Dalle microplastiche al Covid, passando per gli inquinanti eterni e la resistenza agli antibiotici: il nostro mare conserva tutto. È questa la cruda realtà scientifica emersa con forza durante il primo International Forum su Oceani e Salute Umana svoltosi a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità. Per troppo tempo abbiamo guardato all’oceano come a un semplice scenario naturale, un oggetto di studio separato da noi o, peggio, un pozzo senza fondo per i nostri scarti; oggi la scienza ci obbliga a cambiare prospettiva, rivelando che l’oceano è un gigantesco “archivio” biologico e un sensore ambientale sensibilissimo, capace di registrare e restituire ogni traccia delle attività umane e delle crisi sanitarie che si sviluppano a terra.
In questo ecosistema complesso e interconnesso, la salute degli abissi non è più una questione puramente ecologica, ma è diventata una priorità assoluta di sanità pubblica globale: se il mare si ammala, inevitabilmente, ci ammaliamo anche noi. È il cuore pulsante della “Planetary Health”, una visione che riconosce la nostra sopravvivenza come indissolubile dall’integrità dei sistemi naturali.
L’oceano come specchio delle nostre epidemie
Le recenti indagini scientifiche hanno trasformato i bacini marini in veri e propri laboratori a cielo aperto. Il dato più sorprendente riguarda la capacità dell’acqua di farsi memoria delle crisi umane: tracce del virus Sars-CoV-2, l’agente patogeno che ha provocato il Covid-19, sono state rinvenute in mare aperto, a molti chilometri dalla costa, dimostrando che le impronte genetiche delle pandemie viaggiano ben oltre le reti fognarie urbane.
Ma non è solo il virus a preoccupare. Gli esperti hanno mappato la presenza ubiquitaria di geni legati alla resistenza agli antibiotici in tutti i mari studiati, dal Mediterraneo all’Artico. Il mare accumula e ridistribuisce le nostre “firme genetiche”, trasformando l’inquinamento locale in una sfida globale per la medicina moderna. I microbi marini, come quelli del genere Vibrio, stanno diventando indicatori precoci di come il cambiamento climatico e le pressioni antropiche stiano ridisegnando l’ecologia del pianeta.
La morsa degli inquinanti eterni e delle microplastiche
L’impatto chimico dell’uomo sugli oceani ha raggiunto confini preoccupanti. Oltre il 95% dei campioni analizzati a livello globale è risultato positivo ai Pfas, gli inquinanti eterni a queste sostanze, con concentrazioni che in alcuni casi superano le soglie previste per le acque potabili.
- L’acido trifluoroacetico, derivato di pesticidi e gas refrigeranti, è stato trovato nel 100% dei campioni prelevati nelle remote isole Svalbard, nell’Artico, segno che non esistono più zone franche sul Pianeta.
- Il Mediterraneo detiene un triste primato a causa della densità urbana e del traffico navale: le microplastiche. Questi minuscoli frammenti non sono solo rifiuti, ma agiscono come “vettori” di inquinamento, trasportando batteri e virus lungo tutte le catene alimentari.
SeaCare: il progetto italiano
Per monitorare questa complessa realtà, l’Italia ha risposto con il progetto SeaCare, un modello unico che unisce l’Istituto Superiore di Sanità e la Marina Militare. Invece di investire in nuove e costose infrastrutture, i ricercatori utilizzano le navi militari già in missione per raccogliere campioni in tutto il mondo, riducendo drasticamente i costi e l’impronta ambientale della ricerca. In tre anni sono stati raccolti oltre 4.000 campioni in 140 siti diversi, creando una mappa senza precedenti della salute degli oceani. È un esempio di quella che gli esperti chiamano “Science Diplomacy”: usare la conoscenza come linguaggio comune per affrontare sfide che superano i confini nazionali.
Nonostante i rischi evidenziati, l’oceano non è solo un serbatoio di pericoli, ma anche la nostra più grande speranza. Viene oggi definito una “farmacia blu”, una frontiera straordinaria per la scoperta di nuovi composti bioattivi e strumenti terapeutici. Lo sviluppo della blue economy non riguarda quindi solo la crescita economica, ma la possibilità di connettere salute, ambiente e sviluppo sostenibile.
Un dovere etico verso il futuro
La sfida che ci attende, come ha sottolineato con forza Andrea Piccioli, direttore generale dell’Iss durante il Forum di Roma, non è più soltanto tecnica o scientifica, ma profondamente etica e culturale. Il degrado ambientale non colpisce tutti allo stesso modo: le popolazioni costiere più fragili e i Paesi a basso reddito sono i primi a pagarne il prezzo. Per questo, parlare di oceano e salute significa parlare di equità e giustizia globale, riconoscendo la salute come un bene comune indissolubilmente legato all’integrità degli ecosistemi.
Secondo il direttore, è necessario un radicale cambio di prospettiva: per troppo tempo abbiamo considerato il mare un semplice oggetto di studio, mentre oggi dobbiamo riconoscerlo come una “forza attiva” che modella il nostro futuro. Non stiamo discutendo solo di indicatori biochimici, ma della nostra stessa identità collettiva e dei valori che scegliamo di rappresentare come società. Piccioli ha sintetizzato questo legame profondo con un’immagine potente: “Se guardiamo il mare da lontano, vediamo una superficie. Se lo studiamo, vediamo sistemi. Se lo comprendiamo davvero, vediamo noi stessi”. L’oceano, infatti, non è un’entità separata, ma parte integrante della nostra struttura biologica e sociale. In quest’ottica, la domanda non è più cosa accadrà, ma cosa scegliamo di fare oggi. E come ha concluso nel suo intervento: “Il futuro non è un evento. Il futuro è una responsabilità”, un dovere che abbiamo l’opportunità di assumere pienamente per proteggere la salute delle generazioni che verranno.
