Come si salva un paese che si svuota o una costa che arretra?

Quattro progetti di Horizon Europe studiano case vuote, servizi nei territori rurali e strategie di adattamento per le comunità atlantiche, raccogliendo anche gli interventi che non hanno funzionato
17 Luglio 2026
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Paese vicolo
Vicolo in un paese disabitato, immagine di repertorio (Canva)

Che cosa possono avere in comune una casa disabitata nell’Europa rurale e una comunità affacciata sull’Atlantico?

Nel primo caso alcuni edifici appartengono a eredi che vivono altrove, mentre altri sono seconde case aperte poche settimane all’anno. Molti avrebbero bisogno di interventi costosi, consumano troppa energia o non sono più adatti a una popolazione che invecchia. Sulle coste atlantiche il problema sembra molto diverso: qui non sono soltanto gli abitanti a spostarsi, ma si muove anche il territorio. Le spiagge arretrano, le dune cambiano forma e le mareggiate raggiungono edifici e infrastrutture progettati quando il mare si comportava diversamente.

Entrambe le situazioni pongono una domanda che sta diventando sempre più concreta: come si continua a vivere in un luogo quando le condizioni che lo rendevano abitabile stanno cambiando?

La Commissione europea ha deciso di cercare alcune risposte finanziando nuovi progetti dedicati alle comunità rurali e costiere nell’ambito di Horizon Europe. Le iniziative, presentate dalla Research Executive Agency, affronteranno problemi diversi ma collegati: la disponibilità di abitazioni nei territori rurali, gli effetti dello spopolamento sui servizi locali, la capacità dei paesi di adattarsi ai cambiamenti demografici e climatici e i rischi che interessano le coste atlantiche.

Quattro progetti permettono di osservare questi temi da prospettive complementari. Ruralise studierà quali case vuote possano tornare realmente utilizzabili; Rerooted costruirà scenari per valutare le conseguenze delle decisioni locali; Rudi sperimenterà nuovi servizi in otto laboratori rurali; Beaconsplus metterà in rete comunità costiere e raccoglierà non soltanto le soluzioni riuscite, ma anche quelle che non hanno funzionato.

Le attività sono appena cominciate o entreranno nel vivo nei prossimi mesi. Il loro interesse non sta quindi nei risultati, ancora da verificare, ma nei metodi scelti: partire dai dati locali, coinvolgere gli abitanti e sperimentare le soluzioni nei territori prima di proporle come modelli replicabili.

Case vuote, ma non disponibili

Ruralise, progetto europeo che partirà il 1° settembre 2026, proverà a descrivere con maggiore precisione il mercato delle abitazioni rurali. Disporrà di circa 6 milioni di euro e lavorerà attraverso sei progetti pilota in Bulgaria, Finlandia, Grecia, Norvegia, Irlanda e Italia. Tra i partner italiani figurano l’Università di Ferrara, il Politecnico di Milano e Delta 2000, società attiva nel territorio del Delta del Po.

Il progetto analizzerà i mercati immobiliari e degli affitti insieme ai cambiamenti demografici, alla presenza di abitazioni vuote o degradate e alla pressione esercitata dalle seconde case. L’obiettivo è chiarire perché un patrimonio edilizio apparentemente abbondante non riesca sempre a rispondere alla domanda di chi vorrebbe trasferirsi o rimanere in un’area rurale. Un edificio può essere inutilizzato perché richiede lavori troppo costosi, perché viene aperto soltanto in alcuni periodi dell’anno o perché non incontra più le esigenze della popolazione locale.

Il prezzo di acquisto o di affitto, inoltre, racconta soltanto una parte del costo dell’abitare. Una casa economica può richiedere interventi importanti per migliorare impianti e prestazioni energetiche, oppure trovarsi lontano da scuole, servizi sanitari, negozi e luoghi di lavoro. Anche la struttura degli edifici può diventare un ostacolo: grandi metrature, più piani e spazi difficili da mantenere possono essere poco adatti a nuclei familiari piccoli o a una popolazione anziana.

Ruralise affiancherà alle analisi quantitative processi partecipativi e attività di co-progettazione con abitanti, amministrazioni e operatori. I sei territori pilota serviranno a individuare problemi e soluzioni differenti, evitando di trattare le aree rurali come un unico mercato. La risposta potrebbe consistere nel recupero di un immobile degradato, nella trasformazione di spazi sottoutilizzati o in nuovi modelli di gestione, ma il progetto dovrà verificare quali interventi siano economicamente sostenibili, accessibili e adattabili alle condizioni locali.

I risultati comprenderanno tipologie abitative confrontabili tra Paesi, mappe delle vulnerabilità, percorsi elaborati con le comunità e strumenti per le politiche e la progettazione. Confluiranno nel Ruralise Studio, un ambiente che riunirà dati, indicazioni e soluzioni testate per metterli a disposizione di Comuni, cittadini e soggetti che si occupano di abitazione. La partecipazione di Delta 2000 porta nel partenariato anche un soggetto radicato nel territorio del Delta del Po.

Alla conclusione, prevista per il 31 ottobre 2029, Ruralise dovrebbe offrire una base informativa più affidabile sui mercati rurali e criteri per distinguere gli edifici che possono tornare a essere abitazioni da quelli che, pur risultando vuoti, non sono realmente accessibili o adatti ai bisogni locali.

Un simulatore e otto laboratori per i paesi che cambiano

La disponibilità di abitazioni è soltanto uno dei fattori che determinano il futuro di un territorio rurale. Scuole, trasporti, lavoro, servizi sanitari e attività commerciali formano un sistema nel quale una decisione può produrre conseguenze anche lontane dal suo obiettivo iniziale. Rerooted, iniziato il 1° luglio 2026, lavorerà con sei comunità rurali e svilupperà uno strumento geografico per valutare in anticipo i possibili effetti demografici delle politiche. Il progetto dispone di circa 6,3 milioni di euro e tra i partecipanti figura il Politecnico di Torino.

L’idea ricorda un simulatore applicato a un paese reale. I ricercatori metteranno insieme dati sulla popolazione, sull’economia e sull’organizzazione del territorio per costruire scenari alternativi. Una scuola che chiude può aumentare gli spostamenti quotidiani e spingere alcune famiglie a trasferirsi; una nuova impresa può creare lavoro, ma anche far emergere una carenza di abitazioni, asili o collegamenti. Un investimento turistico può riportare attività economiche in un piccolo centro e, nello stesso tempo, ridurre gli appartamenti disponibili per gli affitti permanenti.

Il modello non dovrà prevedere con esattezza quanti abitanti avrà un Comune tra vent’anni. Servirà a confrontare le conseguenze di scelte differenti prima che vengano impiegate risorse pubbliche. Rerooted partirà da ricerche condotte in Europa e in Giappone per costruire una tipologia dei cambiamenti demografici rurali; le strategie elaborate nelle sei comunità iniziali saranno poi testate in altri territori, per verificare se possano funzionare anche in condizioni amministrative, economiche e geografiche diverse.

Rudi, avviato nel 2026 e destinato a durare quattro anni, affronterà lo stesso problema con un approccio più operativo. Il progetto coinvolge università e organizzazioni di diversi Paesi europei, tra cui l’Università degli Studi di Milano, e istituirà otto Rural Innovation Clusters con altrettanti Rural Living Labs. In questi laboratori, Comuni, imprese, soggetti dell’economia sociale, associazioni e ricercatori svilupperanno e valuteranno soluzioni in condizioni reali.

Gli esempi indicati dal progetto riguardano modelli cooperativi di assistenza, sistemi agroalimentari circolari e servizi di mobilità resilienti al clima. Un gruppo di piccoli Comuni potrebbe, per esempio, sperimentare la condivisione di servizi che ciascuna amministrazione faticherebbe a garantire da sola; un laboratorio sulla mobilità potrebbe invece valutare insieme domanda ridotta, distanze e vulnerabilità delle infrastrutture agli eventi estremi. Rudi svilupperà anche un Demography–Climate Dashboard, pensato per mettere in relazione andamenti della popolazione e pressioni climatiche e sostenere la pianificazione regionale.

Una piattaforma costiera che conserva anche gli errori

Beaconsplus porterà la sperimentazione sulle coste dell’Atlantico, dove l’adattamento riguarda il futuro di edifici, porti, strade, attività turistiche, pesca ed ecosistemi. Il progetto è iniziato il 1° luglio 2026, terminerà il 31 dicembre 2029 e ha un costo complessivo di circa 6,63 milioni di euro, di cui poco più di 6 milioni finanziati dall’Unione europea. Il partenariato comprende quattordici organizzazioni e, per l’Italia, la Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici.

Il progetto svilupperà la rete dei Beacon Sites, luoghi di osservazione e sperimentazione distribuiti sulle due sponde dell’oceano. Ricercatori, amministrazioni, imprese e abitanti dovranno individuare insieme i problemi prioritari e confrontare risposte adatte ai diversi contesti. Una località turistica può avere come obiettivo principale la conservazione della spiaggia, mentre un villaggio di pescatori può dipendere soprattutto dalla qualità dell’ecosistema e dall’accesso al mare; altrove possono essere centrali un porto, una strada costiera o il collegamento con un’isola.

I risultati confluiranno in una piattaforma digitale e in una cassetta degli attrezzi per la resilienza costiera. Il progetto prevede di riunire dati scientifici, conoscenze tradizionali, indicazioni per conservare e ripristinare gli ecosistemi e soluzioni già sperimentate. Una piattaforma di similarità aiuterà inoltre le comunità a individuare territori che affrontano condizioni comparabili, anche quando si trovano a grande distanza.

L’elemento più insolito è la decisione di rendere accessibili non soltanto le buone pratiche, ma anche i fallimenti. Un intervento può non produrre i risultati attesi, rivelarsi troppo costoso da mantenere o generare conseguenze negative su attività economiche ed ecosistemi. Registrare le condizioni nelle quali è stato progettato, applicato e infine corretto o abbandonato può impedire che altre comunità ripetano lo stesso percorso senza conoscerne i limiti.

Beaconsplus proverà così a trasformare esperienze locali, spesso disperse tra documenti tecnici e memoria degli abitanti, in un patrimonio consultabile. La resilienza di una costa non dipende soltanto dalla solidità delle opere, ma anche dalla capacità di confrontare alternative e decidere quali luoghi, servizi e attività sia prioritario preservare.

 

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