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Fiordi ricoperti di rifiuti organici: il lato oscuro del salmone norvegese

Nelle acque costiere norvegesi nel 2025 sono state rilasciate tonnellate di azoto, fosforo e carbonio organico
6 Maggio 2026
2 minuti di lettura
Allevamento di salmoni a Hardangerfjord (Canva)
Allevamento di salmoni a Hardangerfjord (Canva)

I fiordi norvegesi, da sempre simbolo di natura incontaminata e acque cristalline, nascondono un segreto inquietante che minaccia la stabilità degli ecosistemi marini. Secondo recenti analisi, l’industria dei salmoni d’allevamento in Norvegia sta riversando nelle acque costiere una quantità di inquinanti organici paragonabile agli scarichi fognari non trattati di decine di milioni di persone.

Un inquinamento “umano” prodotto dai pesci

La Norvegia è il più grande produttore mondiale di salmone atlantico. Tuttavia, questa supremazia economica ha un costo ambientale altissimo. I nutrienti contenuti nel mangime per pesci vengono espulsi direttamente nelle acque attraverso feci, urina e residui di cibo non consumato che cadono dalle gabbie a rete aperta.

Un rapporto del Sunstone Institute ha rivelato che nel 2025 l’acquacoltura norvegese ha rilasciato circa 75.000 tonnellate di azoto, 13.000 tonnellate di fosforo e 360.000 tonnellate di carbonio organico. Per capire la dimensione del fenomeno, i ricercatori hanno utilizzato il parametro degli “abitanti equivalenti”, che converte il carico inquinante degli animali nella quantità di rifiuti prodotti da una popolazione umana. I risultati sono scioccanti: l’inquinamento da azoto equivale a quello prodotto da 17,2 milioni di persone, quello da fosforo a 20 milioni e quello da carbonio organico a ben 30 milioni. Se si considera che la Norvegia ha una popolazione di soli 5,5 milioni di abitanti, l’impatto dell’acquacoltura è dalle tre alle cinque volte superiore a quello dell’intera popolazione nazionale.

Il “polso” estivo: quando l’ecosistema è più fragile

Il problema non è distribuito equamente durante l’anno. Essendo i salmoni organismi ectotermi (a sangue freddo), il loro metabolismo dipende dalla temperatura dell’acqua. Durante i mesi estivi, con l’aumento delle temperature, i pesci mangiano di più, portando a un picco nell’uso di mangimi e, di conseguenza, nella produzione di rifiuti.

Le analisi mensili mostrano che il carico inquinante può aumentare drasticamente: l’equivalente in abitanti per l’azoto passa da circa 9,5 milioni a marzo fino a un picco di 22,6 milioni in agosto. Questo “impulso” di nutrienti avviene proprio nel momento in cui gli ecosistemi marini sono meno capaci di assorbirli, poiché le specie vegetali autoctone hanno già raggiunto la loro capacità massima di assimilazione. L’eccesso di nutrienti diventa così terreno fertile per alghe filamentose opportuniste che soffocano la flora locale.

Fiordi senza ossigeno e foreste di kelp in agonia

L’accumulo di questi “fanghi di pesce” ha conseguenze devastanti. Le alghe e il plancton che prosperano grazie a questi nutrienti, una volta morti, affondano sul fondo dei fiordi e si decompongono. Questo processo consuma enormi quantità di ossigeno, portando alla formazione di zone ipossiche dove la vita marina fatica a sopravvivere.

Nel Sognefjord, il fiordo più lungo della Norvegia, i livelli di ossigeno sono in netto calo: uno studio ha attribuito circa due terzi di questa perdita all’aumento dell’afflusso di nutrienti. Situazioni simili sono state registrate anche nel Hardangerfjord, dove le autorità hanno già iniziato a respingere nuove licenze per allevamenti ittici proprio a causa delle eccessive emissioni.

A soffrire sono anche le foreste di kelp, gli ecosistemi marini costieri formati da densi raggruppamenti di grandi alghe brune che crescono in acque fredde e ricche di nutrienti, fondamentali per la biodiversità marina. Lungo le coste norvegesi sono state osservate perdite fino all’80% di queste foreste, sostituite da tappeti di alghe effimere favorite dal degrado degli ecosistemi acquatici e dalle temperature estive più elevate.

Nonostante i dati, la Norwegian Seafood Federation difende il settore, sostenendo che le emissioni riflettono l’alto volume di cibo prodotto e che l’attuale produzione rientra nelle capacità di carico della natura. Tuttavia, molti esperti, ritengono che le cifre presentate nei rapporti siano persino “stime ridotte” rispetto alla realtà dei fatti. L’acquacoltura è spesso presentata come l’alternativa sostenibile alla pesca selvaggia, ma la realtà dei fiordi norvegesi suggerisce che il modello attuale a gabbie aperte stia semplicemente trasferendo il peso ambientale sotto la superficie dell’acqua.

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