Nel letto asciutto di un fiume, in Namibia, un’elefantessa cammina con il corpo del suo cucciolo. La zampa del piccolo è incastrata tra zanna e proboscide. La scena, che rappresenta un’elefantessa che porta via con sé il suo cucciolo senza vita, è diventata la fotografia dell’anno: The Aftermath, dell’italiano Federico Veronesi, naturalista classe 1975, ha vinto il Wildlife Photographer of the Year 2026, il concorso del Natural History Museum di Londra che ha ricevuto il numero record di 65.403 candidature da 121 tra Paesi e territori.
La sua foto evoca il dolore dell’elefantessa e fa sorgere diverse domande: gli animali elaborano il lutto? Che cosa fanno gli animali quando muore un loro simile, e che cosa possiamo dedurre dalla scelta della di trasportare il corpo esanime del cucciolo?
Come è nata la fotografia
Il fotografo Veronesi stava seguendo degli elefanti nella Huab River Valley quando ha notato sulla sabbia una serie insolita di segni di trascinamento. Il motivo gli è stato chiaro quando ha raggiunto il gruppo familiare: una femmina è uscita allo scoperto con il cucciolo morto.
La presidente della giuria, Kathy Moran, ha parlato di un’immagine emotivamente potente e, sul piano intellettuale, di una prova che gli animali hanno capacità cognitive. Le cento fotografie premiate, compresa The Aftermath di Federico Veronesi, saranno esposte a Milano dal 20 novembre 2026 al 7 febbraio 2027 al Museo della Permanente.

Che cosa fanno gli elefanti davanti alla morte
Il Natural History Museum ricorda che comportamenti legati alla morte sono stati osservati sia negli elefanti asiatici sia in quelli africani. Tra questi ci sono le vocalizzazioni (versi intensi e frequenti), la sorveglianza del corpo, l’ispezione e il maneggiamento delle ossa e il trasporto del corpo di un individuo morto, come nel caso della foto di Veronesi.
Le interpretazioni divergono. Alcuni ricercatori ritengono che questi gesti possano indicare un percorso verso la comprensione della morte, altri li leggono come possibili manifestazioni di lutto. Alcuni studiosi descrivono su The Conversation una risposta tipica degli elefanti di fronte alla morte di un loro simile: indagine del corpo, percezione dell’odore, tocco con la testa tenuta bassa, tentativi di spostare o scuotere il corpo sono alcune delle reazioni più comuni. In rari casi i resti sono stati coperti con fango o grandi foglie di palma.
Il caso dei cuccioli sepolti in India
Una ricerca pubblicata sul Journal of Threatened Taxa descrive il ritrovamento di cinque cuccioli di elefante asiatico nel Bengala settentrionale, in India. I corpi dei piccoli elefanti sono stati ritrovati nei canali di irrigazione di piantagioni di tè, in posizione verticale, con le zampe verso l’alto. Gli autori sostengono che la posizione insolita, il terreno compattato dalle zampe di più elefanti e le lesioni compatibili con un trascinamento dopo la morte indichino una sepoltura intenzionale.
Le sepolture, però, non sono state osservate direttamente. Gli esperti non escludono che i cuccioli, già morti o deboli, possano essere caduti nei canali durante il trasporto e che il panico del gruppo potrebbe aver fatto crollare il terreno attorno ai corpi. Tuttavia, i ricercatori hanno registrato forti barriti e vocalizzazioni di lutto attorno ai siti di sepoltura. Successivamente, le mandrie hanno modificato le proprie rotte migratorie, evitando deliberatamente i sentieri in cui erano stati sepolti i cuccioli.
Non tutto ciò che sembra lutto lo è
Le reazioni alla morte non hanno lo stesso significato in tutte le specie. I corvi si radunano spesso attorno alla carcassa di un altro corvo, in quello che è stato definito un funerale. Secondo gli esperti la riunione sembra servire a capire quale pericolo evitare, non a dare l’addio all’esemplare esanime.
Anche alcune formiche portano via i propri morti. Il comportamento è innescato da sostanze chimiche rilasciate dai corpi in decomposizione e limita il rischio di contagio. Lo stesso accade nei ratti, che possono seppellire anche un compagno vivo e anestetizzato se cosparso dell’odore della decomposizione.
Per la comunità scientifica, non c’è motivo di pensare che questa gestione delle carcasse implichi una comprensione della vita e della morte nel senso umano. È questa la distinzione centrale della tanatologia comparata, il campo che studia come gli animali reagiscono alla morte di un loro simile: si può descrivere ciò che l’animale fa, ma bisogna andare cauti con le deduzioni.
Gli elefanti riconoscono il proprio nome?
Gli stessi esperti, però, aggiungono che la risposta degli elefanti alla morte di familiari o “conoscenti” resta difficile da spiegare senza ipotizzare l’esistenza del concetto di morte.
La straordinaria capacità degli elefanti di comunicare all’interno delle loro fitte reti sociali ha trovato una conferma scientifica in un rivoluzionario studio pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution, che ha analizzato centinaia di vocalizzi registrati per anni in Kenya. Grazie all’ausilio di sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale, gli scienziati sono riusciti a isolare all’interno dei loro tipici e profondi brontolii a bassa frequenza (molti dei quali impercettibili all’orecchio umano) delle vere e proprie “etichette vocali” utilizzate per rivolgersi a un singolo ed esatto destinatario.
I dettagli dell’esperimento e i risultati scientifici offrono un quadro sbalorditivo: gli elefanti inventano suoni unici, astratti e arbitrari per ciascun membro, esattamente come fanno gli esseri umani quando scelgono un nome proprio. Per verificare la scoperta, il team ha riprodotto tramite altoparlanti i richiami registrati. Gli elefanti che udivano il proprio “nome” rispondevano immediatamente in modo energico, vocalizzando a loro volta e avvicinandosi alla cassa. Al contrario, se lo stesso suono era diretto a un altro esemplare, l’elefante lo ignorava o mostrava scarso interesse.
Lo studio evidenzia che l’uso dei nomi non avviene in ogni singolo scambio, ma emerge soprattutto quando gli adulti devono comunicare a grandi distanze nella savana o quando le madri si rivolgono specificamente ai propri cuccioli. I piccoli non nascono con questa abilità, ma impiegano anni per apprenderla e padroneggiarla.
Recenti indagini pubblicate su Scientific Reports e approfondite dallo Smithsonian Magazine rivelano che i richiami emessi da più elefanti contemporaneamente non sono rumori casuali: si tratta di cori coordinati che veicolano messaggi collettivi complessi all’interno del clan, contenendo informazioni stratificate destinate sia ai familiari sia ai conoscenti più lontani.
Con la sua fotografia, Veronesi ha fermato per sempre un gesto che a noi esseri umani sembra strano, restituendo dignità alla complessa e affascinante ricchezza emotiva che caratterizza il comportamento animale.
