Se chiedete a un chatbot di intelligenza artificiale una citazione filosofica, avete il 65% di probabilità di ricevere una frase mai detta, ma estremamente credibile. E se gli chiedete un riassunto letterario, solo nel 35% dei casi otterrete un testo del tutto corretto.
È il fenomeno della “plausibilità” rilevato dall’ultimo studio del portale Libreriamo su circa 1.500 interazioni con sistemi di intelligenza artificiale generativa: in media, solo il 38% delle risposte culturali dell’Ai è corretto e verificabile. Un consistente 44% è semplicemente plausibile e quasi il 20% contiene errori evidenti o attribuzioni false.
Il rischio concreto non è l’errore grossolano, ma la diffusione di contenuti che sembrano perfetti (anche grazie a una correttezza grammaticale che sfiora il 90%).
Per approfondire: L’umanesimo plausibile: così l’Ai sta riscrivendo la cultura (senza che ne accorgiamo)
Non è l’intelligenza artificiale in sé il problema, avverte lo studio, ma l’uso acritico che ne facciamo. Per arginare questa deriva verso un “umanesimo plausibile”, Libreriamo ha elaborato un decalogo su come usare correttamente l’Ai in ambito culturale, educativo e divulgativo.
Le 10 regole per usare l’Ai senza farsi usare
1. Non sostituire il pensiero: l’intelligenza artificiale non deve rimpiazzare il ragionamento umano, ma supportarlo. Le risposte generate dalle macchine vanno considerate come punti di partenza per una riflessione, mai come conclusioni definitive;
2. Verificare sempre le fonti: un contenuto ha valore solo se è riconducibile a un testo, a un autore e a un contesto preciso. Accettare passivamente le informazioni dell’Ai senza risalire alla fonte significa rinunciare alla vera conoscenza;
3. Distinguere tra plausibile e autentico: come dimostrano i dati della ricerca, non tutto ciò che suona coerente è vero. La plausibilità (ovvero la capacità dell’algoritmo di mettere in fila concetti verosimili) è una forma di credibilità linguistica, ma non è assolutamente una garanzia di autenticità storica o letteraria;
4. Riconoscere le reinterpretazioni: l’Ai non restituisce quasi mai un concetto nella sua forma originale, ma lo rielabora costantemente per renderlo digeribile. Queste semplificazioni possono aiutare a inquadrare un argomento ostico, ma non vanno mai confuse con i testi e le idee originali;
5. Non delegare l’apprendimento: la costruzione della conoscenza richiede tempo, sforzo cognitivo e confronto. L’intelligenza artificiale può facilitare e velocizzare l’accesso ai dati, ma non può — e non deve — sostituire il processo di apprendimento e comprensione profonda. La tentazione della delega totale è uno dei nodi centrali della tecnologia moderna, evidente in ambiti che vanno ben oltre lo studio;
6. Usare l’Ai per approfondire, non per semplificare: la sintesi è uno strumento utile a patto che arrivi dopo la comprensione profonda dell’argomento, non prima. Se diventa l’unica modalità di approccio al sapere cancella la complessità del pensiero e delle opere umane. L’algoritmo andrebbe usato per aprire nuove direzioni di indagine, non per chiuderle in comodi riassunti;
7. Ricostruire sempre il contesto: ogni contenuto, frase o citazione nasce in un determinato contesto storico, culturale e teorico. Se viene isolato e riproposto dall’intelligenza artificiale come un aforisma slegato dal suo tempo, perde il suo significato originario;
8. Evitare la standardizzazione culturale: lo studio di Libreriamo mostra come l’intelligenza artificiale tenda a proporre in modo ricorrente un numero limitatissimo di autori (Nietzsche, Seneca, Socrate, Bukowski), riducendoli a stereotipi. Se l’algoritmo propone sempre gli stessi nomi e le stesse chiavi di lettura, sta all’utente forzare il sistema, ampliare lo sguardo e cercare voci alternative;
9. Integrare il confronto umano: libri, docenti, esperti e fonti dirette restano insostituibili. Nessun output generato da una macchina può rimpiazzare il valore del dialogo, del dibattito e del confronto tra esseri umani;
10. Sviluppare una competenza critica: capire come funziona un modello linguistico, come elabora i dati e quali sono i suoi limiti strutturali (a partire dalle allucinazioni) non è una nozione da informatici, ma una competenza base che fa ormai parte dell’alfabetizzazione culturale contemporanea.
Il punto, si legge tra le righe del rapporto, non è spegnere la macchina, ma ricordarsi di non spegnere il nostro cervello. Solo così si potrà evitare un appiattimento culturale, che ha già iniziato a permeare la società moderna.
