Nel Delta del Po l’emergenza idrica non si misura solo con il livello del fiume, ma anche con la distanza percorsa dall’acqua salata verso l’interno. Negli ultimi giorni l’intrusione marina sarebbe arrivata fino a circa 18 chilometri dalla foce, mentre la portata del Po a Pontelagoscuro, l’ultima sezione di riferimento prima della ramificazione nel Delta, è scesa sotto i 300 metri cubi al secondo. Circa dieci giorni fa il valore era attorno ai 1.000 metri cubi al secondo. Il calo, legato all’ondata di calore che sta interessando l’Europa, ha ridotto la capacità del fiume di contrastare la risalita dell’Adriatico.
Il fenomeno è noto come cuneo salino. Si verifica quando la spinta dell’acqua dolce non è sufficiente a respingere l’acqua marina, più densa, che risale dal fondo lungo i rami fluviali e può raggiungere canali, prese irrigue e falde superficiali. Per l’agricoltura non è un problema solo quantitativo, ma qualitativo: l’acqua è presente, ma non sempre può essere utilizzata. Se la salinità supera determinati livelli, l’irrigazione rischia di danneggiare colture e suoli.
Il valore osservato a Pontelagoscuro è particolarmente rilevante perché l’Autorità distrettuale del fiume Po indica i 450 metri cubi al secondo come soglia critica relativa all’intrusione salina. Nella sintesi idrologica del 25 giugno, la stessa Autorità segnalava che la portata alla sezione di Pontelagoscuro era già inferiore a quella soglia, in un quadro di deflussi in riduzione e valori medi di giugno sensibilmente inferiori alla media di riferimento.
Cosa sta succedendo nel Delta
Il tratto finale del Po è l’area in cui la riduzione della portata diventa più evidente. A Pontelagoscuro si misura il deflusso prima che il fiume si divida nei rami deltizi verso l’Adriatico. Quando il volume d’acqua in arrivo da monte cala, l’equilibrio tra acqua dolce e acqua salata si sposta. L’Adriatico può risalire lungo l’alveo e raggiungere punti da cui dipendono canali irrigui, aziende agricole e zone umide.
Il dato dei 18 chilometri di risalita non è paragonabile ai massimi raggiunti nel 2022, ma segnala un anticipo stagionale del problema. Durante la grande siccità di quattro anni fa, l’Anbi segnalò una risalita del cuneo salino per quasi 40 chilometri nel Delta del Po. In quel caso, a fine luglio 2022, la portata a Pontelagoscuro era vicina alla soglia dei 100 metri cubi al secondo, secondo le rilevazioni diffuse allora dall’associazione dei consorzi di bonifica.
I dati tecnici di Arpae collocano il 2022 come anno estremo per il basso Po: il 24 luglio, a Pontelagoscuro, la portata scese a 114 metri cubi al secondo, il valore più basso mai rilevato, con ingressioni saline eccezionali nei rami deltizi.
Quest’anno l’allarme arriva prima del pieno dell’estate. Il cuneo salino interessa il Delta in una fase ancora sensibile per soia, mais, girasole, erba medica e riso, colture che richiedono acqua dolce per sostenere crescita e resa. Se la salinità nei canali supera i livelli compatibili con l’irrigazione, i prelievi possono essere ridotti o sospesi per evitare danni a colture e terreni.
Le misure di contenimento non partono da zero. Nel Delta sono presenti opere e barriere realizzate già dagli anni Ottanta per limitare l’ingresso dell’acqua marina. Il problema è che queste infrastrutture si confrontano con condizioni idrologiche più frequenti e severe: portate più basse, ondate di calore più intense, minore disponibilità di acqua da monte nei periodi di maggiore domanda agricola. L’efficacia delle opere idrauliche dipende anche dalla portata del fiume: quando i deflussi scendono sotto determinate soglie, la capacità di contenere l’intrusione salina si riduce.
Gli effetti pratici su campi, canali e zone umide
Nel Delta l’intrusione salina non riguarda solo il fiume principale. Il sistema è composto da rami fluviali, canali di bonifica, idrovore, prese irrigue, terreni agricoli e zone umide. Quando la salinità aumenta nei canali, l’acqua può diventare inadatta all’irrigazione: in questi casi i prelievi vengono limitati o sospesi per evitare danni alle colture e ai suoli.
Il problema non è solo la quantità d’acqua disponibile, ma la sua qualità. L’acqua salmastra può aumentare la concentrazione di sali nel terreno, ridurre la capacità delle piante di assorbire acqua e compromettere lo sviluppo vegetativo. Per colture come mais, soia, girasole ed erba medica, la mancanza di acqua dolce nelle fasi di crescita può incidere sulla resa. Per il riso, che richiede una gestione idrica costante, disponibilità e qualità dell’acqua sono fattori decisivi.
Gli effetti ambientali riguardano anche le zone umide del Delta, che dipendono da un equilibrio variabile tra acqua dolce e acqua salmastra. Una maggiore penetrazione marina può modificare habitat, vegetazione, condizioni delle acque e disponibilità di aree adatte alla fauna acquatica e all’avifauna. Il Delta del Po è insieme area agricola, sistema idraulico e ambiente naturale: ogni variazione nella salinità può avere effetti su più livelli.
Il quadro attuale si inserisce in una fase di caldo intenso e di portate ridotte lungo l’asta del fiume. La situazione del Po dipende però anche da fattori accumulati nelle settimane precedenti: precipitazioni irregolari, disponibilità nivale alpina, prelievi agricoli, efficienza delle reti, gestione degli invasi e domanda idrica estiva. Già a inizio giugno l’Autorità distrettuale del fiume Po indicava portate sotto media nelle principali sezioni e condizioni di “siccità moderata” secondo l’indice standardizzato SFI calcolato sugli ultimi 30 giorni.
Per il basso Po, il dato da seguire resta la portata a Pontelagoscuro. Quando scende sotto la soglia critica dei 450 metri cubi al secondo, il rischio di intrusione salina aumenta. Con valori inferiori ai 300 metri cubi al secondo, il margine di sicurezza si riduce ulteriormente. La profondità della risalita, la durata dell’episodio e l’eventuale arrivo di nuove portate da monte determineranno l’impatto sulle prese irrigue e sui territori del Delta nelle prossime settimane.
