A Portopalo di Capo Passero, nella Sicilia sud-orientale, i pescatori hanno portato a riva un granchio che non appartiene alla fauna abituale dei mari italiani. Il nome scientifico è Gonioinfradens giardi: è una specie originaria del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, comparsa nel Mediterraneo negli ultimi anni e segnalata in Italia a partire dal 2025. Dopo il primo ritrovamento, secondo le ricostruzioni disponibili, sono stati osservati altri esemplari nella stessa area, fino ad almeno undici individui censiti nelle settimane successive.
Nel linguaggio comune è stato chiamato “granchio rosso”, una definizione utile per distinguerlo dal più noto granchio blu, ma non sempre precisa dal punto di vista scientifico. Nel Mediterraneo circolano infatti più specie aliene di granchi, alcune provenienti dall’Atlantico, altre dall’Indo-Pacifico e dal Mar Rosso. Il colore, da solo, non identifica una specie né permette di stimarne l’impatto.
Il caso arriva dopo l’espansione del granchio blu atlantico, Callinectes sapidus, specie originaria delle coste occidentali dell’Atlantico e oggi presente in modo massiccio nel Mediterraneo, in particolare in Adriatico, vicino a lagune ed estuari. Ispra lo descrive come una specie aliena per il Mediterraneo, ormai ampiamente diffusa e oggetto di raccolta di segnalazioni dedicate.
Il nuovo ritrovamento non equivale, allo stato attuale, a una crisi paragonabile a quella del granchio blu. Indica però un fenomeno più ampio: l’arrivo e l’insediamento progressivo di specie marine non native in un Mediterraneo che si scalda, si tropicalizza e diventa più adatto alla sopravvivenza di organismi provenienti da bacini più caldi.
Dal granchio blu al granchio rosso
Il granchio blu che ha colpito le produzioni di molluschi in Italia è Callinectes sapidus. È originario dell’Atlantico occidentale, dalle coste del Nord America fino all’America meridionale, ed è un predatore generalista. Vive bene in ambienti costieri, lagune, estuari e fondali sabbiosi o fangosi. Secondo ARPA Veneto, è considerato tra le specie aliene più invasive del Mediterraneo; può nutrirsi di bivalvi come cozze, vongole e ostriche, ma anche di gasteropodi, crostacei, anellidi, insetti, pesci e alghe.
La sua diffusione ha avuto effetti economici rilevanti perché ha interessato aree produttive già organizzate intorno alla molluschicoltura. La pressione predatoria su vongole e altri bivalvi ha reso il granchio blu un problema non solo ambientale, ma anche produttivo. In Italia il fenomeno si è concentrato soprattutto nell’Adriatico e nelle zone lagunari, dove le condizioni ecologiche sono compatibili con la specie.
Il “granchio rosso” segnalato in Sicilia appartiene invece a un’altra storia biologica e geografica. Gonioinfradens giardi è originario del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano. Secondo l’Università di Catania, la sua presenza nel Mediterraneo è relativamente recente: il primo avvistamento risale al 2010 nelle acque greche di Rodi. Da lì, la distribuzione è progredita verso ovest, con segnalazioni nell’Egeo, nel Levante e nello Ionio. Il ritrovamento in Sicilia rappresenta il limite più occidentale noto della sua distribuzione mediterranea.
La dinamica è coerente con quella delle specie cosiddette lessepsiane, cioè organismi che entrano nel Mediterraneo dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez. Questo corridoio biologico, insieme al traffico marittimo e al trasporto navale, è una delle principali vie di ingresso delle specie non native nel bacino mediterraneo.
Non è l’unico granchio alieno segnalato in Italia. Nel 2023 il Cnr-Irbim ha documentato nell’Adriatico la presenza di Portunus segnis, chiamato anche granchio blu del Mar Rosso. È una specie originaria del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano occidentale, già osservata in Sicilia e poi catturata nell’area di Ancona. Il Cnr ha indicato che questa specie, morfologicamente ed ecologicamente simile al granchio blu atlantico, ha già colonizzato settori orientali del Mediterraneo e in Tunisia è diventata una risorsa di pesca rilevante dopo una fase iniziale di forte impatto sulla pesca locale.
Il dato tunisino è importante perché mostra che l’arrivo di una specie aliena può avere traiettorie diverse: prima impatto sugli ecosistemi e sulle attività economiche, poi eventuale integrazione in filiere commerciali. Questo passaggio non elimina il problema ecologico, ma modifica il rapporto tra specie invasiva e sistemi produttivi.
Nel caso di Gonioinfradens giardi, il numero di esemplari osservati in Italia è ancora limitato. La segnalazione di Portopalo e i successivi ritrovamenti indicano una presenza da monitorare, non una popolazione già estesa come quella del granchio blu atlantico. La distinzione è rilevante: una specie aliena può essere occasionale, stabilizzata o invasiva. Solo nell’ultimo caso produce effetti misurabili e persistenti su ecosistemi, biodiversità, pesca o acquacoltura.
L’Italia si trova quindi davanti a livelli diversi di fenomeno. Da una parte c’è Callinectes sapidus, già diffuso e con impatti economici documentati. Dall’altra ci sono specie indo-pacifiche come Gonioinfradens giardi e Portunus segnis, con distribuzioni ancora in evoluzione e impatti da definire caso per caso.
Il dato comune è la trasformazione ambientale. Secondo il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, il successo del granchio blu è collegato anche al riscaldamento delle acque, che rende gli ambienti mediterranei più idonei alla sopravvivenza e alla proliferazione di specie aliene.
Mediterraneo più caldo, pesca esposta
Il Mediterraneo è uno dei mari più esposti all’arrivo di specie non native. La combinazione tra aumento delle temperature, traffico marittimo, collegamento con il Mar Rosso e trasformazioni degli habitat costieri crea condizioni favorevoli all’insediamento di organismi tropicali o subtropicali.
Il caso del granchio blu ha mostrato gli effetti possibili quando una specie aliena trova un ambiente adatto. Callinectes sapidus è onnivoro, resistente, mobile e capace di colonizzare zone costiere e lagunari. L’alimentazione comprende una quota importante di bivalvi: secondo Arpa Toscana, può nutrirsi di gasteropodi, bivalvi per il 30-40%, crostacei per il 15-20% e, in misura minore, piccoli pesci, vermi e meduse.
Questi dati spiegano il collegamento con la molluschicoltura. Le lagune e gli estuari che ospitano vongole, cozze e ostriche sono anche ambienti favorevoli per il granchio blu. Quando la densità della specie aumenta, la predazione può incidere sulle rese produttive e sulla sostenibilità economica delle imprese locali.
Nel 2025 è stato pubblicato un piano di intervento nazionale per il contenimento della diffusione del granchio blu. Il documento del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica identifica Callinectes sapidus come specie originaria delle coste atlantiche occidentali, dalla Nuova Scozia all’Argentina, e affronta il tema del contenimento e della gestione della specie in Italia.
La gestione delle specie aliene marine presenta però limiti specifici. In ambiente marino aperto è difficile eradicare una specie dopo che si è stabilizzata. Le azioni possibili riguardano soprattutto il monitoraggio, il contenimento locale, la pesca mirata, la raccolta dati e il coordinamento tra istituzioni, ricerca e operatori economici.
Per il “granchio rosso” siciliano, il quadro è ancora diverso. I dati disponibili indicano una presenza localizzata, con primi esemplari rinvenuti a Portopalo di Capo Passero e successive osservazioni nella stessa area. L’Università di Catania segnala che la sua espansione verso ovest potrebbe essere più ampia di quanto già documentato, ma gli effetti su biodiversità ed economia non sono ancora quantificati.
Il monitoraggio diventa quindi la variabile principale. La fase iniziale di arrivo di una specie è quella in cui la raccolta di informazioni può aiutare a comprendere distribuzione, abbondanza, periodo riproduttivo, dieta, habitat preferiti e interazioni con specie locali. Senza questi dati, il passaggio da segnalazione isolata a popolazione stabile può essere rilevato in ritardo.
Un altro elemento è la collaborazione con i pescatori. Nel caso del granchio blu, Ispra ha attivato anche canali di raccolta delle segnalazioni. Questo tipo di citizen science applicata al mare consente di intercettare presenze diffuse in aree difficili da coprire solo con campagne scientifiche.
Per le filiere della pesca, il tema non riguarda solo il danno diretto. Le specie aliene possono modificare le catture, danneggiare reti e attrezzi, competere con specie commerciali, alterare catene trofiche e spostare il valore economico verso nuove risorse. Nel caso di Portunus segnis, il Cnr segnala che in Tunisia la specie è diventata una delle risorse di pesca più importanti, trasformata e commercializzata sui mercati esteri.
Questo non significa che ogni specie aliena possa diventare una risorsa. La commerciabilità dipende da taglia, abbondanza, qualità delle carni, domanda di mercato, costi di raccolta, sicurezza alimentare e regole sanitarie. Inoltre, lo sfruttamento commerciale non coincide automaticamente con il contenimento ecologico: se la popolazione continua a crescere, il prelievo può ridurre la pressione locale ma non necessariamente invertire la diffusione.

