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L’Italia prepara il Piano per ‘riparare’ la natura

Fino al 9 giugno consultazione pubblica sul Piano Nazionale di Ripristino della Natura: fiumi, città, foreste, campagne e coste entrano nella nuova mappa italiana della biodiversità
4 Maggio 2026
5 minuti di lettura
Italia verde natura

L’Italia apre il confronto sul Piano che dovrà trasformare il Nature Restoration Act in interventi concreti sul territorio. Fiumi, città, campagne, foreste, coste e habitat marini entrano nella stessa cornice nazionale: quella del ripristino della natura, cioè il recupero degli ecosistemi degradati e delle funzioni che svolgono per biodiversità, acqua, suolo, clima e sicurezza del territorio.

Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, di concerto con il ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e con il supporto di Ispra, ha avviato la consultazione pubblica sul Piano Nazionale di Ripristino della Natura, il Pnr. È lo strumento strategico attraverso cui l’Italia darà attuazione al Regolamento Ue 2024/1991. La consultazione resterà aperta fino al 9 giugno 2026 sulla piattaforma ParteciPa, dove cittadini, istituzioni, enti territoriali, comunità scientifica e portatori di interesse possono consultare i materiali e inviare contributi.

Il passaggio può sembrare amministrativo, ma riguarda una parte molto visibile del Paese. Il Piano non parla soltanto di aree protette o specie rare. Entra nei luoghi dove si vive, si produce, si coltiva, si costruisce, si attraversano fiumi e si cerca ombra nelle estati più calde. La biodiversità, in questa prospettiva, smette di essere un tema confinato nei parchi e diventa una componente della pianificazione nazionale: una lente attraverso cui leggere acqua, suolo, agricoltura, salute urbana, rischio idrogeologico, paesaggio e adattamento climatico.

Nella nota del Mase, l’iniziativa viene descritta come parte del percorso nazionale già avviato per la definizione del Piano, indicato come elemento chiave per contrastare la perdita di biodiversità e rafforzare la resilienza degli ecosistemi, in linea con gli obiettivi nazionali ed europei. Il ministero sottolinea anche il metodo: trasparenza, partecipazione e attenzione alle specificità dei territori. Il Pnr dovrà infatti trasformare una cornice europea in una mappa italiana di priorità, tenendo insieme aree molto diverse: un tratto del Po, una laguna, una periferia urbana, una zona agricola intensiva, una foresta alpina o un tratto di costa esposto all’erosione.

Dal “proteggere” al “riparare”: il cambio di passo

Per molto tempo la politica ambientale è stata raccontata soprattutto attraverso la tutela: proteggere un bosco, istituire un parco, salvare una specie, delimitare un’area di pregio, evitare che un habitat venga ulteriormente compromesso. Il ripristino aggiunge un passaggio diverso. Non si tratta solo di impedire che un ecosistema peggiori, ma di riportarlo verso una condizione più funzionale. In termini semplici, significa chiedersi non soltanto cosa resta della natura, ma cosa può tornare a lavorare meglio per il territorio.

Un fiume, ad esempio, non è solo acqua che scorre da monte a valle. È un corridoio ecologico, un sistema di sponde, sedimenti, vegetazione, aree di espansione, specie animali e vegetali, rapporti con le falde e con il territorio attraversato. Quando viene canalizzato, ristretto, separato dalle sue aree naturali o privato della vegetazione riparia, può perdere parte della sua capacità ecologica. Ripristinarlo non significa necessariamente riportarlo a una condizione originaria impossibile da ricostruire. Può significare ridargli spazio dove è possibile, migliorare le sponde, ricostruire continuità ecologiche, ridurre pressioni locali e rendere il territorio più capace di convivere con piene e siccità.

Lo stesso vale per le città. Un quartiere con pochi alberi, molto asfalto, suoli impermeabili e scarsa ventilazione non è soltanto meno gradevole. È più esposto alle isole di calore, gestisce peggio le piogge intense, offre meno spazi di socialità e meno habitat per specie vegetali e animali. In ambito urbano il ripristino della natura può voler dire piantare alberi, ma non solo: scegliere specie adatte, creare ombra dove serve, rendere permeabili aree oggi sigillate, collegare parchi e giardini, recuperare spazi abbandonati, progettare verde che non sia soltanto decorativo ma capace di svolgere funzioni ambientali.

Il Nature Restoration Act porta questo cambio di prospettiva dentro un quadro comune. Gli Stati membri devono predisporre piani nazionali, definire misure e monitorare i risultati. Il Piano italiano dovrà quindi stabilire dove intervenire, con quali priorità, con quali strumenti e con quali tempi. Serviranno dati, cartografie, indicatori, responsabilità amministrative, fondi, competenze tecniche e coordinamento tra livelli di governo. Il supporto di Ispra si inserisce proprio in questa dimensione: ripristinare la natura richiede prima di tutto conoscerne lo stato, individuare gli habitat degradati e capire dove gli interventi possono generare benefici maggiori.

La consultazione pubblica serve anche a raccogliere conoscenze diffuse: le amministrazioni locali conoscono vincoli, progetti e criticità dei propri territori; le università e gli enti di ricerca possono contribuire con studi e dati; le associazioni ambientaliste possono segnalare aree degradate o interventi prioritari; le organizzazioni agricole possono indicare condizioni operative e misure compatibili con il lavoro nei campi; i cittadini possono portare osservazioni su luoghi vissuti ogni giorno, da un torrente tombato, a un’area verde abbandonata, da una zona umida trascurata, a una costa erosa o a una periferia senza alberi.

Fiumi, città, campagne e foreste: dove passa il Piano natura

La parte più concreta del Pnr sarà la traduzione degli obiettivi in luoghi. In Italia i fiumi sono tra i protagonisti naturali più trasformati. Attraversano aree agricole, zone industriali, centri abitati, infrastrutture, territori montani e pianure densamente popolate. Molti corsi d’acqua sono stati modificati per contenere piene, recuperare terreni, costruire argini, proteggere abitati e accompagnare lo sviluppo urbano e produttivo. Oggi il ripristino fluviale può aprire un nuovo capitolo: non cancellare la storia delle opere esistenti, ma capire dove il sistema può recuperare funzioni naturali utili.

Le zone umide sono un altro fronte del Piano. Paludi, stagni, torbiere, lagune e aree di transizione tra acqua e terra sono tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità e tra quelli che più hanno risentito di bonifiche, urbanizzazione, inquinamento e frammentazione. Il loro ripristino assume un significato nuovo perché questi ambienti possono trattenere acqua, offrire habitat a specie migratrici, contribuire alla qualità ecologica del territorio e svolgere funzioni legate alla regolazione naturale dei flussi idrici.

Le campagne portano il Piano dentro uno dei terreni più delicati. Gli ecosistemi agricoli non sono parchi, ma luoghi di produzione, reddito e lavoro. Per questo il ripristino dovrà essere costruito evitando di separare ambiente e agricoltura come se fossero due mondi estranei. Molte misure possono essere integrate nella gestione agricola: siepi, filari, fasce tampone lungo i corsi d’acqua, prati permanenti, rotazioni, tutela degli impollinatori, riduzione dell’erosione, cura della sostanza organica nei suoli, recupero di elementi del paesaggio rurale. Sono interventi che possono incidere sulla biodiversità, ma anche sulla capacità dei terreni di trattenere acqua e resistere meglio agli stress climatici.

Le città portano il Nature Restoration Act nel cuore della vita quotidiana. Qui la biodiversità non si misura solo con la presenza di specie, ma anche con la qualità dello spazio urbano. Più alberi, più suoli permeabili, più corridoi verdi, più ombra, più parchi collegati tra loro possono cambiare il rapporto tra ambiente e salute. Non tutto il verde urbano, però, ha lo stesso valore. Un albero piantato dove non può crescere, senza spazio per le radici e senza manutenzione, non produce gli stessi benefici di una rete progettata di alberature, parchi, giardini, suoli drenanti e spazi ombreggiati.

Le foreste italiane presentano situazioni molto diverse. In alcune zone il bosco si espande per l’abbandono di terreni agricoli e pascoli. In altre è esposto a incendi, siccità, malattie, eventi estremi e perdita di qualità ecologica. Ripristinare gli ecosistemi forestali non significa soltanto piantare nuovi alberi; può significare migliorare la struttura dei boschi, favorire specie coerenti con il contesto climatico e territoriale, aumentare la diversità, prevenire gli incendi, recuperare aree degradate e rafforzare la capacità di rigenerazione naturale.

C’è poi il capitolo delle coste e del mare. Dune, zone umide costiere, sistemi lagunari, fondali e tratti di litorale ancora naturali svolgono funzioni importanti per biodiversità e protezione del territorio. Habitat sommersi, praterie marine, aree di nursery, ambienti costieri e specie marine risentono di pressioni diverse: riscaldamento delle acque, pesca, inquinamento, traffico, attività costiere, specie aliene, perdita di habitat.

La finestra aperta su ParteciPa fino al 9 giugno 2026 è il momento in cui il Piano esce dagli uffici tecnici e si apre al confronto pubblico. Dopo la consultazione, i contributi raccolti dovranno essere valutati e inseriti nel lavoro di definizione della proposta italiana. Da lì la partita entrerà in una fase più concreta: attuazione, priorità, risorse, tempi e responsabilità. Il monitoraggio sarà decisivo, perché una volta approvato il Piano bisognerà capire se un habitat migliora, se una specie torna, se un corridoio ecologico funziona, se un’area urbana diventa meno vulnerabile al caldo, se un suolo trattiene più acqua.

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