L’Italia ha superato ieri, 3 maggio 2026, il proprio Country Overshoot Day. Da oggi il Paese entra simbolicamente in una fase di “debito ecologico”: il budget annuale di biocapacità del Pianeta, cioè la capacità degli ecosistemi di garantire le risorse utilizzate dall’uomo e di assorbire i rifiuti prodotti, risulterebbe già esaurito se tutti sulla Terra consumassero quanto gli italiani.
Il Giorno di Sovrasfruttamento a livello di Paese è calcolato dall’organizzazione internazionale Global Footprint Network e indica la data in cui la domanda di risorse naturali associata agli abitanti di un determinato Stato supera, in proiezione globale, ciò che la Terra è in grado di rigenerare nello stesso anno.
Per l’Italia il “debito ecologico” matura dopo appena 123 giorni dall’inizio del 2026. A questi ritmi, occorrerebbero tre pianeti Terra per garantire le risorse necessarie a sostenere i livelli di consumo degli italiani se fossero estesi all’intera popolazione mondiale.
La data del 2026 arriva in anticipo rispetto agli anni precedenti: tre giorni prima rispetto al 2025 e sedici giorni prima rispetto al 2024. Il superamento della soglia colloca il tema del consumo di risorse al centro del rapporto tra economia, alimentazione, trasporti, uso del suolo, emissioni e capacità rigenerativa degli ecosistemi.
Cos’è il Country Overshoot Day
Il Country Overshoot Day misura il peso di un modello nazionale di consumo sul bilancio ecologico globale. La data indica quando la Terra esaurirebbe la propria biocapacità annuale se tutta la popolazione mondiale consumasse risorse allo stesso ritmo degli abitanti di quel Paese. Nel caso dell’Italia, nel 2026, la soglia è stata superata il 3 maggio. Dal giorno successivo, il 4 maggio, la domanda teorica di risorse supera il budget naturale annuale disponibile.
L’indicatore non misura l’esaurimento fisico delle risorse italiane in una data specifica, né indica che da quel giorno il Paese non abbia più disponibilità di cibo, acqua o materie prime. Traduce invece in una scadenza di calendario il rapporto tra la pressione dei consumi e la capacità rigenerativa degli ecosistemi.
Per calcolare l’Overshoot Day nazionale, il Global Footprint Network considera il rapporto tra la biocapacità globale, cioè la capacità rigenerativa complessiva degli ecosistemi del Pianeta, e l’impronta ecologica pro capite del Paese. Le due grandezze vengono misurate in ettari globali, unità che consente di confrontare superfici biologicamente produttive con diversa capacità di generare risorse o assorbire scarti.
L’impronta ecologica comprende più componenti: aree coltivate, pascoli, foreste, zone di pesca, superfici edificate e capacità necessaria ad assorbire le emissioni di carbonio. La biocapacità, invece, rappresenta la disponibilità degli ecosistemi a produrre risorse biologiche e ad assorbire parte dei rifiuti generati dalle attività umane.
I Giorni di Sovrasfruttamento per i singoli Paesi vengono pubblicati ogni anno alla fine di dicembre dell’anno precedente, utilizzando i dati più recenti dei National Footprint and Biocapacity Accounts. La data dell’Earth Overshoot Day, riferita all’intero Pianeta, viene invece annunciata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, il 5 giugno.
Cosa misura il Giorno di Deficit
Accanto al Country Overshoot Day esiste anche il Giorno di Deficit, calcolato dal Global Footprint Network sulla base dei National Footprint and Biocapacity Accounts. Per l’Italia nel 2026 cade il 19 marzo e indica la data in cui i residenti iniziano a richiedere più risorse di quelle che gli ecosistemi nazionali possono fornire nell’arco dell’intero anno. In pratica, segnala il momento in cui l’impronta ecologica di una nazione supera la biocapacità disponibile entro i suoi confini.
Le due date forniscono informazioni diverse. Il Giorno di Deficit riguarda il rapporto tra consumi interni e capacità ecologica nazionale. Il Country Overshoot Day misura invece l’effetto del modello di consumo di un Paese se fosse applicato su scala globale. Nel caso italiano, il 19 marzo e il 3 maggio indicano entrambi una domanda di risorse superiore alla capacità rigenerativa presa come riferimento, ma su due livelli differenti: nazionale e planetario.
Chi consuma prima il budget della Terra
Nel contesto globale, secondo la mappa del Global Footprint Network, nel 2026 i primi a superare le disponibilità annuali della Terra sono gli abitanti del Qatar, il 4 febbraio. Seguono Lussemburgo, il 17 febbraio, Singapore, il 23 febbraio, Kuwait, il 3 marzo, Mongolia, il 5 marzo, Canada ed Emirati Arabi Uniti, entrambi l’8 marzo, Bahrein, l’11 marzo, e Stati Uniti, il 14 marzo.
L’Italia supera la soglia il 3 maggio, la stessa data indicata per l’Unione europea a 27. Nel calendario del sovrasfruttamento arriva dopo Israele e Polonia, entrambe al 28 aprile, e Bielorussia, al 1° maggio. Si colloca invece prima di Portogallo, Cile e Slovacchia, che raggiungono la soglia il 7 maggio, e di Germania e Bulgaria, per cui la data indicata è il 10 maggio.
Il confronto con le altre economie europee mostra una distribuzione ravvicinata nella parte centrale della primavera. La Francia supera il proprio Country Overshoot Day il 24 aprile, la Svizzera l’11 maggio, il Giappone il 14 maggio, il Regno Unito il 22 maggio, la Cina il 27 maggio. Grecia e Spagna arrivano invece al 4 giugno.
Più avanti nel calendario si collocano Paesi con un’impronta ecologica pro capite più contenuta. Il Brasile raggiunge il proprio Country Overshoot Day il 14 agosto, l’Indonesia il 18 ottobre, la Tunisia il 5 novembre, il Nicaragua il 6 novembre, l’Ecuador il 12 novembre, la Cambogia il 25 novembre e l’Honduras il 27 novembre.

Per Bangladesh, Nigeria, Nepal, Etiopia, Kenya, India, Sri Lanka, Egitto, Filippine e Senegal il Global Footprint Network non indica invece un Overshoot Day 2026, perché l’impronta ecologica pro capite resta al di sotto della biocapacità globale pro capite. In questi casi, il livello medio dei consumi non supera, nella proiezione globale utilizzata dall’indicatore, la quota annuale di risorse che la Terra è in grado di rigenerare.
Dopo 123 giorni il budget annuale è superato
Con il superamento del Country Overshoot Day, il calendario italiano entra nella parte dell’anno associata al debito ecologico. Il dato dei 123 giorni sintetizza il tempo necessario al modello di consumo italiano per utilizzare, in proiezione globale, il budget di risorse rigenerabili disponibile per un intero anno.
Il concetto di debito ecologico descrive la distanza tra domanda e capacità di rigenerazione. Quando l’impronta ecologica supera la biocapacità, il sistema consuma più di quanto gli ecosistemi possano ricostituire nello stesso periodo. La conseguenza è una pressione crescente su risorse biologiche, suolo, foreste, mari e capacità di assorbimento della CO₂.
Nel caso italiano, le voci più rilevanti indicate dalle analisi disponibili riguardano consumo alimentare e trasporti. Entrambi incidono sull’impronta ecologica attraverso l’uso di energia, suolo, materie prime, logistica, emissioni e gestione dei rifiuti.
Il sistema alimentare richiede superfici agricole, acqua, energia, fertilizzanti, imballaggi, refrigerazione e trasporto. La pressione aumenta quando una parte della produzione non viene consumata e diventa spreco. In quel caso, alle risorse utilizzate per produrre il cibo si sommano quelle necessarie per gestire i rifiuti generati.
I trasporti incidono invece sia sugli spostamenti quotidiani sia sulla movimentazione delle merci. La distribuzione dei prodotti, compresi quelli alimentari, richiede energia lungo le diverse fasi della filiera. La distanza tra luoghi di produzione, trasformazione, vendita e consumo può quindi aumentare la quantità di risorse impiegate prima che un bene arrivi al consumatore finale.
A pesare sul bilancio ecologico c’è anche la dipendenza da risorse esterne. Una parte dei beni consumati in Italia viene prodotta fuori dai confini nazionali. Le risorse e le emissioni associate a quei prodotti, pur generate altrove, sono collegate alla domanda finale del mercato italiano. Per questo l’impronta ecologica tiene conto non solo della pressione esercitata direttamente sul territorio nazionale, ma anche degli impatti incorporati nei consumi.
Suolo agricolo, cementificazione e importazioni
La trasformazione del territorio è uno dei fattori che incidono sulla capacità degli ecosistemi di produrre risorse e fornire servizi naturali. In Italia, la cementificazione del suolo fertile comporta la perdita di superfici agricole e la riduzione di funzioni ecologiche essenziali.
Secondo un’analisi Coldiretti su dati Ispra diffusa in occasione dell’Overshoot Day italiano 2026, la scomparsa di 23 ettari al giorno di terreni riduce la capacità produttiva agricola e i servizi ecosistemici, contribuendo ad accelerare il ritmo con cui l’Italia esaurisce le risorse naturali disponibili nell’anno.
La sostituzione dei terreni fertili con cemento elimina la produzione agricola locale sulle superfici trasformate. Questo può aumentare il ricorso alle importazioni, con consumi aggiuntivi di energia collegati a produzione, trasporto, conservazione e distribuzione delle merci. Il suolo sigillato perde inoltre la capacità di assorbire CO₂, regolare il ciclo dell’acqua e mantenere biodiversità.
Il ridimensionamento della superficie agricola italiana emerge dal confronto storico riportato da Coldiretti. Nel 1970 la superficie agricola totale era pari a oltre 250mila chilometri quadrati, corrispondenti all’83% dell’intera Italia. Oggi si è ridotta a meno di 165mila chilometri quadrati, pari al 55% del territorio nazionale.
La perdita di suolo fertile incide su più aspetti del bilancio ambientale. Riduce la disponibilità di aree produttive, limita la capacità di stoccaggio del carbonio, modifica la gestione delle acque e frammenta gli habitat. Nel quadro dell’impronta ecologica, questi effetti si traducono in una minore biocapacità e in una maggiore dipendenza da risorse provenienti da altri territori.
Il tema agricolo è collegato anche alla sicurezza delle filiere. Una riduzione della capacità produttiva nazionale può accrescere il peso dei flussi commerciali internazionali e rendere più rilevante l’impronta associata alle importazioni. In questo senso, il consumo di suolo non riguarda soltanto la quantità di superficie edificata, ma anche la capacità del Paese di generare internamente una parte delle risorse alimentari di cui ha bisogno.
Il suolo svolge inoltre funzioni che non coincidono con la sola produzione agricola. Un terreno fertile contribuisce all’infiltrazione dell’acqua, alla riduzione del rischio idrogeologico, alla conservazione della sostanza organica, alla regolazione termica locale e al mantenimento della biodiversità. Quando viene sigillato, queste funzioni vengono compromesse o eliminate.
L’analisi del consumo di suolo permette quindi di collegare l’Overshoot Day a processi territoriali concreti. La data del 3 maggio non deriva da un solo fattore, ma la perdita di superfici agricole rappresenta una delle componenti che incidono sulla capacità rigenerativa disponibile e sulla domanda di risorse esterne.
Spreco alimentare e pressione sulle risorse
Un’altra componente del bilancio ecologico italiano è lo spreco alimentare. Secondo un’elaborazione Coldiretti su dati dell’ultimo rapporto Waste Watcher, in Italia vengono sprecati circa 1,7 miliardi di chili di cibo all’anno. Lo spreco produce effetti economici e ambientali perché coinvolge l’intera filiera: produzione agricola, trasformazione, trasporto, conservazione, vendita, consumo e smaltimento.
Quando un alimento viene buttato, non si perde solo il prodotto finale. Vengono sprecate anche le risorse utilizzate per coltivarlo o allevarlo, lavorarlo, confezionarlo e distribuirlo. Nel caso dei prodotti freschi, si aggiungono spesso energia per la refrigerazione e gestione dei tempi di conservazione lungo la filiera.
Secondo Coldiretti, la frutta è l’alimento più sprecato in Italia, con quasi 1,2 chili a testa che finiscono nella pattumiera in un anno. Seguono verdure, pane, insalata, cipolle e tuberi. Si tratta di alimenti con una forte relazione con la produzione agricola, la stagionalità, la logistica e la conservazione domestica.
Lo spreco alimentare aumenta l’impronta ecologica perché richiede una produzione superiore al consumo effettivo. Una quota di suolo, acqua, energia, lavoro, trasporti e imballaggi viene utilizzata per beni che non assolvono alla loro funzione alimentare. A ciò si aggiunge la fase di smaltimento, che richiede ulteriori risorse e genera impatti ambientali.
La riduzione dello spreco può incidere su diverse componenti dell’Overshoot Day. Meno cibo buttato significa minore pressione sulla produzione, minore domanda di trasporto e conservazione, riduzione dei rifiuti e uso più efficiente delle risorse agricole. Il tema riguarda sia le famiglie sia la distribuzione, la ristorazione, le filiere produttive e la gestione delle eccedenze.

