Le microplastiche sono ormai presenti anche nei molluschi che arrivano sulle nostre tavole. Cozze, vongole e ostriche possono ingerirle mentre filtrano l’acqua di mare per nutrirsi, e le quantità rilevate possono cambiare molto a seconda del luogo, della stagione e delle condizioni ambientali.
Ma quanta plastica può esserci davvero in un mollusco? E soprattutto, una volta ingerite, queste particelle tendono ad accumularsi nel tempo oppure il mollusco può espellerne almeno una parte quando la loro presenza nell’acqua diminuisce?
Nel Golfo di Gaeta, un nuovo studio offre una risposta almeno alla seconda domanda. Nei molluschi analizzati dai ricercatori la concentrazione media è arrivata in estate a 10,25 microplastiche per individuo e a 2,55 particelle per grammo di tessuto. In autunno gli stessi valori sono scesi a 0,44 particelle per individuo e 0,09 per grammo: una riduzione superiore al 95%.
Per capire questi numeri occorre prima chiarire che cosa significhi trovare microplastiche in un mollusco.
I bivalvi si alimentano filtrando continuamente l’acqua. Trattengono così plancton e altro materiale organico, ma non sono in grado di evitare tutte le particelle artificiali che hanno dimensioni simili. Nello studio condotto a Gaeta oltre il 75% delle microplastiche individuate misurava meno di 300 micrometri e quasi una su due, il 47%, era più piccola di 100 micrometri.
Sono dimensioni compatibili con parte del materiale che questi animali intercettano normalmente durante l’alimentazione. Le particelle possono quindi entrare nell’apparato digerente insieme al cibo. Una parte viene successivamente eliminata; un’altra può rimanere nell’organismo per un certo periodo.
Il passaggio interessa anche chi quei molluschi li mangia. Cozze, vongole e ostriche vengono generalmente consumate intere: a differenza di quanto avviene con molti pesci, non viene eliminato l’apparato digerente. Per questo i bivalvi sono considerati una delle vie attraverso cui l’uomo può essere esposto alle microplastiche presenti nell’ambiente marino.
Questo non significa che mangiare un mollusco contenente microplastiche provochi automaticamente un danno alla salute. Presenza ed effetto sanitario sono due questioni differenti. Le particelle sono state trovate in numerosi alimenti, ma la ricerca non dispone ancora di dati sufficienti per stabilire con precisione quali livelli di esposizione attraverso la dieta possano rappresentare un rischio per l’uomo.
Ed è proprio qui che il lavoro realizzato nel Golfo di Gaeta aggiunge un elemento poco studiato. Finora molte ricerche hanno fotografato la contaminazione: quante particelle ci sono, quanto sono grandi, che forma hanno. Gli autori dello studio sul Golfo di Gaeta hanno cercato invece di capire perché la quantità presente nei molluschi possa cambiare nel tempo. La loro ipotesi è che una parte della risposta sia nelle correnti.
Per verificarla hanno seguito per un anno 900 esemplari di Ostrea edulis, l’ostrica piatta europea, allevati nel Tirreno centrale, e hanno messo a confronto i livelli di microplastiche con il movimento delle acque nei dieci giorni precedenti i campionamenti.
Il ruolo delle correnti
La zona di allevamento studiata si estende per circa 0,8 chilometri quadrati e produce circa 50 tonnellate di bivalvi all’anno. A circa 15 chilometri si trova la foce del Garigliano, individuato da precedenti ricerche come una delle principali fonti di microplastiche che raggiungono il Golfo di Gaeta.
Il punto non è solo quante microplastiche arrivano nel golfo, ma quanto tempo restano nell’acqua prima di essere disperse o trasportate al largo. In primavera e in estate le correnti osservate dai ricercatori hanno limitato lo scambio tra le acque costiere e quelle del largo. Gli apporti provenienti da terra sono rimasti quindi più a lungo nell’area del golfo, aumentando la disponibilità di microplastiche che i molluschi potevano filtrare.
Il massimo è stato raggiunto in estate: 539 particelle complessivamente individuate nei campioni e una concentrazione media di 10,25 per individuo. In autunno la circolazione si è modificata. L’ingresso di acqua proveniente dal largo ha favorito il ricambio nel golfo e, contemporaneamente, la quantità presente nei molluschi è precipitata. Nei campioni autunnali sono state trovate in totale soltanto 26 microplastiche. La riduzione rispetto all’estate è superiore al 95%.
Il confronto tra adulti ed esemplari più giovani rafforza l’ipotesi ambientale: all’interno della stessa stagione non sono emerse differenze significative tra le due fasce di età. Il forte cambiamento stagionale non sembra quindi spiegato principalmente dalla crescita o dallo stato fisiologico degli animali.
I dati indicano piuttosto un equilibrio tra esposizione ed eliminazione. Quando le microplastiche sono abbondanti nell’acqua, i molluschi ne intercettano di più. Quando l’acqua viene rinnovata e la disponibilità delle particelle diminuisce, gli animali possono eliminarne una parte di quelle trattenute in precedenza.
Dalle correnti una possibile strategia per ridurre le microplastiche
Lo studio apre così una possibile applicazione per l’acquacoltura: verificare se periodi trascorsi in acque con maggiore ricambio possano ridurre le microplastiche presenti nei molluschi prima della commercializzazione. I molluschi possono già essere sottoposti a depurazione prima della commercializzazione, ma questi processi sono pensati principalmente per ridurre la contaminazione microbiologica. Per le microplastiche non esistono nell’Unione europea limiti massimi specifici negli alimenti né protocolli standard equivalenti.
La forte riduzione osservata nel Golfo di Gaeta suggerisce però che l’esposizione non sia irreversibile. Dopo un anno di allevamento, le concentrazioni non hanno continuato a crescere: con il cambiamento delle condizioni ambientali sono diminuite drasticamente. Gli autori ritengono quindi che, in questo caso, si sia verificato soprattutto un ciclo di ingestione ed eliminazione e non un accumulo progressivo permanente.
Da qui nasce l’ipotesi di utilizzare periodi trascorsi in acque caratterizzate da un maggiore ricambio con il largo prima della commercializzazione. Se i molluschi vengono esposti per un certo tempo ad acque con una minore disponibilità di microplastiche, potrebbero eliminare parte delle particelle già ingerite.
Per ora non è una tecnica pronta per gli allevamenti. Lo studio riguarda una singola area, una specie e un ciclo annuale. Gli autori chiedono nuove ricerche che misurino contemporaneamente le correnti locali, le microplastiche nell’acqua e la velocità con cui vengono ingerite ed eliminate dagli animali.S e il meccanismo venisse confermato in altre aree e su altre specie, i dati sulle correnti potrebbero però diventare uno strumento aggiuntivo per la molluschicoltura.
