Un’AI che sa tutto di noi e ci aiuta 24 ore su 24: il futuro secondo Zuckerberg

Un agente personale per ogni individuo, modelli più aperti e superintelligenza distribuita: attraverso "l'empowerment personale" Meta vuole evitare che il potere dell’AI finisca nelle mani di pochi
12 Agosto 2026
4 minuti di lettura
Mark Zuckerberg
Mark Zuckerberg (Ipa)

Un agente personale “eccezionalmente competente” che conosce i nostri obiettivi, che sa tutto ciò che ci sta a cuore e che ci aiuta full time, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a migliorare relazioni, salute, carriera, finanze, la gestione della casa, gli hobby e molto altro. Mark Zuckerberg, fondatore e ceo di Meta, vede così il futuro (prossimo) dell’intelligenza artificiale; un futuro basato sull’empowerment personale e sulla diffusione capillare della superintelligenza, quella che definisce “probabilmente la maggiore sfida che abbiamo visto nella nostra vita”, ma che allo stesso tempo è per lui un’opportunità, al di là dei rischi paventati da molti, compresi alcuni suoi ‘colleghi’ tech.

In un vero e proprio manifesto di 6500 parole pubblicato il 10 agosto, dal titolo ‘The Future is for Everyone: The Path to a Positive AI Future’ – Il futuro è per tutti: la strada verso un futuro positivo dell’IA – , l’inventore di facebook delinea anzi una terza visione rispetto a quella di Dario Amodei di Anthropic e Sam Altman di OpenAI, rifiutando la centralizzazione dell’AI e il suo uso per l’automazione.

Diffusione e non centralizzazione

Tutto parte da quella che Zuckerberg stesso definisce domanda chiave: chi avrà accesso alla superintelligenza? Sarà centralizzata e limitata a poche istituzioni, oppure sarà uno strumento che darà potere a tutti?

OpenAI sostiene da tempo sia l’accesso diffuso ai benefici dell’AI generativa sia la necessità di una governance specifica della superintelligenza, mentre Anthropic mette al centro sicurezza, interpretabilità e rischi dei sistemi più potenti. Per il ceo di Meta, invece, “storicamente, la speranza che un potere assoluto , se sufficientemente illuminato, provveda benevolmente al benessere dell’umanità non ha portato a risultati sicuri o positivi”. La concentrazione della superintelligenza nelle mani di pochi nel timore dei possibili rischi, insomma, a suo dire non può funzionare.

“Non esiste una superintelligenza unica benevola”

Il motivo è chiaro: “Non esiste una superintelligenza unica e benevola”, perché “se il potere della superintelligenza è detenuto da un piccolo numero di individui, aziende, governi o dall’IA stessa, ciò porterà naturalmente a risultati meno favorevoli per tutti gli altri. Non si tratta di un principio tecnologico, bensì di equilibrio di potere”.

Detto ancora più chiaramente, “non esiste una soluzione tecnologica in grado di conciliare contemporaneamente gli interessi e i valori contrastanti di tutti. Qualsiasi superintelligenza singolare dovrebbe dare priorità ad alcuni valori rispetto ad altri e, così facendo, sarebbe incapace di essere benevola verso tutti”.

“Ogni persona diventerà più capace di plasmare il futuro”

Pertanto, la chiave per un futuro positivo per tutti risiede nel raggiungimento di un equilibrio di potere che favorisca gli individui, e dunque “anziché centralizzare , dovremmo distribuire l’AI ampiamente e dare a ogni persona la possibilità di gestirla”. Ciò, continua il manifesto, “potrebbe dare inizio a una nuova era di emancipazione personale, in cui gli individui potranno utilizzare questa nuova e potente capacità per realizzare appieno il proprio potenziale, coltivare i propri interessi e migliorare la propria vita e il mondo come mai prima d’ora”.

Con la superintelligenza, che va ben oltre le capacità umane, le persone potranno infatti creare e scoprire cose straordinarie, avviare nuove imprese, esprimere nuove idee, apprendere nuove conoscenze, scoprire nuove medicine, contribuire al progresso scientifico e migliorare la salute e la qualità della vita.

L’invenzione, non l’automazione, sarà il più grande contributo della superintelligenza“, sottolinea Zuckerberg, aggiungendo che “ogni persona diventerà più capace di plasmare il futuro”.

Volendo sintetizzare, lo stesso Zuckerberg afferma che la sua “filosofia” si basa “sull’emancipazione individuale come fonte di prosperità, sull’invenzione come scopo primario della superintelligenza e sull’equilibrio di potere come fondamento della sicurezza”.

Meta torna ai modelli open

Logica applicazione concreta di questa ‘filosofia’ è che Meta torna su modelli open source (per meglio dire, open-weight), definiti una “forza positiva e importante per responsabilizzare ed emancipare le persone”.

L’azienda lunedì ha annunciato di aver reso disponibili i pesi di Muse Glimmer, un modello denso da 30 miliardi di parametri che funziona anche su un hardware relativamente comune, come un computer portatile con una singola Gpu. E prevede di distribuire nelle prossime settimane i pesi di Muse Spark 1.2, che definisce come uno dei modelli di base più avanzati della propria generazione.

Nei modelli open-weight le aziende rendono pubblici solo i pesi (weights), ovvero i parametri appresi durante l’addestramento. Questo permette di eseguirli e spesso personalizzarli, ma non di ricostruire come è stato addestrato. Un modello AI open source rende invece pubblici anche codice, architettura e spesso dettagli utili a riprodurlo o modificarlo, con una licenza realmente aperta.

Nei modelli open il controllo non è nelle mani di chi li produce, e questo si è rivelato fondamentale ad esempio quando la piattaforma di sviluppo Hugging Face si è dovuta difendere dagli attacchi autonomi e imprevisti degli agenti di intelligenza artificiale di OpenAI: paradossalmente, l’azienda ha dovuto ricorrere a un modello open-weight cinese a causa delle restrizioni di quelli chiusi americani.

L’annuncio non è casuale: dopo aver sempre sostenuto l’approccio open, Meta lo ha sospeso lo scorso anno mentre riorganizzava le sue attività sull’intelligenza artificiale, e attualmente è indietro rispetto ai suoi rivali OpenAI, Anthropic e Google che puntano su modelli chiusi.

Un fondo per i data center

Allo stesso modo, per gli esperti non è casuale l’annuncio, sempre nel manifesto, di un fondo da 1 miliardo di dollari, il ‘Future is for everyone Fund‘, per sostenere le comunità vicine ai data center dell’azienda, con la promessa che le proprie strutture mettano in campo un’attenzione particolare all’ambiente, tra cui il ripristino del 200% dell’acqua utilizzata per funzionare.

“Lo sviluppo sostenibile delle infrastrutture significa che le comunità devono trarre un beneficio significativo da ogni progetto”, scrive Zuckerberg. Chissà se a questa visione ha contribuito il fatto che oltre 500 giurisdizioni statunitensi ora limitano o vietano la costruzione di nuovi data center, sempre più odiati dai cittadini, con più di 150 di questi divieti entrati in vigore solo lo scorso luglio.

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