L’Italia rischia di spegnere i motori dell’economia circolare a un passo dal traguardo, bloccando impianti innovativi per il riciclo che sono già all’80% della loro realizzazione. L’allarme arriva da Legambiente e da nove stazioni appaltanti coinvolte nella Linea C del Pnrr, che denunciano il pericolo di veder sfumare centinaia di milioni di euro già investiti a causa della scadenza dei fondi prevista per giugno 2026.
Alla base non ci sono problemi tecnici o industriali, ma un collo di bottiglia burocratico: le graduatorie dei progetti, attese per settembre 2022, sono state pubblicate con undici mesi di ritardo, innescando una reazione a catena che ha dilatato i tempi delle autorizzazioni ben oltre i termini di legge.
Il paradosso della Linea C: impianti pronti, ma fondi a rischio
La Linea C del Pnrr rappresenta il fronte più avanzato della transizione ecologica italiana nel ciclo dei rifiuti, con l’obiettivo di ammodernare e creare impianti per il riciclo di materiali complessi come prodotti assorbenti per la persona (Pap, tra cui i pannolini), fanghi di acque reflue e scarti tessili.
Su quindici stazioni appaltanti finanziate con circa 10 milioni di euro ciascuna, dodici risultano pienamente attive. Il livello di avanzamento di queste dodici realtà si traduce in una rete di iter burocratici arrivata già a buon punto: complessivamente si contano dieci procedimenti di screening per la Valutazione di impatto ambientale conclusi o in corso, nove iter autorizzativi quasi al traguardo e cinque gare d’appalto già aggiudicate o in fase di assegnazione. Una singola stazione appaltante, infatti, può aver già concluso lo screening Via e avere contemporaneamente in corso la gara d’appalto.
Bloccare questi cantieri significherebbe vanificare tre anni di progettazione e cancellare il vantaggio tecnologico costruito dal Paese. Per questo motivo, i soggetti attuatori chiedono al Ministero dell’Ambiente un intervento legislativo urgente per prolungare la scadenza dei fondi al 2029, estendendo agli impianti di riciclo le stesse tutele già accordate dal Decreto Pnrr (Dl 19/2026) al biometano e all’agrivoltaico.
Il primato dell’Italia nella raccolta differenziata e il rischio sanzioni
Il collasso di questi progetti, sottolinea Legambiente, non rappresenta solo uno spreco economico, ma una minaccia diretta alla leadership europea dell’Italia in materia.
Attualmente il Paese vanta un primato in Europa grazie a un decreto End-of-Waste all’avanguardia e all’impegno di un cittadino su tre nella raccolta differenziata dei pannolini. Solo la filiera Pap potrebbe trasformare i prodotti assorbenti utilizzati da otto milioni di italiani in 20.000 tonnellate annue di nuova cellulosa, riducendo drasticamente la dipendenza dall’estero (oggi all’84%) e tagliando emissioni inquinanti equivalenti alla piantumazione di 1,5 milioni di alberi.
Senza questi impianti, tuttavia, i materiali accuratamente separati dai cittadini finiscono in discarica o negli inceneritori.
Questo contesto rischia di innescare un duplice problema: non solo azzera gli sforzi dei cittadini responsabili, ma contrasta apertamente con la Direttiva Ue 2018/851 esponendo nuovamente l’Italia al rischio di procedure d’infrazione europee, in un contesto in cui la Commissione Ue ha già bacchettato Roma per i ritardi nel recepimento delle direttive sui rifiuti.
Cosa chiede Legambiente al governo
Di fronte a questo scenario, Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, sottolinea l’importanza strategica della richiesta: “Non si tratta di chiedere più fondi ma di garantire continuità e stabilità a filiere industriali e ambientali strategiche e già avviate”, sottolinea Ciafani, ricordando che questi impianti trasformano rifiuti complessi in risorse concrete.
Oltre al decreto salvaguardia, Legambiente e i Comuni chiedono l’istituzione di un tavolo di monitoraggio permanente per seguire l’avanzamento dei lavori. Salvaguardare ciò che è stato realizzato finora è essenziale per rafforzare l’autonomia dei territori e difendere la credibilità stessa della transizione ecologica italiana.