La celebre frase “Houston abbiamo un problema”, pronunciata durante la storica missione dell’Apollo 13 nel 1970, sembra adatta per descrivere l’imprevisto che ha causato il fallimento della missione di recupero del satellite Swift della NASA, un osservatorio spaziale con oltre vent’anni di attività. Una sonda avrebbe dovuto agganciarlo e riportarlo in orbita stabile, ma qualcosa è andato storto. Era questo l’obiettivo della missione Swift Boost, primo tentativo dell’ente spaziale americano di utilizzare una sonda robotica per raggiungere il satellite e riportarlo in un’orbita più stabile.
Il problema che ha causato il fallimento della missione
A compromettere il buon esito della missione è stata proprio la sonda Link di Katalyst Space Technologies, lanciata il 3 luglio scorso a bordo di un razzo Pegasus XL. Secondo il piano, Link avrebbe dovuto raggiungere Swift, agganciarlo con i suoi bracci robotici e trasferirlo su un’orbita più elevata e sicura. Tuttavia, pochi giorni dopo il lancio sono emersi problemi al controllo dell’assetto della sonda che ha iniziato a ruotare in maniera incontrollata, creando difficoltà nelle comunicazioni e nelle manovre per raggiungere e agganciare il satellite. I dati raccolti dalla NASA hanno evidenziato diversi malfunzionamenti nelle ruote e nel sistema di propulsione della sonda di recupero. Tecnici e ingegneri hanno fatto il possibile per tentare il ripristino del sistema di controllo di Link, ma ogni tentativo è risultato vano. Così, il 19 agosto la missione è stata ufficialmente interrotta.
Il rientro del satellite in atmosfera
A causa dell’esito negativo della missione di recupero, il satellite Swift proseguirà la sua discesa verso la Terra che dovrebbe concludersi entro la fine del 2026. La maggior parte della struttura dovrebbe disintegrarsi a causa dell’attrito con l’atmosfera; tuttavia, è possibile che alcuni frammenti possano raggiungere la superficie terrestre, anche se la traiettoria e l’area di caduta non sono al momento note. Indicazioni più precise potranno essere determinate quando il satellite si troverà molto più vicino alla Terra. Destino a parte, Swift rappresenta l’esempio di una missione scientifica particolarmente longeva. Nonostante la durata operativa prevista molto più breve, l’osservatorio ha proseguito per due decenni a individuare e osservare lampi gamma e altri fenomeni cosmici, offrendo alla comunità scientifica una capacità di analisi rapida e su più lunghezze d’onda.
Le sfide per il futuro
L’operazione di recupero aveva un valore superiore al salvataggio di un singolo satellite. Un’operazione all’avanguardia mai tentata prima, dal costo complessivo di circa 30 milioni di dollari, che avrebbe potuto aprire la strada verso la riparazione dei satelliti a fine corsa. Allungare la vita di un’infrastruttura spaziale significa, prima di tutto, ridurre la necessità di costruire e lanciare nuovi satelliti, contenendo costi, consumi e impatto ambientale associati alle attività nello spazio. In una prospettiva futura di un’orbita terrestre sempre più affollata di satelliti, l’idea di considerare un satellite come un’infrastruttura da mantenere, riparare e riportare in condizioni operative potrebbe avere un peso importante nell’economia dello spazio. Per raggiungere questo obiettivo e per evitare che missioni come quella del recupero di Swift falliscano, le tecnologie di recupero e riuso devono ancora superare ostacoli ingegneristici considerevoli.
