Il pianeta rischia di imboccare una traiettoria ‘serra’, e noi con esso, con tutte le conseguenze del caso. Un nuovo studio della Oregon State University pubblicato sulla rivista One Earth, dal titolo ‘The risk of a hothouse Earth trajectory (‘Il rischio di una traiettoria serra per la Terra’)’, analizza come, superando le soglie di temperatura critiche, potremmo finire per innescare dei meccanismi che si auto-alimentano e dinamiche definite di ‘ribaltamento’ che andrebbero ad amplificare ulteriormente il riscaldamento climatico. Una strada che, una volta intrapresa, potrebbe diventare sempre più difficile da abbandonare.
Non tutto è ancora perduto, sottolineano gli scienziati, ma la finestra di possibilità nelle nostre mani si sta restringendo più rapidamente di quanto pensassimo. Non una buona ragione per arrendersi, precisano gli autori della ricerca, quanto piuttosto per accelerare le contromisure: dato che la situazione deriva in larghissima parte dalle nostre azioni, la decisione spetta a noi.
Cos’è la ‘traiettoria serra’
Lo studio parte da una considerazione, ovvero che il clima terrestre si sta allontanando dalle condizioni stabili che hanno sostenuto la civiltà umana per millenni, consentendole di svilupparsi e prosperare. Oggi, le temperature globali sono calde almeno quanto qualsiasi periodo degli ultimi 125mila anni, mentre le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica sono probabilmente ai livelli più alti degli ultimi due milioni di anni. Stiamo perciò entrando in una fase di cambiamento senza precedenti, a un ritmo più rapido di quanto previsto in passato, con conseguenze difficili da prevedere.
Secondo gli autori, diverse componenti del sistema Terra potrebbero essere più vicine alla destabilizzazione di quanto si ritenesse, perché feedback amplificanti, soglie critiche e interazioni a cascata potrebbero spingerla verso una traiettoria serra: quella in cui il sistema climatico arriva a un punto di non ritorno e resta vincolato a lungo a temperature molto più elevate, anche se le emissioni venissero successivamente ridotte. L’esito finale potrebbe essere lo “stato serra“, caratterizzato da un riscaldamento estremo e duraturo e da un livello dei mari di molti metri superiore a quello di oggi. Ma dobbiamo tenere ben presente, osservano i ricercatori, che prevenire la traiettoria serra è molto più realistico che tentare di invertire il processo una volta raggiunto lo stato serra.
Auto-rinforzo e sistemi interconnessi
Uno dei punti fondamentali della questione riguarda i meccanismi di feedback, processi che possono amplificare – o attenuare, ma non è questo il caso – ulteriori cambiamenti. Nel caso del riscaldamento globale, lo studio evidenzia come diversi fattori possano rafforzare l’aumento delle temperature: lo scioglimento di ghiacci e neve, il disgelo del permafrost, il deperimento delle foreste e la perdita di carbonio nei suoli.
Una delle principali preoccupazioni riguarda l’attivazione dei cosiddetti elementi di ribaltamento climatico: grandi sottosistemi del pianeta che possono cambiare rapidamente stato una volta superate determinate soglie di temperatura. Gli scienziati ne hanno individuati sedici principali, e almeno dieci di questi potrebbero contribuire ad aumentare ulteriormente la temperatura globale se attivati. Tra quelli più a rischio, per i quali il ribaltamento potrebbe essere già in corso o potrebbe verificarsi presto, figurano la calotta glaciale della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, il permafrost boreale, i ghiacciai montani e parti della foresta amazzonica.
Il superamento di una o più di queste soglie potrebbe attivare processi auto-rinforzanti capaci di spingere il sistema Terra verso la traiettoria serra, con conseguenze durature e potenzialmente irreversibili. Le temperature esatte a cui tali cambiamenti potrebbero verificarsi restano incerte, ma questa incertezza rappresenta una fonte di preoccupazione in più. Se un sistema si ribalta, infatti, può innescare un effetto a cascata, spingendo altri sistemi oltre le proprie soglie critiche e trascinando l’intero pianeta verso la traiettoria serra. Alcuni processi di feedback, sottolinea lo studio, potrebbero essere essi stessi punti di non ritorno.
Meccanismo a catena
Il meccanismo a catena che alimenta questa dinamica è relativamente lineare. In estrema sintesi: le attività umane aumentano la concentrazione di gas serra, provocando un aumento delle temperature globali che accelera lo scioglimento dei ghiacci, cosa che a sua volta riduce l’albedo terrestre – cioè la capacità del pianeta di riflettere la luce solare – amplificando ulteriormente il riscaldamento. L’acqua di fusione dei ghiacciai può inoltre perturbare l’Amoc, la grande corrente oceanica dell’Atlantico che già mostra segnali preoccupanti. Un’Amoc più debole potrebbe modificare la circolazione atmosferica globale, spostando le fasce pluviali tropicali e contribuendo al prosciugamento di alcune aree dell’Amazzonia. Ciò inciderebbe sulla capacità della foresta di immagazzinare carbonio che, rilasciato in quantità, rafforzerebbe il riscaldamento globale, interagirebbe con altri feedback e genererebbe nuovi effetti a cascata.
Emissioni in aumento
A che punto siamo? Gli autori delle ricerca sottolineano che realisticamente, ci troviamo su una traiettoria di superamento delle soglie di temperatura stabilite a Parigi nel 2015 (1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali), direzione che aumenta di parecchio – secondo lo studio, del 72% – la possibilità di attivare fenomeni di ribaltamento.
Anche perché le temperature globali hanno recentemente superato il limite fissato oltre dieci anni fa per 12 mesi consecutivi, il tutto mentre si assisteva alle conseguenze: temperature record, incendi, inondazioni e altri eventi estremi. Ma Le evidenze suggeriscono che superare 1,5 °C, o anche mantenere le temperature ai livelli attuali, aumenta la probabilità di innescare elementi di ribaltamento.
Il ritmo stesso del riscaldamento globale è accelerato: da circa 0,05 °C per decennio a metà del XX secolo si è passati a circa 0,31 °C per decennio oggi, riducendo ulteriormente il tempo a nostra disposizione per intervenire. D’altra parte gli scienziati, e tra essi gli autori dello studio, concordano sul legame diretto tra aumento delle temperature e concentrazione di anidride carbonica. Alla base di questa dinamica, resta soprattutto la crescita delle emissioni prodotte dalle attività umane, legate alla combustione di combustibili fossili, alle attività industriali, ai cambiamenti nell’uso del suolo e alla deforestazione.
Nel 2024 le emissioni globali di CO₂ legate all’energia sono aumentate dello 0,8%, raggiungendo il livello record di 37,8 gigatonnellate. Le concentrazioni atmosferiche di CO₂ hanno toccato 422,5 parti per milione, circa il 50% in più rispetto ai livelli preindustriali, e il 2025 non ha invertito questa tendenza. Anche le concentrazioni di metano e protossido di azoto, entrambi potenti gas serra, continuano ad aumentare.
Intensificare gli sforzi
In sostanza, prosegue lo studio, gli attuali impegni climatici, che ci portano verso un picco di riscaldamento di circa 2,8 °C entro il 2100, sono insufficienti. Eppure, molte economie emergenti investono ancora in infrastrutture per carbone e gas, mentre i sussidi globali ai combustibili fossili restano a livelli record e alcuni Stati stanno indebolendo i propri impegni climatici.
Per gli scienziati, occorre un impegno maggiore, tenendo in conto anche che non sappiamo quali siano le soglie di ribaltamento. Questa incertezza, spiegano, non è un motivo per ritardare, ma una ragione in più per agire in modo prudente e immediato. Come? Attraverso politiche climatiche più solide che accelerino la riduzione delle emissioni e integrino il rischio dei punti di non ritorno nella pianificazione, ma anche attraverso un monitoraggio coordinato globale dei punti di non ritorno e la gestione dei rischi a cascata.