“Oro liquido”, la scommessa hi-tech per trasformare l’urina nel fertilizzante del futuro

Riciclando l'urina di tutta la popolazione europea, si potrebbe coprire circa il 30% del fabbisogno continentale di azoto
5 Giugno 2026
2 minuti di lettura
Urina fertilizzante canva
Urina fertilizzante canva

Nelle sedi dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) a Parigi, un gesto quotidiano e banale come andare in bagno è stato trasformato in un atto di avanguardia ecologica: l’urina del personale non viene semplicemente scaricata nelle fogne, ma intercettata alla fonte per essere convertita in una risorsa preziosa. Mentre l’instabilità geopolitica fa impennare i costi dei fertilizzanti sintetici, mettendo a rischio la sicurezza alimentare, una startup svizzera, VunaNexus, sta dimostrando che la soluzione potrebbe trovarsi proprio nei nostri scarti biologici.

Una risposta alla crisi globale dei fertilizzanti

Per decenni, l’agricoltura moderna è dipesa quasi esclusivamente dai concimi chimici. I recenti eventi geopolitici hanno esposto la fragilità di questo sistema. L’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 ha causato un’impennata dei prezzi, trasformando quello che era visto come un progetto di nicchia in una necessità strategica.

La vulnerabilità è strutturale: circa un terzo del commercio globale di materie prime per fertilizzanti e un quinto delle spedizioni di gas fossile necessario per produrli transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo le Nazioni Unite, lo choc delle forniture e l’aumento dei prezzi mettono a rischio di fame acuta circa 45 milioni di persone nei Paesi più poveri. In questo panorama, VunaNexus ha proposto un’alternativa locale e sostenibile per aumentare la resilienza urbana.

La tecnologia: separare i rifiuti

L’urina è una risorsa straordinariamente concentrata: pur rappresentando meno dell’1% del volume totale delle acque reflue, contiene oltre l’80% delle sostanze che non vorremmo finissero nell’ambiente, come azoto, fosforo e residui farmaceutici. Separarla alla fonte, secondo il Ceo David de Chambrier, rende il trattamento molto più semplice ed efficiente, un po’ come avviene per il riciclo dei minerali nell’elettronica o delle batterie.

Il sistema si avvale di toilette a separazione che esteticamente non differiscono da quelle tradizionali, ma inviano il liquido puro in un impianto di trattamento situato solitamente nel seminterrato dell’edificio. Il processo si articola in diverse fasi:

  • Rimozione dei micropolucinanti: vengono eliminati antibiotici e altri residui farmaceutici.
  • Concentrazione dei nutrienti: vengono isolati l’azoto e il fosforo, essenziali per la crescita delle piante.
  • Pastorizzazione: il liquido viene riscaldato a 90 gradi per eliminare virus e patogeni.
  • Recupero idrico: l’acqua distillata prodotta viene reiniettata nel sistema di scarico dell’edificio.

Il prodotto finale è Aurin, l’unico fertilizzante minerale certificato al mondo composto interamente da urina umana, approvato dalle autorità svizzere e francesi per l’uso su ogni tipo di pianta.

Dalle radici africane alle metropoli europee

Nonostante l’attuale impiego in contesti prestigiosi – come una delle maggiori banche private di Ginevra o un nuovo eco-quartiere a Parigi (il più grande progetto del genere in Europa) – la tecnologia ha radici profonde nella ricerca umanitaria.

L’azienda è nata dal progetto di ricerca Vuna (Valorisation of Urine Nutrients in Africa), condotto tra il 2010 e il 2015 dall’istituto svizzero Eawag a Durban, in Sudafrica. In lingua isiZulu, “Vuna” significa raccolto. In quell’occasione vennero installate oltre 80.000 toilette a secco nelle zone periferiche della città, dimostrando che il fertilizzante derivato dall’urina poteva nutrire efficacemente le coltivazioni di mais locali.

La sfida dell’economia circolare

La visione di VunaNexus è ambiziosa: riciclando l’urina di tutta la popolazione europea, si potrebbe coprire circa il 30% del fabbisogno continentale di azoto. Tuttavia, la sfida economica resta imponente. Su piccola scala, produrre un chilo di azoto dall’urina costa ancora dalle 40 alle 50 volte in più rispetto ai fertilizzanti sintetici.

Per colmare questo gap, de Chambrier sostiene che la startup debba scalare la produzione e, soprattutto, essere remunerata per il servizio di trattamento delle acque reflue che fornisce alla città. L’obiettivo finale non è solo commerciale: è chiudere il cerchio, trasformando quello che il co-fondatore Richard Dobson dell’Ong Asiye eTafuleni ha definito al Guardian un “fastidio pubblico” in un “bene urbano”. Il sogno è riportare questa tecnologia dove tutto è iniziato, offrendo soluzioni dignitose e autosufficienti anche nelle aree rurali più povere del mondo.

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