Telecamere in fronte e zero paghe extra: così l’India è diventata l’officina dei dati per l’intelligenza artificiale

L'India si presenta come un'officina di raccolta dati a basso costo
25 Giugno 2026
3 minuti di lettura
Operai indiani canva
Operaie in una azienda tessile indiana (Canva)

In India, allenano l’intelligenza artificiale invitando gli operai delle aziende a registrare il loro lavoro. È questo quanto riportato dal Guardian in un lungo reportage che ha indagato il futuro della manodopera indiana nell’era dell’Ai: un mondo dove i gesti quotidiani di migliaia di lavoratori vengono trasformati in dati per istruire i robot che, in un futuro non troppo lontano, potrebbero sostituirli sulle linee di produzione.

Dalla risata al controllo: il lavoro diventa un set

Quando i supervisori hanno consegnato a Lalita, una lavoratrice tessile di 32 anni della periferia di Delhi, una telecamera da montare sulla fronte, la sua prima reazione è stata una risata. “Ci hanno montato addosso delle telecamere come se fossimo dei muri per la videosorveglianza”, racconta. Ma l’atmosfera in fabbrica è cambiata rapidamente. Mentre Lalita cuciva colletti e cuciture, ogni movimento fluido delle sue mani, ogni correzione millimetrica del tessuto e persino le interazioni con i colleghi venivano registrati.

Queste riprese in prima persona sono note come “dati egocentrici”. Se i modelli linguistici come ChatGpt sono stati addestrati su enormi quantità di testo online, i robot umanoidi hanno bisogno di qualcosa di diverso: registrazioni fisiche del lavoro umano per imparare a navigare e operare nel mondo reale. Le aziende del settore stimano che saranno necessari centinaia di milioni, se non miliardi di ore di attività umana filmata in fabbriche, magazzini e case prima che i robot possano muoversi in autonomia.

L’India: l’officina dei dati a basso costo

Perché proprio l’India? Il Paese offre una combinazione unica di scala, densità e diversità di manodopera. Come spiega Puneet Jindal, fondatore di Labellerr AI, l’India è il luogo ideale per insegnare ai robot come lavorano gli esseri umani, dato che milioni di persone svolgono quotidianamente compiti manuali complessi.

C’è poi un fattore economico determinante: raccogliere questi dati negli Stati Uniti costa circa 30 dollari l’ora, mentre in India il costo scende a meno di un sesto. L’India domina già il mercato dell’annotazione dei dati (il processo di pulizia e catalogazione dei video), coprendo circa il 35% del mercato globale, con il 60% dei ricavi provenienti da clienti statunitensi. Tra i giganti interessati c’è Tesla: Elon Musk ha previsto che l’80% del valore futuro dell’azienda deriverà dai robot umanoidi, e società come EgoLab stanno già estraendo dati dalle fabbriche indiane per alimentare questa visione.

Il paradosso del consenso e la “conoscenza corporea”

Un aspetto critico riguarda la remunerazione e il consenso. L’indagine del Guardian su sei fabbriche ha rivelato che gli operai spesso non ricevono alcun compenso extra per la generazione di questi preziosi dataset. Mentre le aziende tecnologiche stringono accordi lucrosi con i proprietari delle fabbriche, ai lavoratori viene talvolta offerta solo una bibita fresca. “Non sono sicura se sia per i video o perché il caldo di Delhi è insopportabile”, ironizza Lalita, che guadagna circa l’equivalente di 200 euro al mese.

Oltre alla questione economica, emerge un problema di privacy e sorveglianza. In alcuni casi, i video sono stati usati per generare report sulla produttività, monitorando i tempi morti e identificando i momenti di socializzazione tra colleghi. Esistono persino testimonianze di lavoratrici che sono entrate in bagno dimenticando di avere la telecamera accesa sulla fronte.

Sarayu Natarajan, fondatrice del think tank indiano Aapti Institute, sottolinea che ciò che viene estratto è la “conoscenza corporea”: l’istinto e le abilità accumulate in anni di esperienza. Una volta trasformata in dati, questa conoscenza viene separata dal corpo dell’operaio e venduta nelle catene di approvvigionamento globali dell’Ai.

Oltre la fabbrica: il caso dei lavoratori informali

La raccolta dati non si ferma alle mura delle aziende. Aziende tecnologiche stanno reclutando anche lavoratori come muratori, addetti alle consegne e venditori ambulanti. Munazir, un muratore di Bengaluru, guadagna tra i 30 e i 40 dollari a settimana registrando il suo lavoro, una cifra significativa rispetto ai suoi soliti 8 dollari al giorno. Tuttavia, Munazir non ha idea di come verranno usati i suoi video.

Come osserva al Guardian la ricercatrice Madhumita Dutta, tradizionalmente i lavoratori vendono il loro tempo per un salario; qui, invece, stanno cedendo un asset digitale di valore senza avere la possibilità di negoziare. Il rischio è che stiano letteralmente costruendo le basi tecnologiche della propria futura disoccupazione. Alla domanda se i lavoratori dovessero ricevere una quota del valore creato dai robot addestrati grazie a loro, Lalita risponde con amara lucidità: “Non veniamo pagati nemmeno il giusto valore per il lavoro che facciamo ora. Chi ci pagherà quando verremo sostituiti dai robot?”.

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