Quanto costa il progresso tecnologico? Qual è il prezzo da pagare per alimentare il boom dell’intelligenza artificiale? L’etichetta basta per garantire la effettiva sostenibilità della filiera dei minerali critici? Da queste domande parte la ricerca di “Not For Sale“ sulla schiavitù moderna e l’ecocidio, con un focus sullo sfruttamento dei minatori in Congo. Le ultime rivelazioni hanno fatto aumentare la pressione internazionale sul Congo e anche gli Stati Uniti chiedono maggiore trasparenza sulla filiera.
I ricercatori di Amnesty hanno corroborato i risultati della Ong, provando casi di lavoro forzato, reclutamento forzato, detenzione arbitraria, torture e uccisioni nei pressi della miniera di coltan di Rubaya, nel Nord Kivu, e della miniera d’oro di Lomera, nel Sud Kivu, entrambe in aree controllate dal Movimento del 23 marzo, noto come M23.
I video che circolano sui social raccontano, più di ogni parola, cosa sta avvenendo nel Paese africano.
Le prove raccolte da Amnesty consentono di andare oltre la cruenta cronaca per svelare le dinamiche (interne e internazionali) che rendono possibile questa situazione. L’associazione afferma che i minerali provenienti da queste zone sono stati trafficati in Ruanda, creando una catena di presunti abusi che inizia nel sottosuolo e si estende al commercio regionale e internazionale.
“La questione centrale – scrive Not For Sale – non è se il mondo possa semplicemente smettere di utilizzare i minerali critici, perché le moderne comunicazioni, le infrastrutture energetiche, i trasporti, la medicina, la produzione manifatturiera e la difesa dipendono tutti da essi. La questione più complessa è se i mercati internazionali siano in grado di costruire catene di approvvigionamento capaci di identificare la provenienza dei minerali, chi ha beneficiato della loro estrazione, cosa è successo alle persone che li hanno estratti e cosa è successo al territorio circostante prima che tali materiali scomparissero nel commercio globale”.
Torture e uccisioni nelle miniere del Congo: cosa ha scoperto Amnesty International
Amnesty International afferma di aver documentato a Rubaya e Lomera l’uccisione sommaria di diciotto minatori artigianali. Secondo le testimonianze raccolte dai ricercatori, dieci di loro sono stati picchiati a morte, due sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco e sei minatori rapiti sono stati successivamente ritrovati morti. L’organizzazione ha inoltre documentato casi di tortura, maltrattamenti, detenzione arbitraria e reclutamento forzato.
Il rapporto di Amnesty “RDC: ‘Non siamo venuti a giocare’“ si basa su interviste a ventisei persone, tra cui minatori artigianali, specialisti del settore minerario, proprietari di pozzi minerari e parenti di persone uccise, raccogliendo anche fotografie e video provenienti dalle aree minerarie. La ricerca si concentra su Rubaya nel Nord Kivu e Lomera nel Sud Kivu, due aree in cui, secondo Amnesty, il controllo armato ha creato le condizioni per gravi violazioni dei diritti umani legate all’estrazione mineraria.
Al centro di questa macchina, afferma l’organizzazione, c’è l’M23, che esercita uno stretto controllo su decine di siti minerari artigianali nel Nord e nel Sud Kivu, dove il sostentamento di decine di migliaia di persone dipende dall’attività minerari.
Secondo le testimonianze, i minatori sono costretti a lavorare sottoterra, a volte per periodi superiori a una settimana, e possono essere picchiati per aver chiesto delle pause, per non aver consegnato i minerali o per aver commesso presunte infrazioni minori. L’indagine di Amnesty documenta anche aree di detenzione sotterranee. In alcuni casi, il Movimento del 23 marzo avrebbe minacciato i minatori detenuti di essere trasferiti all’addestramento militare dell’M23 se non avessero pagato un riscatto.
Perché il Congo è importante per lo sviluppo tecnologico
La Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi produttori di minerali più importanti al mondo. I dati dell’Us Geological Survey mostrano che nel 2024 la Rdc ha rappresentato circa il 51% della produzione mondiale di tantalio, un metallo estratto dal coltan e utilizzato nella tecnologia moderna per la sua capacità di immagazzinare carica elettrica e resistere a calore e corrosione. Secondo la stessa indagine, i minatori artigianali e su piccola scala svolgono un ruolo importante – nella produzione congolese di tantalio, oro, stagno e altri minerali. Inoltre, il Congo rappresenta circa il 75% della produzione mondiale di cobalto.
In particolare, il Congo Orientale è una miniera a cielo aperto di coltan, cobalto, oro e uranio. Chi controlla il territorio controlla i profitti del contrabbando di questi minerali necessari alle aziende tecnologiche di tutto il pianeta.
Lo sfruttamento ambientale
La insostenibilità sociale va di pari passo con quella ambientale. Uno studio del 2024 pubblicato su Nature Sustainability ha rilevato che l’apertura di miniere artigianali può innescare una deforestazione che si estende ben oltre l’area fisica della miniera. Secondo le stime dei ricercatori, la perdita indiretta di foreste associata all’agricoltura e agli insediamenti intorno alle aree è di gran lunga maggiore rispetto alla foresta disboscata direttamente per l’estrazione. Nell’area osservata della Repubblica Democratica del Congo orientale, l’attività mineraria artigianale è responsabile di almeno il 6,6% della deforestazione totale.
Gli Usa chiedono maggior controllo sulla sostenibilità della filiera
Sei giorni prima della pubblicazione del rapporto, il governo congolese ha annunciato la creazione di una task force congiunta tra la Repubblica Democratica del Congo e gli Stati Uniti, volta ad accelerare l’attuazione di una partnership strategica sui minerali con gli Stati Uniti mentre la pressione internazionale si sta spostando verso sanzioni legali mirate sulla catena di approvvigionamento.
Il 28 settembre 2026, l’House Ways and Means Committee del Congresso degli Stati Uniti ha approvato una nuova legislazione restrittiva:
- Il provvedimento ordina alla Forced Labor Enforcement Task Force di avviare un’indagine formale sulla catena del cobalto della Rdc;
- L’obiettivo è bloccare l’ingresso nel mercato statunitense di prodotti tecnologici finiti che contengono cobalto estratto tramite lavoro minorile o forzato, analizzando in particolare il ruolo delle entità cinesi che controllano la maggior parte dei siti estrattivi nel Paese.
Diversi rapporti internazionali confermano che la distinzione tra “miniere artigianali informali” e “miniere controllate da cartelli criminali o milizie” si sta assottigliando. L’instabilità causata dal progressivo ritiro della missione Onu (Monusco) ha lasciato ampi territori minerari in mano a gruppi armati, traducendosi in un aumento diretto della tratta e dello sfruttamento dei minori sul campo.
A gennaio, secondo un portavoce del governatore della provincia in cui si trova la miniera, nominato dai ribelli, oltre duecento persone sono morte a causa del crollo della miniera di coltan di Rubaya, nella Congo Orientale.
In questo contesto, Not For Sale sottolinea che un minerale non può essere considerato di provenienza responsabile solo perché la sua documentazione appare legittima alla fine della catena di approvvigionamento. E che non è la ricchezza mineraria in sé il problema del Congo, afflitto da decenni da una guerra civile che provoca morti, sfruttamento nelle miniere e tratta sessuale.
“Il traffico di esseri umani legato ai conflitti non avviene nel vuoto. Riflette uno sfruttamento sessuale sistematico, la disuguaglianza di genere e una debole protezione dei minori, con bambini che vivono in strada, bambini con disabilità, bambini indigeni e bambini che vivono in povertà, esposti a un rischio molto elevato di subire ogni forma di sfruttamento”, scriveva già un anno fa Siobhán Mullally, Relatrice speciale sul traffico di persone in questa dichiarazione.
L’Onu denuncia il “Regno del terrore”
L’Onu e il governo congolese accusano direttamente il Ruanda di finanziare, armare e persino dirigere le operazioni dell’M23 sul suolo congolese. Il Ruanda nega, accusando a sua volta il Congo di proteggere le Fdlr, una milizia Hutu legata ai responsabili del genocidio ruandese del 1994. Il 21 luglio 2026, esperti indipendenti dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno rilasciato una dichiarazione ufficiale per chiedere la fine del “regno del terrore” dell’M23 nell’est della Rdc. Le Nazioni Unite hanno denunciato un aumento “scioccante” di torture, esecuzioni e l’uso sistematico dello stupro di massa e delle violenze sessuali come arma geopolitica per terrorizzare la popolazione civile.
