Clima, l’allarme dell’Onu: “Il mondo non è pronto a proteggersi dal riscaldamento globale”

Alla Cop30 è stato proposto di triplicare i finanziamenti pubblici per l'adattamento, ma secondo l'Unep neppure questo sarebbe sufficiente
6 Novembre 2026
4 minuti di lettura
Pakistan inondazione canva
Inondazione villaggio in Pakistan (Canva)

Siamo impreparati ad affrontare il cambiamento climatico e a risentirne di più saranno quei Paesi che inquinano meno. A confermarlo è il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente con la pubblicazione del rapporto intitolato “Adaptation Gap Report 2026: Ready? Not.”, diffuso alla vigilia della conferenza sul clima Cop31 di Antalya, in Turchia (dal 9 al 20 novembre). Il messaggio centrale delle Nazioni Unite è chiaro: il mondo non è pronto ad adattarsi nemmeno alle attuali condizioni climatiche, e ancor meno alle conseguenze che deriveranno dal superamento del limite delle temperature.

Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep, ha sottolineato come gli impatti climatici non attendano i tempi della diplomazia e come sia indispensabile incrementare i finanziamenti per salvare vite umane, proteggere le infrastrutture ed evitare danni devastanti alle economie. Le evidenze raccolte nel documento mostrano un divario profondo tra i piani d’azione nazionali e le risorse finanziarie effettivamente messe a disposizione dei Paesi più vulnerabili. Le Nazioni Unite evidenziano che, nonostante gli impegni assunti nelle sedi internazionali, la crescita dei finanziamenti pubblici destinati all’adattamento si è arrestata, lasciando scoperte le popolazioni che meno hanno contribuito alle emissioni globali ma che subiscono le conseguenze più severe della crisi.

I numeri del divario finanziario tra fabbisogni reali e risorse disponibili

L’analisi dell’Unep stima che i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di circa 305 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per costruire interventi di resilienza e ridurre i rischi climatici. Tale valutazione trova riscontro sia nelle stime basate sui piani nazionali di adattamento presentati da 115 Paesi, che indicano un fabbisogno annuo compreso tra 255 e 328 miliardi di dollari, sia nei modelli economici settoriali, che calcolano una cifra centrale di 320 miliardi di dollari all’anno. Se si tiene conto dell’inflazione futura, la cifra stimata al 2035 sale fino a 420 miliardi di dollari annuali.

A fronte di questi fabbisogni imponenti, i flussi di finanza pubblica internazionale erogati dai Paesi sviluppati a favore di quelli in via di sviluppo si sono attestati tra i 28,2 e i 31,7 miliardi di dollari nel 2024, con un incremento di appena un miliardo rispetto all’anno precedente. La crescita dei finanziamenti appare in fase di stallo, mettendo in discussione il raggiungimento degli obiettivi stabiliti nel Patto per il Clima di Glasgow del 2021, che prevedeva di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento rispetto ai livelli del 2019, raggiungendo circa 40 miliardi di dollari entro il 2025.

Il quadro si complica ulteriormente considerando le necessità del settore privato, finora ampiamente escluse dai conteggi ufficiali dei piani nazionali. L’Unep calcola che l’adeguamento delle infrastrutture private e le misure di protezione per i lavoratori esposti all’aumento delle temperature estreme richiederanno ulteriori 260 miliardi di dollari all’anno, raddoppiando quasi il fabbisogno finanziario complessivo dei Paesi in via di sviluppo.

Le promesse diplomatiche e l’impatto sui Paesi più vulnerabili

Nel corso della conferenza Cop30 tenutasi in Brasile, le nazioni hanno concordato la decisione nota come “Global Mutirão“, lanciando un appello per triplicare i finanziamenti destinati all’adattamento entro il 2035. Tuttavia, il rapporto dell’Unep ha evidenziato che questa misura, per quanto positiva, è meno ambiziosa di quanto appaia: una volta calcolata l’inflazione, un incremento di tre volte porterebbe i finanziamenti tra gli 85 e i 120 miliardi di dollari all’anno, riuscendo a coprire soltanto una quota compresa tra il 20% e il 29% del fabbisogno totale nel 2035.

L’impatto di questo divario è particolarmente grave per i Paesi meno sviluppati e per i “Piccoli Stati Isolani in Via di Sviluppo”. Per queste nazioni, i costi di adattamento rappresentano tra il 3% e il 4% del Prodotto Interno Lordo annuo, un’incidenza relativa doppia rispetto a quella delle economie a medio-alto reddito. Il rapporto però offre una nota di speranza per questi contesti: se l’obiettivo di triplicare i fondi internazionali venisse garantito prioritariamente a loro favore, si potrebbe coprire tra il 49% e l’84% delle loro necessità finanziarie al 2035.

L’Unep ribadisce la necessità di mantenere il sostegno a queste economie fragili prevalentemente sotto forma di donazioni e prestiti agevolati, dato che attualmente l’88% dei fondi erogati ai Paesi meno sviluppati assume forme agevolate, evitando di aggravare la crisi del debito sovrano. Un segnale positivo viene anche dalla cooperazione Sud-Sud, con finanziamenti erogati da Paesi in via di sviluppo verso altri Paesi in via di sviluppo cresciuti da 3,8 miliardi nel 2019 a 9,6 miliardi di dollari nel 2024.

L’appello dell’Oms: sei misure sanitarie per salvare milioni di vite

Accanto all’analisi finanziaria dell’Unep, si inserisce il richiamo urgente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che definisce il cambiamento climatico come una vera e propria crisi sanitaria. L’Oms ha sollecitato i governi a adottare sei misure di prevenzione e resilienza climatica già disponibili ed economicamente sostenibili, in grado di salvare fino a 1,6 milioni di vite ogni anno.

Tra gli interventi prioritari figurano l’attuazione di sistemi di allarme rapido per le ondate di calore, la messa in sicurezza dei servizi idrici e igienico-sanitari e la diffusione di tecnologie pulite per la cottura e il riscaldamento domestico. L’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite ha inoltre chiesto ai governi di riformare i prezzi dei combustibili fossili affinché riflettano pienamente i danni arrecati alla salute umana. Secondo le stime dell’Oms, ridurre la produzione di inquinanti atmosferici attraverso questa leva fiscale permetterebbe di salvare 1,2 milioni di vite all’anno, riducendo contemporaneamente le emissioni di gas serra e generando circa 5.400 miliardi di dollari all’anno in entrate fiscali, a cui si aggiungerebbero 3.000 miliardi di dollari in benefici economici diretti per il benessere collettivo.

Perdite e danni: le richieste sopraffanno le risorse del nuovo Fondo

Oltre alle misure di adattamento preventivo, l’esacerbarsi dei disastri climatici ha reso centrale il tema di “Perdite e danni”, riconoscendolo ormai come il terzo pilastro dell’azione climatica internazionale. Il rapporto rileva come l’incapacità di ridurre le emissioni e la lentezza nell’adattamento stiano provocando danni irreversibili alle infrastrutture, alla salute, al patrimonio culturale e alla coesione sociale di intere comunità.

L’inadeguatezza delle risorse disponibili è testimoniata dai primi dati operativi del Fondo per la risposta a “Perdite e danni”, istituito sotto l’egida delle Nazioni Unite. Nella prima finestra di richiesta di finanziamento chiusa a giugno 2026, ben 119 Paesi hanno presentato domande di contributo per un totale di 2,8 miliardi di dollari, a fronte di una dotazione iniziale disponibile di soli 342 milioni di dollari. La domanda espressa dai Paesi vulnerabili supera di oltre otto volte le risorse immediatamente erogabili, dimostrando l’urgenza di mobilitare nuovi finanziamenti certi, aggiuntivi e adeguati per far fronte a una crisi climatica che non attende.

Territorio | Altri articoli