Gli oceani di tutto il mondo si stanno surriscaldando, innalzando e acidificando. Capace di assorbire circa un terzo delle emissioni antropiche di carbonio e circa il 90% del calore in eccesso generato dall’effetto serra, il motore termico che regola il clima della Terra è in avaria. A rilevarlo è la decima edizione del Copernicus Ocean State Report che mostra che questo gigante blu sta affrontando trasformazioni senza precedenti, spinte da un riscaldamento costante e da eventi estremi sempre più frequenti. Pubblicato dal servizio Copernicus Marine dell’Unione europea e coordinato da Mercator Ocean International, il report raccoglie i contributi di oltre 200 esperti appartenenti a più di 250 organizzazioni scientifiche internazionali per tracciare un bilancio di dieci anni di monitoraggio oceanografico continuo e tradurre i dati scientifici in azioni concrete di tutela: ecco cos’è emerso.
I trend globali: riscaldamento, livello dei mari e pressione sugli ecosistemi
L’analisi dei dati oceanografici ha evidenziato indicatori climatici in netta accelerazione a livello globale. La temperatura della superficie marina è aumentata a un ritmo medio di 0,12 °C per decennio tra il 1982 e il 2025, portando il 2025 a posizionarsi al terzo posto tra gli anni più caldi mai registrati, con un’anomalia di +0,49 °C rispetto alla media 1981-2010. Ancora più significativo è il dato sul contenuto di calore oceanico, cioè la quantità complessiva di energia termica immagazzinata lungo l’intera colonna d’acqua, che nel 2025 ha raggiunto il livello massimo assoluto dall’inizio delle misurazioni storiche.
Oltre a riscaldamento, gli oceani stanno subendo un altro problema: il livello medio globale dei mari è cresciuto di 3,8 millimetri all’anno tra il 1999 e il 2025, registrando un’accelerazione che ha portato il valore a 4,2 millimetri all’anno nell’intervallo 2012-2025. A questo fenomeno si affianca l’acidificazione delle acque, cioè il progressivo calo del pH marino causato dall’assorbimento dell’anidride carbonica atmosferica, aumentata di circa il 17% tra il 1985 e il 2025.
La combinazione di questi fattori crea scenari di stress multiplo: circa il 25% dei primi 1.000 metri di profondità oceanica risulta infatti esposto simultaneamente a due o più minacce climatiche. Le ripercussioni toccano la biologia marina; tra il 1998 e il 2024, circa il 5% della superficie oceanica mondiale ha subito uno spostamento permanente nei cicli stagionali del fitoplancton, l’insieme degli organismi microscopici fotosintetici che costituiscono la base fondamentale della catena alimentare marina.
Il Mediterraneo e l’Adriatico: calore profondo ed eventi idrometeorologici
Il Bacino Mediterraneo si riconferma uno dei punti geografici più fragili al mondo, evidenziando un trend di riscaldamento della superficie di 0,32 °C per decennio e una temperatura media nel 2024 superiore di 1,23 °C rispetto alla linea di base 1982-2024. Proprio nel 2024, il Mediterraneo e il Mar Nero hanno registrato ondate di calore marine eccezionali per intensità e durata, cioè periodi prolungati di temperature anomale dell’acqua, con eventi locali che sono durati oltre 30 giorni consecutivi e con picchi termici superiori a 4,6 °C sopra la media. Monitorando l’energia termica accumulata fino a 40 metri di profondità, i ricercatori hanno scoperto che diverse anomalie di calore si sviluppano in profondità senza apparire in superficie, permettendo di valutare meglio i rischi per gli organismi che vivono adagiati sui fondali.
Anche i mari italiani hanno mostrato risposte severe a eventi meteorologici estremi. Nel Nord Adriatico, le intense precipitazioni legate alle tempeste Minerva e Boris tra il 2023 e il 2024 hanno generato imponenti piene del fiume Po, provocando una marcata de-salinizzazione (cioè un repentino calo della salinità marina dovuto all’apporto massiccio di acqua dolce). Il fiume ha trasportato in mare ingenti quantità di nutrienti agricoli e civili, innescando un fenomeno di eutrofizzazione – una proliferazione anomala di alghe e microalghe che impoverisce l’ossigeno disciolto nell’acqua – che nella primavera del 2024 ha spinto la concentrazione di clorofilla da fitoplancton a valori più che doppi rispetto alla media storica. In questo quadro, il livello del mare nel Mediterraneo è cresciuto a un ritmo medio di 3,7 millimetri all’anno tra il 1999 e il 2025, con un’accelerazione guidata principalmente dall’espansione termostearica, ossia dall’aumento di volume che l’acqua subisce quando si scalda.
Le dinamiche polari e i rischi per le barriere coralline
Spostando lo sguardo verso le regioni polari, le trasformazioni appaiono ancora più repentine. Nell’Artico, l’estensione del ghiaccio marino si è ridotta di circa 490.000 km² per decennio tra il 1979 e il 2025, con il Mare di Barents che ha registrato una contrazione record del 70% della superficie glaciale rispetto al periodo 1993-2010. Tra il 2016 e il 2022, in quest’area si è assistito a una pausa temporanea nell’Atlantificazione, il processo con cui le acque atlantiche più calde e salate penetrano nell’Artico, a causa dell’afflusso eccezionale di acque dolci e ghiacci dal bacino centrale, un fenomeno che influenza direttamente la densità dell’acqua e la circolazione oceanica globale.
Dall’altro lato del pianeta, in Antartide, il 2025 è stato il quarto anno consecutivo con un’estensione minima dei ghiacci inferiore ai 2 milioni di km², facendo seguito ai minimi storici del 2022 che avevano causato il primo fallimento riproduttivo di massa documentato nelle colonie di pinguino imperatore.
Le minacce climatiche toccano pesantemente anche i tropici e i Piccoli Stati Insulari in Via di Sviluppo (Sids), le cui Zone Economiche Esclusive custodiscono il 28% delle barriere coralline mondiali a rischio. Tra il 1982 e il 2025, circa un quarto di queste strutture coralline ha subito uno stress termico tale da provocare episodi di mortalità prolungata per oltre un mese, mettendo a rischio la biodiversità e la protezione naturale delle coste.
Dalla scienza alla prevenzione: il ruolo dei modelli previsionali
Il report, però, non si limita a tracciare lo stato dell’arte, ma valuta come i dati e le osservazioni oceanografiche si possano tradurre in strumenti di prevenzione per la gestione delle coste e delle infrastrutture. Un esempio emblematico è quello del Mar Baltico, dove il 21 novembre 2024, una tempesta eccezionale ha spinto le acque lontano dalle coste, provocando un crollo record di 153 centimetri del livello del mare nel Golfo di Botnia e bloccando i traghetti per 18 ore. I sistemi previsionali del servizio Copernicus Marine hanno dimostrato un’elevata accuratezza nel simulare l’evento con 3-4 giorni di anticipo, permettendo di gestire per tempo l’emergenza.
L’impiego di modelli numerici e di tecnologie avanzate – come il Digital Twin dell’Oceano dell’Unione europea che replica digitalmente l’attività dei mari e sfrutta dati satellitari, sensori in situ e intelligenza artificiale – consente oggi di simulare scenari futuri ed eventi meteo e marini estremi. Queste simulazioni forniscono informazioni cruciali per garantire la sicurezza della navigazione, progettare infrastrutture energetiche resilienti come i terminali galleggianti di stoccaggio e rigassificazione del gas naturale e proteggere i porti commerciali. Comprendere la complessa dinamica degli oceani si conferma così il primo passo indispensabile per guidare le politiche di adattamento e salvaguardare il nostro futuro.
