Ci abitueremo. Può riassumersi così la lettura del cambiamento climatico offerta dal presidente del Senato Ignazio La Russa durante la presentazione del libro “L’ecologia dei conservatori” di Nicola Procaccini, a Milano. “Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo. I Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima e sopravvivono”, ha detto il presidente del Sentato, aggiungendo: “Chiedetelo alle specie estinte… che hanno dovuto soggiacere a dei cambiamenti climatici”.
L’argomento è di cruciale attualità in questi giorni di caldo anomalo sull’Europa, che ha già provocato numerose vittime.
Cosa ha detto La Russa
La seconda carica dello Stato ha iniziato il suo discorso ringraziando tutti per la loro presenza proprio nonostante “questo caldo e la partita dell’Argentina”. Passando alla presentazione del libro di Procaccini, La Russa ha specificato: “Io, prima ancora di leggere il tuo libro – che lo fa molto meglio di come io istintivamente l’avevo pensato – ho sempre detto: ma il cambiamento climatico che sta arrivando in Europa, quando diciamo ‘oddio sta arrivando un clima caraibico’, no? E vabbè, ma i Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo”.
Poi ha precisato: “Questo non vuol dire che non ci si possa, e non ci si debba attivare per limitare i danni di cambiamenti climatici”.
Il presidente del Senato ha quindi elogiato “le prime leggi, tra gli ‘20 e gli anni ‘40” che “non parlavano di ecologismo, ma di difesa del panorama” e “mettevano sempre la natura in relazione con l’uomo”. Un approccio condiviso dal presidente La Russa perché “la natura tutelata e difesa con intelligenza ma sempre in relazione all’uomo”. “Quelle leggi – ha aggiunto – erano più avanzate di quello che è successo dopo per certi versi, considerando l’età”, ovvero quando sono state scritte.
Tutela dell’ambiente e aborto
Parlando degli ambientalisti, il presidente del Senato ha evidenziato “una contraddizione tra chi giustamente… sta lì anche notte e giorno a proteggere le uova della tartaruga di mare… ma se poi c’è un ovulo, un feto di donna, che deve nascere e non nasce, ‘eeh, chi se ne frega!’”. Pur affermando di non essersi “mai schierato contro l’aborto tout-court”, La Russa ha ammesso di non capire “questa differenza sostanziale di impostazione”.
“Se sei ambientalista, se sei per la natura, – ha aggiunto – la famiglia giusta è quella degli affetti e ognuno faccia come meglio ritiene… Io sono un difensore della libertà degli affetti, ma sono anche un difensore del bambino, che magari ha diritto ad avere un padre e una madre”, aggiungendo che “Non significa progresso… vedere la famiglia naturale come nemico numero uno”.
La settimana scorsa si è espressa sul punto anche la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Maria Roccella. Intervenuta durante l’evento Adnkronos Q&A “La demografia cambia la società”, la ministra ha sottolineato che nell’epoca moderna “si è diffusa una ostilità culturale verso la famiglia” che, secondo Roccella, è la principale causa della crisi demografica.
Il cambiamento climatico è naturale?
La premessa implicita nell’argomento di La Russa è che i cambiamenti climatici siano fenomeni naturali a cui le specie — inclusa quella umana — si sono sempre adattate.
Per la scienza si tratta di un punto di vista veritiero ma incompleto. In nuovo studio finanziato dall’Ue, i ricercatori di ClimaMeter hanno ribadito che “senza il cambiamento climatico indotto dall’uomo, questo evento sarebbe stato caratterizzato da temperature elevate, ma non avremmo avuto stata la stessa ondata di caldo”.
In pratica, il cambiamento climatico è naturale, la velocità con la quale si sta verificando è anomala: “gli eventi di calore estremo stanno già aumentando a un ritmo più rapido rispetto a quanto previsto dai modelli climatici, alimentando il timore che le proiezioni future sul calore possano essere troppo prudenti”, scrivono ancora i ricercatori.
In questi giorni, una ricerca congiunta dell’Università dell’Aquila e dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia), pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Climate, ha raccolto altri dati per inquadrare il fenomeno.
Il rapporto evidenzia un punto di cambiamento significativo nel tasso di aumento delle temperature dal 2013-2014 e una rapidità di aumento circa raddoppiata nell’ultimo decennio rispetto ai precedenti.
Gli aumenti delle concentrazioni di CO2 (47%) e di metano (156%) dall’era preindustriale a oggi superano di gran lunga i cambiamenti naturali plurimillenari tra periodi glaciali e interglaciali degli ultimi 800.000 anni. La differenza tra “le specie si sono adattate ai cambiamenti climatici del passato” e “le specie si adatteranno a questo cambiamento climatico” dipende da una delicata scala temporale: l’adattamento biologico richiede millenni mentre il surriscaldamento climatico antropogeno non lascia tempo all’organismo, all’economia e alle infrastrutture di adeguarsi alle nuove temperature.
I dati recenti confermano la traiettoria
Ogni anno del decennio 2015-2024 è risultato uno dei dieci più caldi mai registrati. La media del biennio 2023–2024 supera già la soglia degli 1,5°C sopra il livello preindustriale.
Il rapporto Ar6 dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza legata ai cambiamenti climatici) ha quantificato il contributo delle attività umane rispetto alle forzanti naturali: negli ultimi 140 anni, fattori come attività vulcanica e variabilità solare hanno prodotto variazioni termiche comprese tra -0,3 e +0,3°C, mentre le attività umane hanno causato variazioni tra +0,8 e +1,3°C.
L’adattamento al caldo anomalo secondo la scienza
L’Ipcc spiega che adattarsi non significa semplicemente abituarsi al caldo come ci si abitua a un nuovo fuso orario. Significa riprogettare infrastrutture idriche, riorganizzare sistemi agricoli, spostare popolazioni dalle coste, rafforzare i sistemi sanitari per ondate di calore più frequenti e intense. Questi processi hanno costi economici misurabili e impatti sociali distribuiti in modo asimmetrico: i Paesi e le fasce di popolazione con meno risorse sono quelle con minore capacità di adattamento.
Secondo i dati dell’Ipcc Ar6, ogni mezzo grado di riscaldamento globale produce un aumento chiaramente percepibile nella frequenza e nella durata delle ondate di calore, nell’intensità delle precipitazioni intense e della siccità in diverse parti del mondo.
La questione delle specie
Il riferimento alle “specie estinte che hanno dovuto soggiacere ai cambiamenti climatici” non è stato accolto come un argomento a favore dell’adattabilità, ma come un esempio dei suoi limiti: quelle specie non si sono adattate, si sono estinte. Il fatto che alcune specie sopravvivano ai cambiamenti climatici non implica che tutte lo facciano, né che lo facciano senza perdite di biodiversità significative.
L’Ipcc Ar6 prevede che un aumento della temperatura tra 2°C e 3°C produca impatti tali sulle calotte glaciali da innalzare il livello del mare con ripercussioni profonde sui modelli meteorologici regionali e sui grandi centri urbani costieri, in scenari che potrebbero mettere in discussione le stesse ipotesi di adattamento fin qui elaborate.
Il nodo infrastrutturale
Il caldo di questi giorni sta facendo emergere un altro problema: le città, le reti energetiche, le ferrovie, gli ospedali e le scuole europee non sono progettati per il clima caraibico.
Ieri il Regno Unito registrava temperature record a 36,7°C nel Somerset, con scuole chiuse, treni soppressi e un’allerta di “pericolo per la vita” in vigore in diverse contee. (Poca) ironia della sorte, la London School of Economics ha dovuto cancellare un convegno sul caldo proprio a causa delle temperature estreme.
In sintesi, i dati di questi giorni e i rapporti scientifici dell’ultimo decennio dimostrano che abituarsi al clima caraibico, come suggerito dal presidente La Russa, è possibile. Ma costa soldi, tempo e vite umane.
