“Caro collega Ai…”, entro 2035 team ibridi macchina-uomo

A rilevarlo è la ricerca condotta dalla School of Management del Politecnico di Milano insieme a Indeed
3 Giugno 2026
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Team ai integrazione chatgpt

Entro il 2035, il panorama professionale globale sarà irriconoscibile rispetto a quello attuale. Non assisteremo a una sostituzione dell’uomo da parte delle macchine, bensì alla nascita della “Human-Tech Workforce”: team ibridi dove il capitale umano e gli strumenti di Intelligenza artificiale (Ai) collaboreranno in modo sinergico. A rilevarlo è la ricerca condotta dalla School of Management del Politecnico di Milano insieme a Indeed, secondo la quale la capacità delle aziende di valorizzare il contributo umano diventerà il vero motore della competitività.

L’Ai entra nelle risorse umane

L’intelligenza artificiale non è più una promessa futura, ma una realtà consolidata che sta già rivoluzionando i processi Hr. Attualmente, il 69% delle aziende utilizza l’Ai per automatizzare l’analisi dei curriculum, mentre il 22% la sfrutta per suggerire ai candidati le posizioni più adatte al loro profilo. Questo approccio permetterà alle imprese di intercettare il talento in modo proattivo. Tuttavia, emergono dubbi etici legati ai bias algoritmici e al rischio di perdere la componente umana nelle decisioni più delicate, oltre alla possibile erosione del know-how organizzativo.

Il nodo delle competenze

In un mondo dove l’obsolescenza delle conoscenze è rapidissima, le competenze diventano la nuova moneta di scambio. Le aziende dovranno dare la caccia ai profili cosiddetti “skill-hungry”, ovvero persone desiderose di apprendere quotidianamente. Si stima che il 64% delle organizzazioni preveda un arricchimento delle competenze legate all’Ai per quasi tutti i ruoli, e già oggi il 56,3% dei lavoratori considera l’accesso alla formazione un fattore decisivo per scegliere un datore di lavoro.

La sfida demografica e il benessere sociale

Il mercato del lavoro del 2035 dovrà fare i conti anche con l’invecchiamento della popolazione, richiedendo la creazione di “ponti intergenerazionali”, una sfida che oggi preoccupa il 63% delle aziende. Con oltre un lavoratore su due sopra i 40 anni impegnato come caregiver, la flessibilità diventerà un requisito fondamentale.

Parallelamente, le aziende assumeranno un ruolo sociale sempre più marcato, offrendo servizi che vanno dalla sanità (richiesti dal 68,8% dei dipendenti) al supporto psicologico (50,6%). Resta però molta strada da fare sulla trasparenza salariale, implementata finora solo dal 32% delle organizzazioni.

Oltre l’automazione

L’avanzata tecnologica ha portato con sé la “human mattering crisis”: il 22% dei lavoratori teme che l’Ai svuoti di significato il proprio operato. Per rispondere a questo senso di smarrimento, le aziende dovranno comunicare il proprio scopo sociale con autenticità, poiché l’impatto etico è rilevante per il 45,1% dei lavoratori. Le descrizioni delle mansioni non potranno più essere semplici liste di compiti, ma dovranno esplicitare il valore umano del ruolo.

Il tramonto del manager tradizionale

Cambia radicalmente anche la figura del capo. Il manager del futuro non sarà più un superiore gerarchico dedito al controllo, ma un “orchestratore” specializzato nell’armonizzare persone e sistemi tecnologici. Le nuove generazioni, infatti, mostrano un forte disinteresse per i ruoli manageriali classici, spesso associati a stress e scarso equilibrio tra vita e lavoro.

Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed, sottolinea che la chiave sarà “bilanciare efficienza e qualità dell’esperienza”, costruendo ambienti inclusivi e significativi. Secondo Elia Rigamonti, ricercatore del Politecnico di Milano, comprendere questa interazione tra Ai e capitale umano è essenziale per costruire “organizzazioni resilienti e attrattive”, pronte per le sfide del 2035.

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