Troppa pesca e inquinamento, nel Mediterraneo il pesce sta finendo

Le sfide e le opportunità per la conservazione marina nella Giornata del Mare Nostrum
8 Luglio 2024
4 minuti di lettura
Pesci del Mar Mediterraneo

L’8 luglio si celebra la Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo, un’importante opportunità per riflettere sulle problematiche che affliggono il mare nostrum, una risorsa vitale per milioni di persone che vivono sulle sue coste, fornendo cibo, lavoro e ricreazione. Tuttavia, è anche uno degli ecosistemi più vulnerabili del pianeta, soggetto a pressioni intense come la pesca eccessiva, l’inquinamento e gli effetti del cambiamento climatico.

Esaurite le risorse ittiche: è ‘Fish Dependence Day’

La Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo, istituita nel 2014 per sensibilizzare il pubblico e i governi sullo stato di salute del nostro mare e sui gravi pericoli che lo minacciano, coincide quest’anno con un dato allarmante, denunciato dal Wwf: il “Fish Dependence Day” europeo.

Il ‘Fish Dependence Day’ è il giorno in cui l’Europa esaurisce virtualmente la propria produzione annua di pesce, molluschi e crostacei, iniziando a dipendere dalle importazioni per soddisfare la domanda interna.

Il Mediterraneo, pur coprendo solo l’1% della superficie oceanica mondiale, è un tesoro di biodiversità marina senza pari. Con oltre 12.000 specie marine, ospita tra il 4% e il 12% di tutte le specie marine conosciute a livello globale. Tuttavia, la salute di questo ecosistema è gravemente compromessa: il 58% degli stock ittici mediterranei è sovrapescato, rendendo il Mediterraneo il secondo mare più sfruttato al mondo. Questo sovrasfruttamento è una conseguenza diretta delle attività di pesca intensiva, che non permettono alle popolazioni di pesci di riprendersi naturalmente.

Il fenomeno dell’esaurimento delle risorse ittiche è complesso e multifattoriale. La pesca eccessiva, infatti, riduce le popolazioni di pesci a livelli critici, impedendo il naturale recupero degli stock. Specie chiave come il nasello, la sardina e i gamberi sono particolarmente colpite, con gravi ripercussioni sia ecologiche che economiche. La domanda di pesce nel Mediterraneo è in costante aumento: in Italia, ogni cittadino consuma in media circa 31,21 chili di pesce all’anno, ben al di sopra della media europea di 24 chili.

Impatti del cambiamento climatico e dell’inquinamento sul Mediterraneo

Oltre alla pesca eccessiva, il cambiamento climatico sta esacerbando la situazione. Il riscaldamento delle acque marine ha portato alla tropicalizzazione del Mediterraneo, con specie autoctone che migrano verso acque più fresche e specie invasive che prendono il loro posto. Questo fenomeno altera gli equilibri ecologici, con effetti a catena su tutta la rete trofica marina.

L’inquinamento, in particolare da plastica e sostanze chimiche, rappresenta un’ulteriore minaccia. Microplastiche e inquinanti chimici entrano nella catena alimentare marina, accumulandosi nei tessuti degli organismi marini e, di conseguenza, nei pesci consumati dall’uomo. Questo ciclo di inquinamento non solo danneggia gli ecosistemi marini, ma costituisce anche un rischio per la salute umana, poiché tali contaminanti possono essere trasferiti alla popolazione tramite il consumo di pesce.

Le aree marine protette rappresentano uno strumento fondamentale per la conservazione della biodiversità marina e il ripristino degli stock ittici. Tuttavia, nonostante il loro potenziale, attualmente, solo una parte limitata del Mediterraneo è protetta da tali zone, e molte di esse sono ancora soggette a pratiche di gestione insufficienti.

Il progetto “Mare Caldo”, condotto in diverse aree marine protette italiane, è un’iniziativa collaborativa che mira a monitorare e comprendere gli impatti del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini del Mediterraneo. Questo progetto coinvolge diversi attori, tra cui Greenpeace Italia e il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova. Attraverso il progetto “Mare Caldo”, sono stati studiati 12 siti, di cui 11 sono aree marine protette, per valutare gli impatti del cambiamento climatico sulle popolazioni ittiche e sugli habitat marini.

Il risultato evidenzia che le aree non protette, come l’Isola d’Elba, mostrano segni di maggiore sofferenza rispetto alle aree marine protette, sottolineando la necessità di espandere e rafforzare queste zone di protezione. Il progetto “Mare Caldo” ha, inoltre, evidenziato i gravi impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità marina. Le aree monitorate hanno mostrato segni di stress ecologico significativo. Le gorgonie, ad esempio, hanno manifestato segni di mortalità e sbiancamento, mentre specie termofile e invasive, come il pesce pappagallo e il barracuda mediterraneo, stanno proliferando. Queste specie, più adatte alle acque più calde, stanno gradualmente rimpiazzando quelle autoctone, alterando gli equilibri ecologici e minacciando ulteriormente la biodiversità marina.

Il COFI36 per promuovere la sostenibilità delle risorse marine

Dal 8 al 12 luglio, Roma si prepara a ospitare il 36° Comitato per la Pesca della FAO (COFI), un evento di rilevanza globale che si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per la salute del Mediterraneo e delle sue risorse ittiche. Questo forum intergovernativo sarà cruciale per delineare strategie e raccomandazioni volte a promuovere la sostenibilità delle risorse ittiche e la conservazione della biodiversità marina, tematiche urgenti in un contesto segnato dai cambiamenti climatici.

Il COFI36 si concentrerà sul ruolo cruciale che la pesca e l’acquacoltura giocano nel mitigare l’insicurezza alimentare, la malnutrizione e la povertà, sfide che si aggravano con la crescente pressione sulle risorse marine. In questo contesto, il rapporto annuale della FAO sullo stato della pesca e dell’acquacoltura mondiale rivelerà l’importanza dell'”Blue Transformation” nel promuovere una crescita sostenibile dell’acquacoltura e nel migliorare la gestione delle risorse ittiche su scala globale.

La Blue Transformation mira a potenziare l’acquacoltura in modo sostenibile, adottando pratiche che riducano l’impatto ambientale e aumentino la resilienza degli ecosistemi marini. Al COFI36 sarà quindi data particolare attenzione alla promozione di politiche basate su dati scientifici e allo sviluppo di strategie per affrontare le crescenti sfide nei sistemi alimentari acquatici, compresa la gestione delle risorse ittiche del Mediterraneo, fortemente minacciate dal sovrasfruttamento e dall’alterazione climatica.

Particolare attenzione sarà dedicata alla necessità di adottare approcci integrati e collaborativi per gestire le risorse ittiche in modo sostenibile, considerando anche l’adattamento ai cambiamenti climatici e la conservazione della biodiversità marina.

L’incontro rappresenta un’importante piattaforma di dialogo tra governi, organismi internazionali, ONG e il settore privato, cruciali nell’adozione di approcci integrati e collaborativi per garantire la sostenibilità delle nostre risorse marine. In questo contesto, l’attenzione alla conservazione della biodiversità marina e all’adattamento ai cambiamenti climatici diventa essenziale per assicurare la prosperità dei mari e delle comunità che ne dipendono, non solo nel Mediterraneo ma in tutto il mondo.

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