Lo scontrino non va sempre nell’indifferenziata: cosa è cambiato e come capire dove buttarlo

17 Settembre 2026
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Scontrino Cartaceo Canva

Se c’è una regola chiara a tutti, anche ai pochi italiani che non hanno ancora imparato a gestire bene la raccolta, è che gli scontrini vanno buttati nel bidone della raccolta indifferenziata. Anche questa regola, però, non è più una certezza: stanno diventando sempre più frequenti, infatti, nuovi scontrini che non usano la tradizionale carta termica e vanno smaltiti come carta.

Ecco come capire qual è la scelta giusta quando bisogna gettare uno scontrino.

Carta termica, ma quale?

Comieco, il Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica, ha aggiornato la classificazione degli scontrini fiscali distinguendo tre casi distinti:

  • carta comune non termica: fatture, ricevute o scontrini stampati con una stampante normale e su carta normale vanno nella raccolta della carta senza eccezioni;
  • carta termica senza fenoli, certificata e con indicazione esplicita sul retro: va nella raccolta della carta;
  • carta termica priva di certificazione esplicita, o con la sola scritta “Bpa free”: va nell’indifferenziato.

Questa terza casistica è quella che genera più errori, perché la maggioranza degli scontrini fiscali oggi in circolazione è ancora stampata su carta termica tradizionale, che “dà problemi nella fase di riciclo e contiene ancora sostanze chimiche indesiderate”, come specifica Comieco, aggiungendo esplicitamente che le scritte “senza Bpa” o “Bpa Free” non bastano a garantire che lo scontrino sia riciclabile.

Perché gli scontrini tradizionali sono un problema per il riciclo

Gli scontrini fiscali non vengono stampati con inchiostro, ma con una tecnologia a stampa termica diretta: il rotolo è rivestito da uno strato termosensibile che si scurisce a contatto con il calore generato dalla testina della stampante, senza bisogno di cartucce. Questo strato reattivo contiene composti fenolici (tra cui il bisfenolo A, Bpa, e in alcuni casi il bisfenolo S, Bps), utilizzati come sviluppatori di colore: sono la sostanza chimica che permette al calore di “disegnare” i caratteri sulla carta.

Il problema nasce quando questa carta chimica entra nel ciclo cartario insieme alla carta comune. Il documento tecnico di Comieco “ATC 2025-29 – Audit e Qualità”, che regola gli standard qualitativi della raccolta differenziata della carta su tutto il territorio nazionale, classifica esplicitamente la “carta chimica (es: scontrini e ricevute, carta carbone)” come rifiuto non conforme, da collocare nella categoria “altro rifiuto pesato” (di fatto un contaminante da respingere), quando contiene fenoli oppure quando manca l’apposita dicitura e il marchio sul retro.

La novità: carta termica senza fenoli e certificata

Accanto alla carta termica tradizionale esiste oggi una carta termica di nuova generazione, sviluppata con tecnologie prive di componenti chimici reattivi problematici, più resistente alla luce solare, all’umidità e agli agenti atmosferici, e solitamente riconoscibile per il colore blu o grigio del supporto.

Il colore, però, è solo un indizio, non una prova.

La prova decisiva è sempre l’indicazione esplicita stampata sul retro: la dicitura “va nella raccolta differenziata della carta”, accompagnata da un marchio che ne certifica la riciclabilità. Comieco precisa che questa certificazione deve attestare l’assenza sia di fenoli Bpa sia di Bps, e può essere rilasciata da Aticelca (l’associazione tecnica per la cellulosa e la carta) o da altro ente equivalente.
Nel sistema promosso da Assografici, questo standard è riconoscibile anche attraverso il marchio “Riciclami nella Carta – Senza Fenoli”, pensato per dare al consumatore un’indicazione inequivocabile.

Perché “Bpa free” non basta

Dal 2 gennaio 2020 il Regolamento (UE) 2016/2235 vieta l’immissione sul mercato di carta termica contenente bisfenolo A in concentrazione pari o superiore allo 0,02% in peso. Questa norma ha spinto l’industria cartotecnica ad abbandonare il Bpa come sviluppatore di colore. Tuttavia, l’uscita di scena del Bpa non equivale automaticamente a un supporto privo di altri fenoli, né tantomeno a un supporto riciclabile. La sola dicitura “Bpa free” stampata sullo scontrino non permette al cittadino di verificare se il Bps sia presente o assente, né se il produttore abbia ottenuto la certificazione di riciclabilità.

Il limite dei Comuni e dei gestori locali

Comieco fornisce l’indicazione tecnica valida a livello nazionale, ma le modalità operative di raccolta restano nelle mani del gestore locale del servizio rifiuti, che può adottare regole più prudenziali. Un esempio concreto arriva da Torino, dove Amiat, il gestore della raccolta differenziata urbana, indica ancora oggi gli scontrini genericamente tra i materiali da non conferire nella raccolta della carta, insieme a fazzoletti di carta, carta oleata, carta da forno e carta stagnola.

Questo significa che chi vive in un Comune la cui guida alla raccolta non fa ancora questa distinzione dovrebbe verificare le istruzioni ufficiali del proprio gestore locale (sito o app dedicata) prima di conferire nella carta anche uno scontrino apparentemente certificato. Non è corretto presumere che ogni Comune italiano abbia già recepito la distinzione introdotta da Comieco tra le due tipologie di carta termica.

Cosa vedere sullo scontrino

Nel dubbio, lo scontrino termico va nell’indifferenziato. Nella carta ci finisce solo quando il produttore lo dichiara chiaramente sul retro e una certificazione (Aticelca o equivalente) lo rende verificabile.

Mettere nella raccolta della carta un materiale non idoneo rischia di contaminare l’intera partita di macero, con conseguenze economiche dirette per gli impianti di gestione secondo gli standard di qualità fissati da Comieco. Al contrario, mandare nell’indifferenziato uno scontrino effettivamente certificato riciclabile significa rinunciare, per eccesso di prudenza, a recuperare materia che la filiera è già in grado di trattare correttamente.

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