Consumi di carne quasi raddoppiati dal 1961: quali conseguenze?

La disponibilità della carne a tavola è salita da 25 a 47 kg a persona all’anno
8 Giugno 2026
3 minuti di lettura
Banco carne macelleria canva
Banco carne macelleria canva

Negli ultimi sessant’anni, il sistema alimentare globale ha subito una trasformazione senza precedenti, portando a quella che molti esperti hanno definito una “rivoluzione zootecnica”. Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, la Fao, la disponibilità mondiale di carne pro capite è balzata dai 25 kg del 1961 ai 47 kg del 2022: un incremento del 94%. Per miliardi di persone questa crescita ha migliorato l’apporto proteico, ma il sistema mostra oggi profonde crepe: dallo spreco alimentare alle disuguaglianze nell’accesso economico, fino all’impatto insostenibile sulle risorse naturali del pianeta.

La mappa della crescita

La produzione globale di carne ha raggiunto i 360 milioni di tonnellate nel 2022. Tuttavia, questa esplosione non è stata uniforme tra le diverse specie. Mentre la disponibilità pro capite di carne bovina è rimasta sostanzialmente stabile o è diminuita negli ultimi sei decenni, il vero motore del cambiamento sono stati tre comparti: uova, pollame e carne suina.

Il pollame, in particolare, ha visto una crescita esponenziale grazie a cicli produttivi rapidi e a un’efficienza maggiore nella conversione dei mangimi. Parallelamente, la produzione di latte ha raggiunto i 930 milioni di tonnellate nel 2022. A livello geografico, l’Asia è diventata il principale produttore mondiale, ma se guardiamo alla disponibilità effettiva per persona, il Nord America mantiene il primato, mentre in regioni come l’Africa subsahariana la disponibilità di proteine animali è rimasta quasi stagnante per decenni.

Il paradosso dello spreco: il 14% si perde tra campo e tavola

Uno dei dati più critici evidenziati dalla Fao riguarda l’inefficienza della filiera: circa il 14% di tutti gli alimenti di origine animale terrestre viene perso o sprecato. Si tratta di un danno non solo economico, ma profondamente ambientale, data l’ingente quantità di risorse naturali (acqua, suolo e mangimi) necessarie per produrre queste proteine.

Le cause dello spreco variano radicalmente a seconda del contesto:

  • Nei Paesi a basso e medio reddito, le perdite avvengono principalmente nelle prime fasi della filiera a causa di infrastrutture inadeguate, in particolare per la mancanza di una catena del freddo efficiente che causa il rapido deterioramento dei prodotti altamente deperibili.
  • Nei Paesi ad alto reddito, lo spreco si sposta nelle case dei consumatori e nel settore retail. Spesso, la confusione interpretativa sulle date di scadenza (come il “consumarsi preferibilmente entro”) spinge a gettare cibo ancora sicuro.

Un lusso per 2,8 miliardi di persone

L’aumento della produzione non ha uniformato le condizioni d’accesso a questo mercato. La carne e il latte restano fuori portata per una fetta enorme della popolazione mondiale. Nel 2022, circa 2,8 miliardi di persone non potevano permettersi una dieta sana.

Esiste quini un amaro paradosso economico: gli alimenti di origine animale sono proporzionalmente più costosi proprio nei Paesi in cui ce n’è più bisogno per combattere la malnutrizione, come nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. In queste aree, la domanda di carne è estremamente elastica: non appena i prezzi salgono o il reddito familiare cala (come accaduto durante la pandemia di Covid-19), le famiglie sono costrette a tagliare drasticamente il consumo di proteine nobili.

Sostenibilità e l’approccio “One Health”

L’espansione della zootecnia porta con sé un peso ambientale che non può più essere ignorato. Il settore è responsabile di una quota significativa delle emissioni agricole di gas serra: si stima che circa l’80% dell’aumento previsto delle emissioni agricole nel prossimo decennio deriverà proprio dal comparto zootecnico. Oltre al clima, la pressione si riflette sulla perdita di biodiversità e sul consumo di suolo.

La Fao ha sottolineato che per il futuro non basta “produrre di più”, ma è necessario adottare un approccio “One Health”, che riconosca il legame indissolubile tra la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi. Le sfide per il 2030 includono:

  1. Migliorare la gestione delle mandrie per aumentare la produttività senza espandere ulteriormente l’uso delle terre.
  2. Ridurre la resistenza antimicrobica e il rischio di malattie zoonotiche.
  3. Garantire il benessere animale, fattore sempre più determinante nelle scelte d’acquisto dei consumatori moderni, specialmente in Occidente.

Verso il futuro: tra nuove tecnologie e ritorno alla terra

Il report evidenzia come le abitudini stiano cambiando. Mentre nei Paesi a medio reddito il consumo continuerà a crescere con l’aumentare della ricchezza, nei Paesi ad alto reddito si osserva una timida inversione di tendenza verso carni più magre o alternative vegetali per ragioni di salute e sostenibilità. Si affacciano sul mercato anche innovazioni come la carne coltivata in laboratorio, che pur essendo ancora una nicchia, rappresenta un tentativo di rispondere alla domanda globale riducendo l’impatto ambientale.

In conclusione, se il raddoppio dei consumi pro capite dal 1961 è il segno di un trionfo produttivo, la sfida odierna è quella della distribuzione e della qualità. Garantire che le proteine animali arrivino a chi ne ha bisogno per la crescita (come bambini e donne in gravidanza) riducendo al contempo gli eccessi e gli sprechi è l’unico modo per rendere il sistema compatibile con i limiti del nostro pianeta.

Green Economy | Altri articoli