Ogni anno miliardi di volatili attraversano continenti e oceani, ma le loro ‘superstrade naturali’ si stanno spezzando. Il loro arrivo ha da sempre scandito il cambio delle stagioni, portando il sorriso sulle labbra di chi alza gli occhi al cielo. Eppure, le rotte migratorie di tutto il pianeta si stanno svuotando a un ritmo spaventoso. A lanciare l’allarme è il nuovo rapporto scientifico State of the World’s Birds 2026, pubblicato l’11 settembre 2026 da BirdLife International (la più grande rete globale di organizzazioni per la conservazione della natura) in occasione del Global Flyways Summit a Nairobi, in Kenya, co-ospitato da Nature Kenya.
I dati presentati dal team scientifico, guidato dalla ricercatrice Lucy Haskell e dal Chief Scientist Stuart Butchart, tracciano un quadro drammatico: ben il 45% delle 1.843 specie di uccelli migratori del pianeta mostra popolazioni in costante calo. Non solo: una specie su nove (l’11%, pari a 200 specie) è ufficialmente minacciata di estinzione globale, con 32 specie classificate come “in pericolo critico”, 57 “in pericolo” e 111 “vulnerabili”.
La situazione è particolarmente grave per gli uccelli marini (dove il 49% delle specie migratrici è in declino) e per gli uccelli limicoli, ossia le specie che vivono lungo le coste e nei litorali fango-sabbiosi (dove il 54% è in calo e una su sette rischia l’estinzione). In Europa, i migratori a lungo raggio, come quelli che volano ogni anno tra il nostro continente e l’Africa sub-sahariana, hanno subito un crollo di circa il 35% dal 1980 ad oggi. In Nord America, tra il 1970 e il 2017 sono svaniti nel nulla ben 2,5 miliardi di uccelli migratori.
Dalle creature dei record alle prime estinzioni: quali animali stanno scomparendo?
Quando parliamo di uccelli migratori, parliamo della Sterna artica (anche detta Sterna paradisaea), l’uccello simbolo di BirdLife, un rapace marino che compie il viaggio più lungo del pianeta, volando da un polo all’altro per oltre 100.000 chilometri all’anno, l’equivalente di oltre quattro viaggi di andata e ritorno sulla Luna nell’arco della sua vita. Poi c’è il rondone comune (Apus apus), l’inconfondibile compagno delle nostre estati urbane, capace di rimanere in volo ininterrottamente fino a 10 mesi all’anno, mangiando, dormendo e persino accoppiandosi ad alta quota mentre si sposta tra l’Eurasia e l’Africa sub-sahariana. Ma anche il colibrì golarubino (Archilochus colubris): una minuscola creatura di soli tre grammi che riesce a sorvolare senza sosta l’intero Golfo del Messico per raggiungere la Costa Rica. O ancora, l’oca indiana (Anser indicus): in grado di sorvolare la catena dell’Himalaya a oltre 7.000 metri di altitudine dove l’aria è rarefatta, grazie a un sangue speciale con un’altissima affinità per l’ossigeno. Infine, il capovaccaio (Neophron percnopterus): piccolo avvoltoio migratore minacciato ma la cui popolazione nei Balcani sta tornando a stabilizzarsi grazie a progetti di protezione integrata.
Purtroppo per alcune specie il tempo è già scaduto. Nel 2025 è stata confermata l’estinzione ufficiale del chiurletto sottile (numenius tenuirostris), un elegante uccello che nidificava nelle paludi dell’Eurasia e svernava nelle lagune del Mediterraneo e del Nord Africa. L’ultimo esemplare avvistato sul pianeta risale al febbraio 1995 in Marocco. Si tratta della prima estinzione globale confermata di una specie aviaria nella terraferma eurasiatica e africana in epoca recente, portando a sette il numero di specie migratrici confermate o presunte estinte negli ultimi 150 anni.
Perché le loro ‘superstrade’ si stanno spezzando?
Gli uccelli migratori non si spostano a caso, ma seguono corridoi aerei ben precisi chiamati rotte migratorie. Durante il viaggio necessitano di tappe intermedie per riposarsi e nutrirsi. Se anche una sola di queste tappe viene distrutta, l’intera catena si spezza. Il rapporto evidenzia che il 58% dei siti chiave monitorati a livello mondiale si trova in condizioni “cattive o pessime”. Le cause del declino sono interamente riconducibili alle attività umane:
- Specie invasive e malattie (70%): che minacciano i nidi o diffondono epidemie come l’influenza aviaria ad alta patogenicità.
- Espansione e intensificazione agricola (52%): con la distruzione degli habitat naturali e l’uso prolungato di pesticidi.
- Cambiamento climatico (52%): che altera le stagioni e riduce la disponibilità di cibo nei momenti di sosta.
- Caccia illegale e bracconaggio (50%).
- Inquinamento (48%): compreso quello luminoso che disorienta i migratori notturni e le microplastiche negli oceani.
La svolta di Nairobi: alleanza mondiale da 6 miliardi di dollari
Di fronte a questo quadro, dal Global Flyways Summit di Nairobi è arrivato un segnale di speranza senza precedenti. Governi, scienziati, Ong e i vertici delle principali banche multilaterali di sviluppo hanno sottoscritto la Dichiarazione sulle Rotte Migratorie di Nairobi (Nairobi Flyways Declaration), mobilitando oltre 6 miliardi di dollari in finanziamenti dedicati alla tutela dei corridoi migratori.
Tra le iniziative, la Banca Asiatica di Sviluppo ha stanziato 3 miliardi di dollari per proteggere 50 zone umide strategiche lungo la rotta Asia Orientale-Australasia, mentre la Banca di Sviluppo dell’America Latina e dei Caraibi mobilità fino a 5 miliardi di dollari entro il 2050 per tutelare oltre 30 paesaggi terrestri e marini.
Le dichiarazioni ufficiali dei leader presenti al vertice confermano la gravità della situazione e la determinazione nell’agire. Come ha sostenuto Stuart Butchart, chief scientist di BirdLife International e senior editor del rapporto, in una nota: “Gli uccelli migratori sono sentinelle e i loro cali rivelano una pressione crescente sui sistemi naturali che ci sostengono. Ma la scienza è altrettanto chiara: la conservazione funziona, e un’azione coordinata impedisce le estinzioni favorendo la ripresa delle popolazioni. Le soluzioni esistono: ciò che serve ora è la loro attuazione su scala di rotte migratorie”. Parere condisivo da Paul Matiku, direttore esecutivo di Nature Kenya, secondo il quale “gli uccelli che nidificano in Europa, Asia e nell’Artico dipendono dalle nostre zone umide, praterie e foreste. La Dichiarazione di Nairobi e gli impegni finanziari riconoscono che le nazioni africane non sono semplici portatori di interessi: siamo i custodi delle soluzioni”.
