“Questo caldo è offerto dal governo”: la protesta a Torino. Ma è davvero così?

Mentre le corti decidono il futuro a lungo termine, in Italia, ad esempio, le nostre città si trovano a gestire un'emergenza quotidiana
15 Luglio 2026
3 minuti di lettura
Extinction Rebellion screen video Ig
Manifesti sul clima a Torino (Screen video di Extinction Rebellion-Instagram)

“Questo caldo è gentilmente offerto dal governo”. Sono queste le frasi scritte a grandi lettere sui manifesti dai colori accesi che, nelle scorse notti, hanno ricoperto i muri di Torino, dal Quadrilatero al quartiere Aurora. L’iniziativa, firmata dal movimento Extinction Rebellion, punta a trasformare l’afa asfissiante delle ultime settimane da semplice evento meteorologico a questione di responsabilità politica.

Secondo gli attivisti, le ondate di calore rendono “finalmente ovvio che la crisi ecoclimatica è una tragica realtà” alimentata dalla dipendenza dai combustibili fossili, dal consumo di suolo e dai ritardi sistematici nell’adattamento delle città. A rispondere è il segretario cittadino di Forza Italia, Marco Fontana, che ha bollato l’azione come una “narrazione suggestiva, ma completamente scollegata dalla realtà dei numeri”. Fontana sottolinea che l’Italia pesa appena per lo 0,7% delle emissioni mondiali di gas serra, sostenendo che colpevolizzare il governo nazionale per un problema globale sia un “fallimento della politica” che ignora la crescita delle emissioni nelle grandi economie extraeuropee.

La svolta di Strasburgo: lo Stato come custode della salute

Ma lo Stato è davvero responsabile degli effetti del cambiamento climatico sui propri cittadini? Fino a poco tempo fa la questione era puramente politica, ma oggi la risposta arriva dalle aule di giustizia. Una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) del 2024, nel caso Verein KlimaSeniorinnen Schweiz contro Svizzera, ha stabilito che lo Stato ha l’obbligo positivo di proteggere la popolazione dai gravi rischi del clima. I giudici hanno chiarito che l’Articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare) include il diritto a una protezione efficace contro le minacce climatiche alla vita, alla salute e alla qualità della vita.

La Svizzera è stata condannata per “lacune critiche” nella sua strategia, come la mancata quantificazione di un limite massimo alle proprie emissioni (il cosiddetto carbon budget) e il fallimento nel raggiungere gli obiettivi passati. Questa sentenza sancisce che l’inazione climatica non è solo una scelta politica, ma una violazione dei diritti umani.

Non solo Svizzera: gli Stati finiti “alla sbarra” in tutto il mondo

Il caso svizzero non è isolato, ma fa parte di una tendenza globale dove i tribunali correggono le mancanze dei governi.

  • Olanda: con il caso Urgenda, la Corte Suprema ha confermato l’obbligo legale dello Stato di ridurre le emissioni di almeno il 25% entro il 2020 per proteggere i cittadini.
  • Germania: nel 2021, la Corte costituzionale ha annullato parte della legge sul clima perché rimandava i sacrifici più pesanti a dopo il 2030, violando i diritti delle generazioni future che si troverebbero a sopportare un peso sproporzionato.
  • Regno Unito: l’Alta Corte ha dichiarato illegale il piano governativo di decarbonizzazione perché ritenuto “irrazionale” e privo di dettagli scientificamente solidi su come raggiungere i target.
  • Colombia: in una decisione definita innovativa, la Corte Suprema ha riconosciuto la Foresta Amazzonica come un “soggetto di diritti”, obbligando lo Stato a fermare la deforestazione per garantire un futuro vivibile ai giovani.

Perché il ruolo del governo è decisivo (e non ha alibi)

Il ruolo dello Stato è fondamentale perché i tribunali internazionali hanno respinto la logica della “goccia nell’oceano” spesso usata dalla politica. Anche se un Paese emette poco, è comunque obbligato a fare la sua “parte equa” per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Lo Stato è considerato l’unico attore capace di adottare un quadro normativo vincolante e deve agire con la dovuta diligenza basandosi sulla scienza più avanzata. È emerso inoltre il tema delle “emissioni incorporate”: gli Stati iniziano a essere ritenuti responsabili non solo per quello che producono internamente, ma anche per i gas serra generati all’estero per produrre i beni che importano e consumano, che in Svizzera rappresentano circa il 70% dell’impronta totale. Ignorare questi fattori significa scaricare un peso sproporzionato sulle generazioni future.

Dai “piani caldo” alla depavimentazione: la risposta delle città

Mentre le corti decidono il futuro a lungo termine, in Italia, ad esempio, le nostre città si trovano a gestire l’emergenza quotidiana con i “piani caldo”. Torino, Firenze e Bologna hanno attivato reti di assistenza che prevedono telefonate agli anziani soli, assistenza medica domiciliare e l’apertura di “centri d’incontro climatizzati” o “rifugi climatici” dotati di acqua e condizionamento. Amministrazioni come quella di Roma stanno avviando progetti di “depavimentazione”, che consiste nel rimuovere l’asfalto per sostituirlo con aree verdi e prati.

L’obiettivo è combattere l’effetto “isola urbana di calore”, che rende i centri cementificati sensibilmente più torridi rispetto alle aree rurali circostanti. E anche se queste sono misure di adattamento vitali, i tribunali ricordano che senza una seria politica di riduzione delle emissioni alla radice, il diritto a un ambiente sano resterà un obiettivo irraggiungibile.

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