La Cina dà la carta d’identità ai robot umanoidi: già 28mila registrati

Il codice servirà a identificare produttore, modello e numero seriale di ogni macchina. Dietro la misura ci sono richiami, manutenzione, cybersecurity e responsabilità.
3 Giugno 2026
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Robot carta identita canva

Prima di entrare in fabbrica, muoversi in un magazzino o finire in un laboratorio, ogni robot umanoide cinese dovrà avere un’identità. Non un nome, non un documento da cittadino, ma un codice digitale di 29 cifre: una targa industriale per sapere chi lo ha prodotto, a quale modello appartiene, quando è stato immesso sul mercato, dove viene usato, se è stato riparato, aggiornato, rivenduto o ritirato.

La Cina ha lanciato un sistema nazionale di “digital ID” per i robot umanoidi, collegato a una piattaforma per la gestione dell’intero ciclo di vita delle macchine. La regola, secondo la stampa statale cinese, è semplice: ogni umanoide dovrà essere registrato con un codice univoco. La piattaforma è stata presentata a Pechino dal sistema di standardizzazione legato al ministero dell’Industria e dell’Information Technology, il Miit, e nasce per creare un quadro comune su sicurezza, tracciabilità, responsabilità e accesso al mercato.

I numeri danno la misura della posta in gioco. Il sistema, al momento del lancio, copriva già più di 100 aziende, oltre 200 modelli e più di 28mila robot umanoidi registrati. Il codice è diviso in quattro parti: due cifre per il Paese, quattro per l’azienda, sei per il modello di prodotto e diciassette per il numero seriale. L’obiettivo è identificare ogni macchina come esemplare unico, non solo come prodotto di una certa marca.

La formula “carta d’identità dei robot” colpisce perché sembra fantascienza. In realtà è una misura molto pratica. Pechino non sta riconoscendo diritti ai robot, né li sta trasformando in cittadini elettronici. Sta provando a fare con gli umanoidi quello che già si fa con auto, dispositivi medici, droni, macchinari industriali e prodotti ad alto rischio: sapere da dove vengono, come sono stati usati, chi li ha messi in circolazione e chi deve rispondere se qualcosa va storto.

La differenza è che un umanoide non è un oggetto qualunque. Ha braccia, gambe, sensori, telecamere, software, modelli di intelligenza artificiale e capacità di muoversi in ambienti pensati per le persone. Può sollevare oggetti, ispezionare una linea produttiva, lavorare vicino agli operai, ricevere aggiornamenti da remoto, raccogliere dati dall’ambiente. Quando una macchina del genere sbaglia, non basta più dire “è difettosa”. Bisogna sapere quale macchina è, quale software montava, chi l’ha aggiornata, chi l’ha manutenuta e se era autorizzata a fare quel lavoro.

Cosa finirà nella carta d’identità dei robot

Il codice digitale cinese funziona come una combinazione tra targa, numero di telaio e libretto di manutenzione. Serve a seguire il robot dalla progettazione alla produzione, dalla vendita all’utilizzo quotidiano, fino alla riparazione, al richiamo, al riciclo o allo smaltimento. La piattaforma nasce anche per affrontare un problema già emerso nell’industria: i produttori usavano sistemi di codifica diversi, difficili da confrontare. In un mercato piccolo il problema è gestibile. In un mercato che Pechino vuole far crescere rapidamente, la frammentazione diventa un rischio. Se un robot viene rivenduto, ricondizionato o modificato, deve restare tracciabile. Se un componente presenta un difetto comune, bisogna sapere quali esemplari lo montano. Se un software produce movimenti pericolosi, bisogna capire su quali robot è stato installato.

La stessa logica vale per i richiami. Il sistema cinese prevede che i produttori richiamino le macchine in caso di difetti comuni. Le fonti cinesi parlano anche di divieto di ricondizionare e rivendere robot già rottamati: un punto importante, perché un mercato secondario senza controlli rischierebbe di rimettere in circolazione umanoidi non sicuri, modificati o non più conformi. È lo stesso principio che conosciamo dalle auto: se un airbag, una batteria o un sistema di frenata hanno un problema, il produttore deve individuare i veicoli coinvolti. Con gli umanoidi il tema è più delicato, perché il difetto può essere fisico o software. Può riguardare un giunto, una mano robotica, una batteria, un sensore di profondità, un algoritmo di equilibrio, un modello di visione o un aggiornamento di controllo motorio.

Il punto non è solo evitare incidenti. È assegnare responsabilità. Se un robot cade addosso a una persona, chi paga? L’azienda che l’ha prodotto? Quella che ha fornito il software? Il manutentore? Il cliente che lo ha usato fuori contesto? Chi ha autorizzato l’ultimo aggiornamento? Senza un’identità tecnica e una storia leggibile, ogni incidente rischia di trasformarsi in un rimpallo.

Per questo la carta d’identità dei robot è meno simbolica di quanto sembri. Non serve al robot per “esistere”. Serve a chi lo compra, lo assicura, lo certifica, lo usa, lo controlla o lo richiama.

La corsa cinese tra fabbriche, dati e fondi pubblici

La Cina si sta muovendo prima che gli umanoidi diventino davvero di massa. Oggi non lo sono ancora. Secondo un’analisi Merics (Mercator Institute for China Studies), nel 2025 la Cina ha prodotto circa 12.800 robot umanoidi, circa il 90% del totale globale, ma il numero resta minuscolo rispetto ai 556mila robot industriali prodotti ogni anno. Gli umanoidi sono ancora usati soprattutto in centri di addestramento, laboratori di ricerca, logistica e alcuni contesti manifatturieri. Non stanno sostituendo in massa gli operai.

Anzi, il limite tecnologico resta evidente. Sempre Merics ricorda che, secondo il fondatore di UBTech, nelle fabbriche cinesi gli umanoidi sono ancora “solo metà efficienti” rispetto agli esseri umani. Mancano ancora destrezza, affidabilità, autonomia, capacità di lavorare per ore in contesti sporchi, variabili, pieni di imprevisti. Ed è proprio qui che la scelta cinese diventa interessante. Pechino non sta regolando un esercito di robot già pronto a invadere le fabbriche. Sta preparando le regole per un settore che vuole far crescere.

La robotica umanoide è ormai una priorità industriale per la Cina. A Shanghai, AgiBot utilizza decine di umanoidi in un sito di raccolta dati dove le macchine possono lavorare fino a 17 ore al giorno. Gli operatori umani le addestrano a svolgere azioni ripetute: piegare una maglietta, preparare un panino, aprire porte, afferrare oggetti, correggere movimenti. L’obiettivo non è vendere subito il domestico robotico perfetto, ma accumulare dati fisici: movimenti, errori, correzioni, interazioni con oggetti reali. Nel mondo dell’Ai generativa i modelli si addestrano su testi, immagini e video; nella robotica incarnata servono dati su mani, peso, attrito, equilibrio, spazio e presa.

Anche il sostegno pubblico mostra quanto Pechino consideri strategico il settore. Nell’ultimo anno sono stati destinati oltre 20 miliardi di dollari alla robotica umanoide e alle tecnologie collegate, mentre un fondo statale da 1.000 miliardi di yuan punta a sostenere startup attive nell’intelligenza artificiale e nella robotica. A questi strumenti si aggiungono fondi locali a Shenzhen, Pechino e Wuhan e un aumento degli acquisti pubblici: la spesa statale cinese per umanoidi e tecnologie connesse è passata da 4,7 milioni di yuan nel 2023 a 214 milioni nel 2024.

Unitree è il caso più visibile. I suoi robot sono apparsi al gala televisivo del Capodanno lunare, lo show più seguito in Cina, in una coreografia di arti marziali con spade e nunchaku. Ma dietro l’immagine pop c’è un’azienda che nel 2026 ha presentato domanda di quotazione a Shanghai per raccogliere 4,2 miliardi di yuan, circa 610 milioni di dollari. Nel 2025 i ricavi operativi di Unitree sono cresciuti del 335%, arrivando a 1,708 miliardi di yuan. Gli umanoidi sono diventati il motore della società: pesavano il 27,6% dei ricavi principali nel 2024 e sono saliti al 51,5% nei primi nove mesi del 2025. L’azienda ha spedito oltre 5.500 unità l’anno scorso, pari al 32,4% del mercato globale degli umanoidi, secondo il prospetto societario.

Il costo è un’altra variabile decisiva. Secondo le stime di Bank of America Securities, la distinta base media di un robot umanoide potrebbe scendere a circa 35mila dollari entro la fine del 2026 e arrivare a 17mila dollari entro il 2030, se la maggior parte dei componenti sarà prodotta in Cina. Alcune startup cinesi propongono già modelli a partire da circa 88mila yuan, poco più di 12mila dollari. Se Pechino riuscirà ad abbassare il costo dell’hardware come ha fatto con auto elettriche, batterie e pannelli solari, gli umanoidi potrebbero smettere di essere oggetti sperimentali e diventare strumenti acquistabili da aziende, laboratori e centri logistici.

Anche le previsioni internazionali, pur molto diverse tra loro, aiutano a capire perché la Cina voglia muoversi in anticipo. Goldman Sachs stima che il mercato globale degli umanoidi possa arrivare a 38 miliardi di dollari nel 2035, con 1,4 milioni di unità spedite. Morgan Stanley, in uno scenario molto più lungo e aggressivo, ipotizza un mercato superiore ai 5.000 miliardi di dollari entro il 2050, includendo robot, componenti, filiere, manutenzione e servizi, con oltre un miliardo di umanoidi in uso.https://prometeo.adnkronos.com/smart-cities/cina-cani-robot-droni-metro-hefei-full-space-robot-cluster/

Perché gli umanoidi sono anche un caso di sicurezza

La carta d’identità dei robot non riguarda solo l’hardware. Riguarda soprattutto l’unione tra corpo meccanico e software. Un umanoide moderno è una macchina aggiornabile: può ricevere nuove funzioni, correzioni, modelli di intelligenza artificiale, procedure di sicurezza. Questo lo rende migliorabile, ma anche vulnerabile. Il problema è molto semplice: se un computer viene compromesso, può perdere dati o smettere di funzionare. Se viene compromesso un robot umanoide, il software può muovere un corpo. Può modificare una traiettoria, alterare una presa, disattivare un limite, cambiare il modo in cui la macchina interpreta persone e ostacoli. Per questo l’identità digitale deve dialogare con la sicurezza degli aggiornamenti.

Nvidia ha appena annunciato nuove collaborazioni con produttori di umanoidi negli Stati Uniti, in Europa e in Corea del Sud, oltre al lavoro con Unitree, per costruire robot standardizzati destinati ai ricercatori. Il dettaglio più rilevante riguarda la cybersecurity: gli aggiornamenti software dei robot Unitree usati in questi progetti passeranno attraverso chip Nvidia, dove il codice potrà essere verificato. Nvidia ha parlato di tecnologie come secure boot e confidential computing, già usate nei data center, per impedire l’esecuzione di codice malevolo e lo spostamento non autorizzato di dati sensibili.

Questo conferma che il problema non è teorico. Se gli umanoidi entrano in università, laboratori, fabbriche, ospedali o spazi pubblici, bisogna sapere non solo chi li ha costruiti, ma anche chi può aggiornarli e con quali garanzie. L’identità della macchina diventa il punto di partenza per l’identità del software.

Il tema si allarga subito alla geopolitica. A marzo 2026, due senatori statunitensi, Tom Cotton e Chuck Schumer, hanno presentato una proposta bipartisan per vietare alle agenzie federali americane di acquistare o usare robot umanoidi prodotti da aziende cinesi. La motivazione è la sicurezza nazionale: il timore che queste macchine possano raccogliere dati, dipendere da software esterno o essere controllate da remoto. Unitree è uno dei nomi finiti al centro delle preoccupazioni americane.

È una dinamica già vista con altri oggetti tecnologici: 5G, droni, auto connesse, semiconduttori, cloud, piattaforme digitali. Con gli umanoidi, però, il tema assume una forma fisica. Non parliamo di un telefono in tasca o di un router in un edificio. Parliamo di macchine mobili, dotate di sensori, potenzialmente presenti in ambienti produttivi o sensibili.

Per questo gli standard diventano potere. A febbraio 2026 la Cina ha pubblicato il primo sistema nazionale di standard per robot umanoidi e intelligenza incarnata. Il documento, presentato nell’ambito della standardizzazione legata al Miit, copre componenti, sistemi, applicazioni, sicurezza ed etica. La carta d’identità digitale è un tassello successivo: non solo definire che cosa deve essere un umanoide, ma anche come deve essere registrato e seguito.

La Cina sta provando a costruire una filiera ordinata prima che il mercato esploda: standard tecnici, codici univoci, piattaforme di ciclo di vita, responsabilità sui richiami, divieto di rimettere in circolazione macchine rottamate, controllo degli aggiornamenti, interoperabilità tra produttori e autorità. È una strategia industriale, ma anche politica.

Non significa che domani i robot umanoidi saranno ovunque. La strada è ancora lunga. Ma la direzione è chiara.

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