Il futuro del Mar Mediterraneo è a rischio. A centinaia di metri di profondità si consuma una battaglia silenziosa per la sopravvivenza: gli ecosistemi situati tra i 600 e i 1000 metri sono i più vulnerabili dell’intero bacino. A rilevarlo è un report condotto dalle ricercatrici Emanuela Fanelli e Zaira Da Ros dell’Università Politecnica delle Marche, commissionato dalle organizzazioni MedReAct e Oceana. Questo studio mette a nudo la fragilità di un mondo oscuro e prezioso, minacciato simultaneamente da una pesca industriale sempre più invasiva e da un riscaldamento globale che non concede tregua.
Un’architettura vivente sotto pressione
La fascia batiale, quella cioè compresa tra i 600 e i 1000 metri, non è un deserto fangoso, ma un mosaico di habitat straordinariamente complessi. Qui prosperano le cosiddette “foreste animali marine”: barriere di coralli bianchi profondi, campi di spugne, praterie di pennatule e giardini di corallo bambù. Queste specie “ingegnere” creano strutture tridimensionali che fungono da aree di nursery e alimentazione per specie commerciali vitali come il nasello, lo scampo e i gamberi rossi.
Queste forme di vita sono caratterizzate da una crescita lentissima e da una longevità che può superare i 400 anni. Questa “strategia di vita lenta” le rende incapaci di riprendersi in tempi umani dai danni fisici. Il corallo bambù, un tempo comune, è oggi ridotto a popolazioni isolate ed è classificato come “in pericolo critico” di estinzione a causa della pesca a strascico.
La morsa dello strascico e il “rilascio” del carbonio
La pesca a strascico rimane la minaccia più pervasiva. Le reti pesanti, trascinate sul fondo, non solo rimuovono fisicamente le specie che formano gli habitat, ma provocano una massiccia risospensione dei sedimenti. Questo processo ha conseguenze geochimiche allarmanti: i sedimenti marini profondi sono uno dei più grandi serbatoi di carbonio della Terra.
Quando lo strascico rimescola i fondali, accelera la remineralizzazione della materia organica, trasformando un deposito naturale di carbonio in una sorgente netta di anidride carbonica che viene rilasciata nella colonna d’acqua. Studi condotti nel canyon di Blanes e lungo il margine dell’Ebro mostrano come la pesca cronica abbia alterato permanentemente la morfologia dei canyon, innescando processi di erosione che superano i tassi naturali di sedimentazione.
Il Mediterraneo “bolle” 20% più velocemente
Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore di stress. Il Mare Nostrum si sta scaldando a un ritmo superiore del 20% rispetto alla media globale. Entro il 2100, le temperature dei fondali lungo i margini continentali potrebbero aumentare di 1-2 gradi. Si tratta di una variazione che, in un ambiente stabile come l’abisso, rappresenta uno choc termico senza precedenti.
Le specie marine stanno reagendo con la cosiddetta “migrazione polare” (spostamento verso nord) o muovendosi verso acque ancora più profonde. Ma questa fuga ha dei limiti: oltre certe profondità, la disponibilità di cibo e ossigeno diminuisce drasticamente. Si stima che entro la fine del secolo, circa il 60% delle aree attualmente idonee per i coralli di profondità potrebbe scomparire.
I rifugi climatici
In questo scenario critico, gli ecosistemi tra 600 e 1000 metri rappresentano potenziali “rifugi climatici”. Grazie alla loro relativa stabilità, possono offrire protezione alle specie che fuggono dal riscaldamento delle acque superficiali. Questa funzione di protezione dipende totalmente dall’integrità ecologica. Un habitat già degradato dallo strascico perde la sua complessità strutturale e la sua capacità di mitigare gli impatti climatici.
Proteggere questi rifugi non è solo una scelta ambientale, ma una necessità economica. Nelle acque del nord della Spagna e della Sardegna, lo scampo ha raggiunto i livelli minimi storici di biomassa riproduttiva. Senza aree protette che fungano da “serbatoi” di biodiversità, il collasso di questi stock ittici potrebbe diventare irreversibile.
Come proteggere il fondale del Mediterraneo?
Il rapporto lancia un appello urgente ai decisori politici della General Fisheries Commission for the Mediterranean (Gfcm). La proposta è quella di estendere l’attuale divieto di pesca a strascico (oggi fissato oltre i 1000 metri) fino ai 600-800 metri di profondità.
Questa misura è considerata:
- Scientificamente giustificata, perché proteggerebbe la fascia di profondità dove gli ecosistemi marini vulnerabili sono più concentrati.
- Tecnicamente fattibile: i sistemi di monitoraggio satellitare rendono i controlli semplici ed efficaci.
- Socialmente sostenibile: studi pilota guidati dalla Gfcm in sette Paesi mediterranei (Egitto, Francia, Grecia, Italia, Malta, Spagna e Tunisia) hanno dimostrato che tale estensione del divieto di strascico comporterebbe un minimo impatto socioeconomico sul settore della pesca.
Organizzazioni internazionali come la Northwest Atlantic Fisheries Organization e la North East Atlantic Fisheries Commission hanno già adottato chiusure precauzionali simili nell’Atlantico. Per il Mediterraneo, agire ora significa salvaguardare un patrimonio invisibile che regola il nostro clima e sostiene la nostra sicurezza alimentare. Come dichiarato da Domitilla Senni, direttrice di MedReAct, senza misure precauzionali la pesca a strascico non potrà che accelerare il declino di questi mondi fragili.
