La Marmolada si scioglie a ritmo record: “Potrebbero rimanerle una decina d’anni”

Alla fine dell'estate 2026 il ghiacciaio simbolo delle Dolomiti arretra di 23 metri e perde 9 ettari. Per gli esperti, se continua così potrebbe avere pochi anni di vita. Riscaldamento climatico e industria dello sci sotto accusa
8 Settembre 2026
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Marmolada ghiacciaio canva
Il ghiacciaio della Marmolada (Canva)

“Se si ripetono estati come quella appena trascorsa, il ghiacciaio della Marmolada potrebbe avere solo una decina d’anni di vita“. L’allarme viene dal prof. Mauro Varotto, docente del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’antichità e responsabile scientifico della Campagna glaciologica partecipata che si è appena conclusa e dalla quale emerge un quadro sconfortante. Durante i mesi estivi la Marmolada, ghiacciaio simbolo delle Dolomiti, è arretrata in media di 23 metri, ovvero 3 volte più dell’anno scorso, e la sua superficie complessiva è scesa da 92 a 83 ettari, ormai ben lontana dai 100 ettari del 2023. Una perdita che, sottolinea l’esperto, rimanda al 2022, anno in cui un tragico crollo uccise 11 alpinisti.

Particolarmente preoccupante il fronte occidentale del ghiacciaio, che in due anni è arretrato di 120 metri, e che ormai si colloca sopra i 2.900 metri. “Il ghiacciaio risulta completamente privo di neve residua e l’unica che rimane è ormai quella sotto i teloni geotessili”, sottolinea Giovanni Benetton, responsabile delle misurazioni per la Fondazione Glaciologica Italiana.

I dati aggiornati sul principale ghiacciaio delle Dolomiti, da anni in ‘coma irreversibile‘, sono stati raccolti grazie all’ottava Campagna Glaciologica Partecipata sulla Marmolada, promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, con la partecipazione di Arpav, della Fondazione Glaciologica Italiana e di tanti volontari, dai 16 ai 75 anni, tra esperti e appassionati.

Perché la Marmolada si sta sciogliendo

La Marmolada si sta sciogliendo soprattutto perché le temperature sulle Alpi sono aumentate e il ghiacciaio non riesce più a recuperare in inverno il ghiaccio perso durante l’estate. Il meccanismo principale è questo: in estate le temperature elevate provocano una fusione sempre più intensa; in inverno, invece, la neve che cade non è sufficiente a compensare quella perdita. Quando il bilancio rimane negativo per molti anni consecutivi, il ghiacciaio si assottiglia, arretra e si frammenta. Nel caso della Marmolada ci sono poi alcuni fattori che accelerano il processo:

  • temperature estive più alte e ondate di calore più frequenti;
  • meno neve e neve che si scioglie prima in primavera;
  • una superficie glaciale sempre più piccola e sottile, quindi più vulnerabile;
  • affioramento di rocce e detriti scuri, che assorbono più radiazione solare rispetto alla neve;
  • acqua di fusione che penetra nelle fratture e alla base del ghiacciaio, contribuendo anche alla sua instabilità.

L’estate 2026 ci ha messo il carico da undici, rivelandosi “la più calda in quota sulle Dolomiti almeno dal 1991, superando per persistenza e temperature medie anche quella del 2003”, come evidenzia Gianni Marigo di Arpav.

Calcolando il solo mese di agosto, spiega l’esperto, “lo scarto dalle medie è stato di più di 3°C; nel mese, in Marmolada (stazione Arpav Punta Rocca 3250 m) solo in 3 giorni si è osservata una minima negativa (-0.6°C valore assoluto) e non si è registrata alcuna giornata con temperatura media negativa”. Di conseguenza, “sono continuati gli intensi processi di ablazione del ghiacciaio, e non si sono verificate nevicate nemmeno alle quote più elevate”. Una dinamica aggravata dal continuo degrado del permafrost, tanto che “sulla stazione del Piz Boè (la vetta più alta del Gruppo del Sella, ndr) non c’è terreno gelato a nessuna profondità”.

Un trend di lungo periodo

Ma il (triste) primato di quest’anno si inserisce in un trend di più lungo periodo. “I dati raccolti quest’anno aggravano la tendenza già evidente negli ultimi decenni, segnando un nuovo record negativo di riduzione di superficie del ghiacciaio”, sottolinea Varotto.

“Il 2026 si sta rivelando un anno record anche a scala alpina, con perdite di spessore glaciale in questo settore triplicate rispetto alla media dell’ultimo decennio e con la neve invernale esaurita già a fine luglio, settimane prima del consueto. A metà agosto, in Marmolada, i rilievi hanno mostrato i crepacci a monte della nicchia di distacco del 2022 colmi d’acqua di fusione, la stessa condizione che i nostri studi avevano individuato all’origine del crollo”, specifica il prof. Aldino Bondesan, responsabile per il Triveneto.

Gli esperti puntano il dito anche sull’industria dello sport invernale: “L’allargamento delle piste e le nuove infrastrutture e tubazioni per la produzione di neve artificiale fino alle fronti del ghiacciaio dimostrano che gli investitori di capitali (pubblici o privati) non vogliono uscire dalla “trappola dello sci” – afferma Alberto Lanzavecchia, professore associato in Banking&Finance presso l’Università di Padova.

“Questa miopia strategica impatta in maniera pesante sul paesaggio montano: un ‘altare’ alla pratica dello sci mentre tutto intorno al ghiacciaio viene sacrificato al divertimento elitario e al nostro illimitato modello di sviluppo estrattivista e dissipativo”, conclude.

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