondo cui il 72% delle imprese dell’area euro dipende da almeno un servizio ecosistemico. Inoltre, il 75% dei prestiti bancari alle società dell’area euro è destinato a imprese fortemente dipendenti da almeno uno di questi servizi.

I servizi ecosistemici comprendono attività e processi naturali da cui dipende l’economia: dall’impollinazione alla fertilità del suolo, dalla disponibilità di acqua alla protezione dalle alluvioni.

Bruxelles sta valutando strumenti per stimolare la domanda, tra cui possibili incentivi fiscali, criteri negli appalti pubblici e collegamenti con le regole di rendicontazione ambientale.

La distinzione rispetto ai crediti di carbonio aiuta a comprendere il problema. Un credito di carbonio rappresenta generalmente una tonnellata di anidride carbonica equivalente rimossa o evitata, secondo determinate metodologie. Per la biodiversità non esiste un’unità altrettanto universale.

Un bosco alpino e una zona umida mediterranea possono ospitare specie completamente differenti. Anche quando entrambi gli ecosistemi vengono migliorati, i risultati non sono automaticamente equivalenti.

Un’impresa che finanzia il recupero di una palude italiana non dovrebbe quindi poter sostenere di aver compensato la distruzione di una foresta tropicale.

L’International Advisory Panel on Biodiversity Credits, che ha pubblicato nel 2024 un quadro di principi per lo sviluppo di mercati affidabili, esclude i sistemi di compensazione internazionale fondati sull’idea che ecosistemi molto diversi possano essere scambiati tra loro. Le eventuali compensazioni devono essere locali e riguardare benefici ecologici comparabili, con garanzie rigorose.

Lo stesso organismo distingue l’acquisto di crediti destinati a finanziare contributi positivi alla natura dalle compensazioni per danni ambientali. Un’azienda potrebbe contribuire economicamente alla conservazione di un habitat senza per questo acquisire il diritto di danneggiarne un altro.

Il confronto con i crediti di carbonio riguarda anche i controlli. Il settore ha conosciuto controversie sulla reale efficacia di alcuni interventi e sulla corrispondenza tra benefici dichiarati e risultati ottenuti.

Per i crediti di biodiversità le verifiche potrebbero essere ancora più complesse. Piantare alberi non garantisce la ricostituzione di una foresta naturale. Aumentare il numero di piante non dimostra necessariamente che siano migliorate le condizioni per insetti, uccelli e altre specie.

Occorre inoltre stabilire se il beneficio sia realmente aggiuntivo, cioè se sarebbe stato ottenuto anche senza il finanziamento. E bisogna evitare che lo stesso miglioramento venga venduto o contabilizzato più volte.

Dalla Cop17 un nuovo mercato

Il percorso europeo ha raggiunto una nuova tappa alla Cop17 sulla biodiversità, in corso a Erevan dal 19 al 30 ottobre 2026. Durante la conferenza, la Commissione europea presenta Friends of Credits for Nature and Biodiversity, un’iniziativa internazionale promossa insieme a Francia e Perù, con il coinvolgimento dell’Ocse. L’obiettivo è favorire lo sviluppo di un mercato dei crediti per la natura basato su criteri condivisi, risultati verificabili e garanzie contro il greenwashing.

L’iniziativa nasce per favorire la cooperazione tra governi sullo sviluppo di crediti per la biodiversità affidabili. Tra le questioni affrontate figurano la misurazione dei benefici ambientali, i sistemi di monitoraggio, la trasparenza e la prevenzione del doppio conteggio.

Non viene istituita una borsa europea della biodiversità e non nasce un obbligo per le imprese diacquistare crediti. Bruxelles sta cercando di costruire le condizioni necessarie affinché questi strumenti possano attrarre investimenti privati senza compromettere gli obiettivi di tutela ambientale.

Le prospettive economiche spiegano l’attenzione per il settore. La Commissione ha richiamato stime secondo cui la domanda mondiale di crediti per la biodiversità potrebbe raggiungere 2 miliardi di dollari entro il 2030 e arrivare a 180 miliardi entro il 2050. Sono proiezioni di un mercato ancora emergente, che dipenderà dalla capacità di individuare acquirenti, stabilire metodologie credibili e garantire risultati ecologici verificabili.

Il tema dei finanziamenti è particolarmente rilevante perché gli Stati si sono impegnati, con l’accordo globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal del 2022, a mobilitare almeno 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 per la conservazione e l’utilizzo sostenibile della biodiversità.

I crediti sono uno degli strumenti considerati per aumentare le risorse disponibili. Non sostituiscono i finanziamenti pubblici, né permettono di evitare gli obblighi di protezione degli habitat già previsti dalla legislazione.

C’è infine una questione di accesso. Se per ottenere un credito servono costose analisi scientifiche e verifiche periodiche, piccoli agricoltori e proprietari potrebbero avere difficoltà a partecipare. Strumenti collettivi, aggregazioni territoriali e assistenza tecnica potrebbero diventare importanti per rendere il sistema accessibile anche a chi gestisce superfici limitate.

La Commissione ha previsto di valutare nel 2027 i risultati delle sperimentazioni e le possibili iniziative successive. Tra i progetti già avviati figurano quelli dedicati alle zone umide francesi e alla gestione forestale in Estonia, nei quali si stanno verificando i metodi per riconoscere e finanziare benefici ambientali concreti.

Proprio da queste sperimentazioni dovranno arrivare alcune delle risposte più pratiche: quanto costa recuperare un ecosistema, quale remunerazione rende conveniente conservarlo e come dimostrare, anche a distanza di anni, che il denaro investito abbia prodotto un miglioramento reale.

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