Pensione, perché i giovani temono di non vederla mai

Il 42% è convinto di arrivare all'età anziana senza alcuna preparazione finanziaria
1 Ottobre 2026
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Donna esausta lavoro canva
(Canva)

Noi la pensione non la vedremo mai. È questo il mantra che accompagna le giornate lavorative dei giovani. Un’inquietudine economica profonda e sistemica che si sta diffondendo tra le nuove generazioni, travalicando le frontiere nazionali per configurarsi come una vera e propria frattura sociale ed emotiva del nostro tempo. Sotto la spinta di carriere frammentate, salari stagnanti e sistemi di welfare in affanno, sempre più giovani in tutto l’Occidente si identificano nell’acronimo “Nerd”, l’emblematica etichetta finanziaria di Never Ever Retiring Demographic. Si tratta della descrizione clinica di una condizione psicologico-economica collettiva: la certezza interiorizzata di dover lavorare per sempre e la convinzione che il riposo previdenziale sia ormai un privilegio estinto.

Dai mercati anglosassoni al bacino mediterraneo, l’ansia da pensione ha cessato di essere un timore individuale per diventare una nevrosi generazionale, alimentata dalla percezione di un orizzonte futuro totalmente privo di garanzie e dalla drammatica consapevolezza di essere la prima coorte dell’era moderna destinata a uno standard di vita inferiore a quello dei propri genitori.

I dati del disagio giovanile

L’analisi dei dati internazionali comporrà la radiografia di un collasso di fiducia che attraversa l’intera mappa dell’economia occidentale. Nel Regno Unito, l’ultimo rapporto del Pensions Policy Institute ha rilevato che il 46% dei giovani della Gen Z considera l’istituto della pensione come un relitto del passato, convinto che esso cessi del tutto di esistere prima del proprio ritiro. In Germania, le rilevazioni diffuse da Presse Portal hanno confermato la medesima rottura del patto intergenerazionale, con il 51% dei ragazzi che dichiara di non credere minimamente nella possibilità di accedere in futuro a un assegno pensionistico statale. Oltreoceano, il 2026 Planning & Progress Study condotto negli Stati Uniti attesta come il 42% della Gen Z si dica certo di arrivare all’età anziana senza alcuna preparazione finanziaria. In questo quadro di diffuso disincanto, l’Italia rappresenta l’epicentro acuto della precarietà giovanile: secondo la Global Gen Z and Millennial Survey redatta da Deloitte, circa 6 giovani italiani su 10 dichiarano di vivere continuamente stipendio dopo stipendio, esposti a una vulnerabilità quotidiana che impedisce ogni pianificazione a lungo termine.

La stima dei giovani nel nostro Paese che temono di non poter mantenere un tenore di vita e un benessere economico adeguati al momento del ritiro supera di circa 20 punti percentuali la media globale, segnalando come la sfiducia strutturale abbia qui raggiunto livelli di guardia non più sostenibili.

Cosa c’è dietro l’ansia

Questa rassegnazione di massa affonda le sue radici in un corto circuito culturale e comunicativo che travolge le coorti più giovani. I dati del Financial Literacy Report 2026 evidenziano un marcato divario di competenze: appena il 12% della Gen Z raggiunge un livello elevato di alfabetizzazione finanziaria, a fronte del 22% riscontrato tra la generazione dei Baby Boomer.

Un analfabetismo funzionale che si traduce in una pericolosa paralisi comportamentale. Come attesta la ricerca People’s Pension 2026, il 47% dei giovani tra i 18 e i 27 anni non gestisce né monitora in alcun modo la propria posizione previdenziale, mentre uno su 8 ha interrotto del tutto la quota di risparmio destinata al futuro, sopraffatto dall’idea irrazionale ma pervasiva di dover lavorare per sempre. A generare questo distacco è peraltro la qualità stessa del messaggio pubblico: il 36% dei ragazzi attribuisce la propria disaffezione a un impianto comunicativo inefficace, dominato da un ostico gergo tecnico e da toni esclusivamente allarmistici che generano rifiuto anziché proattività. Si consuma così il paradosso della rassegnazione: un consistente 70% dei Gen Z dichiara infatti che avrebbe iniziato a risparmiare in anticipo se solo gli fosse stato spiegato in modo chiaro che avviare un piano ad appena vent’anni può teoricamente raddoppiare il capitale accumulato alla fine del percorso rispetto a un’attivazione posticipata a trent’anni, grazie alla forza della capitalizzazione composta e del fattore tempo.

La previdenza complementare e i limiti dell’adesione passiva

Spostando l’indagine sul contesto italiano, l’assenza di visione prospettica si riflette nei numeri crudi forniti dall’ultima relazione della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione: solo il 20,8% degli under 35 risulta iscritto a una forma di previdenza integrativa, il che significa che oltre 4 giovani su 5 sono privi di qualsiasi secondo pilastro. Dinanzi a questo vuoto, le proposte governative mirate ad ampliare la platea degli iscritti attraverso meccanismi di adesione automatica rischiano tuttavia di rivelarsi un’illusione d’ottica.

Come ha osservato Valerio Marchetti, Ambassador di Fineco, l’iscrizione passiva o calata dall’alto rappresenta un’arma spuntata se non viene integrata da una vera e propria crescita della cultura finanziaria di base. Collocare d’ufficio un neoassunto all’interno di un fondo pensione non lo rende ipso facto capace di valutare un comparto di investimento coerente con il proprio orizzonte temporale, né di comprendere la gestione dei costi, l’allocazione degli asset o la lettura dei rendiconti periodici. Senza una comprensione attiva, i lavoratori rischiano di restare bloccati per trenta o quarant’anni in comparti garantiti a bassissimo rendimento, del tutto inadeguati a proteggere il capitale dall’erosione dell’inflazione, per poi ritrovarsi a sessant’anni con una copertura complementare del tutto insufficiente e vanificata nella sua efficacia reale.

Dalla scuola ai nuovi linguaggi digitali

Per convertire la paralisi dell’ansia in una pianificazione consapevole e tempestiva occorre riconsiderare radicalmente le architetture educative e i canali di ingaggio delle nuove generazioni. La svolta non può che partire dal sistema scolastico: Valerio Marchetti individua come misura primaria l’introduzione obbligatoria di un’ora di educazione finanziaria nei programmi scolastici, intesa quale disciplina autonoma in grado di fornire alle future classi lavoratrici gli strumenti concettuali minimi per interpretare il valore del risparmio e la dinamica dei mercati. A questa alfabetizzazione d’aula va affiancata la rivoluzione dei linguaggi, migrando dalle polverose circolari informative ai canali nativi dei più giovani: dai podcast divulgativi ai format brevi per smartphone, fino ai contenuti social gestiti con rigore e all’integrazione di chatbot di prima consultazione per rispondere in modo rapido e disintermediato ai dubbi dei ragazzi.

In questo ecosistema rinnovato, la professione del consulente finanziario dovrebbe evolvere da mero distributore di prodotti a figura pedagogica ed empatica, capace di mettersi in un ascolto autentico delle priorità, dei valori e della flessibilità esistenziale delle nuove leve.

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