Dopo il parziale dietrofront dell’anno scorso, il Ddl Caccia torna all’esame del Senato e a infiammare il dibattito pubblico. La logica perseguita dal provvedimento è modificare in modo rilevante la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica e sull’attività venatoria, allargando aree, specie e tempi di caccia consentiti dalla legge.
I medici dell’Ambiente italiani, riuniti nell’Isde (International Society of Doctors for the Environment), parlano di una “forte preoccupazione” per il Ddl 1552, che costituirebbe una minaccia non solo per la biodiversità ma anche per la sicurezza dei cittadini e la salute pubblica.
Cosa prevede il Ddl caccia
Mercoledì 22 aprile, le commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato riprenderanno l’esame della riforma sulla caccia promossa dal centrodestra.
Ecco le principali modifiche previste nel testo:
- Estendere le aree in cui è possibile esercitare l’attività venatoria, includendo anche il demanio marittimo (e quindi la possibilità di sparare anche in spiaggia), le foreste demaniali e le praterie d’alta quota;
- Ampliare il novero delle specie abbattibili, includendo anche lo stambecco e nuovi uccelli migratori;
- Riaprire i roccoli e gli impianti di cattura per richiami vivi;
- Consentire la caccia durante fasi delicate del ciclo biologico animale come la migrazione pre-nuziale e la nidificazione, anche nelle ore notturne;
- Semplificare le procedure di controllo faunistico nelle aree urbane e agricole;
- Declassare da vincolanti a facoltativi i pareri scientifici dell’Ispra sui calendari venatori, lasciando più margine decisionale alla politica.
L’Oipe (Organizzazione Internazionale Protezione Animali) sottolinea che è al vaglio la possibilità di utilizzare silenziatori, che, oltre a non lasciare scampo agli animali, renderebbe molto difficili i controlli e imporrebbe limiti alle attività delle guardie venatorie volontarie. “Un attacco diretto alla biodiversità, alla sicurezza e alla legalità”, denuncia l’organizzazione.
Perché i medici parlano di rischio
Per Isde Italia il Ddl Caccia, anche noto come “Ddl Malan”, rappresenta “un arretramento significativo” rispetto ai principi di protezione ambientale richiamati dall’articolo 9 della Costituzione e dalle normative europee. L’associazione sostiene che l’allargamento dell’attività venatoria riduca le tutele per specie ed ecosistemi già sotto pressione a causa dei cambiamenti climatici e della perdita di habitat.
Come riportato anche da Sanità Informazione, Isde cita un possibile contrasto con le direttive europee, in particolare con la Direttiva Uccelli, le cui linee guida più recenti ribadiscono la necessità di limitare le deroghe e mantenere standard elevati di protezione delle specie.
Sicurezza pubblica e approccio One Health
L’associazione segnala anche un profilo di sicurezza pubblica. Secondo Isde, l’estensione dei periodi e delle aree di caccia, insieme all’allentamento delle regole, “potrebbe determinare un incremento degli incidenti venatori e un peggioramento delle condizioni di sicurezza nei territori”.
Il riferimento centrale, nella presa di posizione dei medici, è l’approccio One Health, cioè l’idea che salute umana, salute animale e salute ambientale siano strettamente connesse. In questa cornice, “indebolire la tutela della fauna e degli ecosistemi significa compromettere anche la salute delle persone”, scrive Isde, che definisce “anacronistico e in contrasto con le evidenze scientifiche” promuovere norme che favoriscono l’espansione dell’attività venatoria.
Cosa ne pensano gli italiani della caccia
Secondo recenti sondaggi Ipsos, l’85% degli italiani è contrario alla caccia non solo perché vuole tutelare il benessere animale, ma anche perché non si sente sicuro a frequentare boschi e simili durante la stagione venatoria, che il Ddl Malan vuole estendere.
Isde sottolinea che l’ampliamento delle specie cacciabili, la riduzione delle aree protette e la possibilità di estendere i tempi di caccia “non rispondono a esigenze di gestione faunistica” ma rischiano di favorire interessi particolari a scapito dell’interesse generale.
A febbraio, sono state depositate in Parlamento oltre 400mila firme per chiedere di fermare il Ddl caccia. La mobilitazione è stata promossa da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia. Anche Isde, chiede a Parlamento e Governo di fermare l’iter del provvedimento e di aprire un confronto basato su evidenze scientifiche. In tutto sono 58 le associazioni animaliste, ambientaliste e scientifiche che chiedono alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di bloccare il Ddl Malan Lollobrigida perché “i cittadini vogliono più sicurezza e libertà, non più fucili”.