Chi sta rubando (davvero) l’acqua di Bali? 

Bali ha accolto oltre 16 milioni di turisti nel 2024: quattro volte la sua popolazione residente
14 Luglio 2026
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Bali crisi idrica canva

Bali, per molti, è il sinonimo del paradiso terrestre. Ma dietro le immagini da cartolina di risaie lussureggianti e piscine affacciate sulla giungla, si nasconde una realtà drammatica che mette a nudo i limiti della sostenibilità nel turismo di massa. Secondo un reportage investigativo del Guardian, l’isola sta letteralmente esaurendo la sua risorsa più preziosa: l’acqua dolce.

Questa inchiesta sul campo, arricchita da dati statistici e testimonianze dirette, ha evidenziato come il modello di sviluppo turistico stia entrando in rotta di collisione con la sopravvivenza della popolazione locale e con tradizioni millenarie.

L’evidenza dei numeri: un divario insostenibile

Il dato che emerge con più forza dal reportage riguarda l’enorme disparità nei consumi. Mentre Bali ha accolto oltre 16 milioni di turisti nel 2024 (quattro volte la sua popolazione residente), il peso di questa presenza ricade quasi interamente sulle risorse idriche dell’isola.

Le evidenze raccolte sono preoccupanti:

  • Il turismo consuma oltre il 65% dell’acqua dolce di Bali.
  • Un singolo turista in un resort può arrivare a consumare tra i 2.000 e i 4.000 litri d’acqua al giorno per alimentare piscine, giardini e servizi alberghieri.
  • Al contrario, un residente balinese medio deve sopravvivere con appena 30-50 litri al giorno.

Quando la terra diventa cemento

Un aspetto approfondito dall’inchiesta è il legame inscindibile tra agricoltura e gestione idrica. Bali è famosa per il suo subak, un sistema di irrigazione cooperativo che risale al IX secolo e che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Questo sistema non è solo tecnica agricola, ma una filosofia che considera l’acqua un dono divino da condividere equamente.

Tuttavia, questo equilibrio secolare si sta spezzando. Negli ultimi cinque anni, l’isola ha perso oltre 6.500 ettari di risaie (un calo superiore al 9%), cementificate per costruire ville, palestre e centri di co-working per i cosiddetti “nomadi digitali”. Come sottolinea il reportage del Guardian, le risaie non sono solo fonte di reddito, ma vere e proprie infrastrutture idriche naturali: trattengono l’acqua piovana e ricaricano le falde acquifere sottostanti. Quando vengono rimpiazzate dal cemento, questa funzione vitale scompare, aggravando il prosciugamento delle sorgenti.

Il mercato nero e l’intrusione salina

L’inchiesta però scende nei dettagli più oscuri della crisi: l’estrazione illegale di acqua. Con la rete idrica pubblica (la Pdam) che spesso eroga acqua per una sola ora al giorno – costringendo residenti a riempire febbrilmente ogni contenitore disponibile – è fiorito un florido mercato privato.

Le evidenze raccolte sul campo mostrano una flotta di camion cisterna che riforniscono i resort di lusso con acqua estratta da pozzi privati. Idep Foundation, un’organizzazione no-profit locale, stima che esistano circa 10.000 aziende idriche sull’isola, ma circa la metà opera illegalmente o senza permessi adeguati.

Questa estrazione selvaggia sta portando a conseguenze ecologiche irreversibili: in almeno sei dei nove distretti di Bali è stata rilevata l’intrusione salina. Man mano che le falde dolci vengono svuotate, l’acqua di mare penetra nell’entroterra, rendendo i pozzi costieri salmastri e inutilizzabili per la popolazione locale.

Resistere alla vendita: tra politica e spirito

Il fenomeno non passa inosservato e c’è chi con forza prova a reagire. La senatrice Niluh Djelantik ha chiesto una moratoria sulla costruzione di nuovi hotel, denunciando come l’attuale sistema di permessi online abbia tolto potere alle comunità locali, permettendo agli investitori di costruire senza alcuna consultazione preventiva.

Sulle colline di Munduk, la resistenza assume un carattere spirituale. Rudi Pak, un “sacerdote dell’acqua” custode della filosofia Tri Hita Karana (l’armonia tra uomo, Dio e natura), rifiuta offerte miliardarie per vendere i suoi terreni vicini alle cascate. “Non venderemo perché vogliamo preservare questa terra per la prossima generazione”, afferma fermamente. L’inchiesta accende i riflettori sui rischi dell’overtourism. Bali ci insegna che la sostenibilità non può limitarsi all’uso di cannucce di carta nei resort, se nel frattempo si prosciugano le falde acquifere che dissetano le comunità locali.

Siccità e turismo: una crisi anche europea

Ma non solo Bali. Anche in Europa, ad esempio, e nello specifico nell’area meridionale, la siccità e la scarsità d’acqua rappresentano una sfida cronica che colpisce circa il 30% della popolazione con uno stress idrico permanente, una quota che può salire fino al 70% durante i mesi estivi. Secondo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, nazioni come Cipro e Malta presentano le condizioni più critiche, con indici di sfruttamento idrico che raggiungono rispettivamente il 92,1% e il 66,7%, seguiti da Grecia (37,4%), Romania (33,9%), Portogallo (30,7%), Italia (27,2%) e Spagna (26,5%), che soffrono carenze particolarmente acute in primavera e estate. Queste pressioni sono alimentate principalmente dall’agricoltura irrigua, dall’approvvigionamento pubblico, ma anche proprio dal turismo, un contesto che peggiora con il cambiamento climatico che aumenta la frequenza e l’intensità dei periodi siccitosi, rendendo improbabile un miglioramento della situazione entro il 2030.

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