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Perché lo status economico sta creando un nuovo divario digitale

Perché lo status economico sta creando un nuovo divario digitale
5 Maggio 2026
3 minuti di lettura
Intelligenza artificiale canva

Immaginate due candidati per lo stesso posto di lavoro: uno sa che il suo curriculum verrà analizzato da un algoritmo e lo ottimizza di conseguenza; l’altro ignora l’esistenza di questo “giudice” digitale e viene scartato senza appello. Questo non è uno scenario futuristico, ma la realtà di un nuovo divario digitale che non riguarda più solo chi ha un computer, ma chi capisce come funzionano le tecnologie che ci circondano. A fotografarlo è una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Information, Communication & Society, la quale ha gettato luce su questa crescente disparità. Lo studio, intitolato “Socioeconomic disparities in Ai awareness”, è stato condotto dalla professoressa Sai Wang insieme ai ricercatori Tianlun Zhou e Xiaoming Liu della Hong Kong Baptist University.

Per arrivare a queste conclusioni, il team ha analizzato i dati del Pew Research Center di Washington Dc, basandosi su un campione rappresentativo a livello nazionale di 10.087 adulti statunitensi. I dati sono stati raccolti attraverso l’American Trends Panel tra il 12 e il 18 dicembre 2022, offrendo uno spaccato dettagliato su come lo status socioeconomico, misurato attraverso il livello di istruzione e il reddito familiare, influenzi la consapevolezza e l’uso dell’Ai.

Il verdetto: i ricchi e gli istruiti sono “un passo avanti”

I risultati della ricerca sono inequivocabili: gli individui con un livello socioeconomico più elevato dimostrano una maggiore consapevolezza dell’Ai, una familiarità più profonda con la tecnologia e una probabilità significativamente più alta di utilizzarla attivamente rispetto ai gruppi meno avvantaggiati. In particolare, lo studio ha rilevato che a fare da ago della bilancia è il livello di istruzione, risultato essere un predittore dell’uso dell’Ai ancora più forte rispetto al solo reddito. Inoltre, non basta avere uno smartphone. Le persone con meno risorse spesso mancano delle competenze digitali necessarie per navigare nelle funzioni avanzate dell’Ai, come la personalizzazione dei contenuti.

Infine, chi ha uno status più alto è spesso circondato da pari con competenze tecniche, ricevendo incoraggiamento e assistenza nell’apprendimento di nuovi strumenti, come la creazione di “prompt” efficaci per l’Ai generativa.

L’Ai come “infrastruttura invisibile”

A differenza del passato, dove possedere un computer o una connessione internet era un segno evidente di accesso tecnologico, l’Ai oggi opera spesso come un’infrastruttura invisibile. È integrata in dispositivi quotidiani e piattaforme di streaming sotto forma di sistemi di raccomandazione che molti utenti percepiscono come “casuali” o neutrali, ignorando la logica algoritmica sottostante.

Questa opacità crea quello che i ricercatori definiscono un “black box” (scatola nera): se non sai che l’Ai esiste e come funziona, non puoi valutarne i rischi, come la violazione della privacy o il rinforzo di pregiudizi (bias cognitivi), né sfruttarne il potenziale per la produttività.

Il paradosso della familiarità

Una delle scoperte più sorprendenti del team della professoressa Wang riguarda il ruolo della familiarità percepita. La ricerca ha dimostrato che sentirsi informati sull’Ai è un predittore della consapevolezza dell’Ai ancora più forte dell’uso effettivo della tecnologia. In altre parole, molte persone interagiscono con l’Ai quotidianamente senza rendersene conto, mentre chi ne ha sentito parlare o ha letto articoli in merito (anche senza usarla costantemente) è molto più capace di identificarla nelle applicazioni della vita reale.

Non solo soldi: l’influenza di età e genere

Il divario non è solo economico. Lo studio ha evidenziato disparità significative anche in altri ambiti:

  • Gli uomini mostrano livelli più elevati di consapevolezza, familiarità e utilizzo dell’Ai rispetto alle donne. Questo potrebbe derivare da stereotipi sociali che associano i campi tecnologici al genere maschile, portando gli uomini a sviluppare maggiore interesse e fiducia fin dalla giovane età.
  • I giovani sono, prevedibilmente, più consapevoli e avvezzi all’uso dell’Ai, essendo “nativi” di piattaforme digitali dove queste funzioni sono onnipresenti. Al contrario, gli anziani affrontano barriere legate a minori conoscenze tecniche e maggiori preoccupazioni verso le nuove tecnologie.

Rischi reali: manipolazione e disuguaglianza strutturale

Perché questa disparità dovrebbe preoccuparci? Secondo la professoressa Wang, la mancanza di consapevolezza rende i gruppi meno abbienti vulnerabili alla manipolazione. Ad esempio, chi è consapevole dell’esistenza dell’Ai è più propenso a riconoscere i deepfake, mentre chi ne è ignaro rischia di essere ingannato più facilmente. Inoltre, se solo le classi agiate sanno come sfruttare l’Ai per rafforzare la propria posizione sociale e professionale, il divario tra ricchi e poveri è destinato ad ampliarsi drasticamente, trasformando l’Ai in uno strumento che margina ulteriormente chi è già svantaggiato.

Cosa fare?

La soluzione proposta dai ricercatori non si limita ad “aumentare l’accesso” ai dispositivi. È necessario investire nell’alfabetizzazione sul tema attraverso programmi mirati per le comunità a basso reddito. Secondo i ricercatori, queste iniziative dovrebbero includere dei workshop comunitari che utilizzino un linguaggio semplice ed esempi pratici per rendere l’IA comprensibile a tutti. Inserire i concetti base dell’Ai nei programmi educativi, inoltre, potrebbe garantire una comprensione concettuale fin dall’infanzia. Utile, infine, sarebbe anche fornire strumenti per identificare l’Ai “nascosta” e comprendere le responsabilità etiche legate al suo uso.

“È fondamentale lavorare per un futuro digitale più inclusivo”, conclude il team di ricerca, “in cui la tecnologia dia potere a tutti e non diventi un ulteriore strumento di emarginazione”.

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