Sul fondo della rada di Brest, in Bretagna, la futura difesa della costa non ha ancora l’aspetto di una scogliera: è fatta di moduli e superfici ruvide, collocati in mare perché le larve di ostrica trovino un punto sul quale fissarsi. Poi comincia il lavoro più lento: gli animali crescono, si sovrappongono, muoiono e lasciano i propri gusci alle generazioni successive. Se il processo riesce, la struttura iniziale scompare sotto una costruzione biologica sempre più complessa.
A produrla è l’ostrica piatta europea, Ostrea edulis. Oggi la associamo soprattutto all’acquacoltura e alla gastronomia, ma per secoli questo mollusco ha modellato estese porzioni dei fondali europei. Le conchiglie vive e morte formavano rilievi, cavità e superfici colonizzabili: vere scogliere biogeniche, costruite dagli organismi invece che dalla roccia.
In Bretagna il progetto europeo Climarest ne sta sperimentando il ripristino nella rada di Brest e nella baia di Quiberon, due aree nelle quali sopravvivono importanti popolazioni francesi di ostrica piatta. I ricercatori valutano materiali e forme capaci di favorire l’insediamento delle larve e seguono crescita, sopravvivenza, biodiversità e servizi ecosistemici. A Brest l’attenzione riguarda anche la qualità dell’acqua; a Quiberon si studia l’influenza dei reef sui sedimenti e sull’erosione costiera.
La sperimentazione punta a verificare se questi reef, sviluppati su scala sufficiente e nei contesti più adatti, possano contribuire a dissipare l’energia delle onde, stabilizzare i sedimenti e ridurre l’erosione. Alla funzione di protezione costiera si aggiunge quella ecologica: le strutture create dalle ostriche offrono rifugio, nutrimento e superfici di insediamento a numerose specie marine.
Come si ricostruisce un reef di ostriche
I reef di ostriche non sono un’invenzione recente, ma il tentativo di ricostruire un paesaggio uscito dalla memoria collettiva. Uno studio pubblicato su Nature Sustainability ha riunito più di 1.600 testimonianze prodotte nell’arco di 350 anni: carte nautiche, documenti amministrativi, registri delle attività di pesca, resoconti di naturalisti e pubblicazioni scientifiche. La ricerca ha individuato 1.196 località nelle quali erano storicamente presenti quantità pescabili di ostriche piatte o vere strutture biogeniche.
Le superfici quantificate, disponibili soltanto per il 26% dei siti censiti, superavano già 1,7 milioni di ettari. Alcuni reef si estendevano per decine o centinaia di chilometri, mentre le conchiglie vive e morte potevano formare rilievi ben distinti dal fondale circostante. Nelle fonti storiche compaiono inoltre 190 specie di macrofauna appartenenti a 13 diversi phyla, a conferma del ruolo svolto da queste strutture come habitat per comunità marine complesse.
Di quel paesaggio restano oggi soprattutto popolazioni frammentate. La raccolta eccessiva ha eliminato non solo gli animali, ma anche la base di conchiglie necessaria all’insediamento delle nuove generazioni. Dragaggi, peggioramento della qualità dell’acqua, sedimentazione, malattie e trasformazioni delle coste hanno ulteriormente ostacolato la ripresa. Secondo gli autori dello studio, la scomparsa dei reef ha determinato una profonda ristrutturazione e un progressivo “appiattimento” dei fondali costieri europei. Non risultano più reef naturali di ostrica piatta estesi per oltre un ettaro, nonostante la specie sopravviva ancora in diverse aree.
È proprio il salto di scala il problema affrontato da Climarest. Il progetto Horizon Europe, attivo dal dicembre 2022 al novembre 2025 e coordinato dal centro di ricerca norvegese Sintef Ocean, ha sperimentato strumenti per il restauro degli ecosistemi costieri in cinque siti dimostrativi, dalle Svalbard all’arcipelago di Madeira. L’obiettivo generale era costruire un insieme di protocolli adattabili a ecosistemi differenti, integrando progettazione tecnica, monitoraggio scientifico, partecipazione delle comunità locali e valutazione dei costi e dei benefici. La Bretagna è stata scelta come laboratorio dedicato alle ostriche.
Nella rada di Brest e nella baia di Quiberon le larve di Ostrea edulis sono ancora relativamente abbondanti rispetto ad altre zone europee. A impedire una ripresa spontanea sono soprattutto la scarsità di superfici dure sul fondo, l’insabbiamento, la presenza di parassiti e la predazione da parte di orate e murici perforatori. Le ostriche selvatiche si trovano generalmente isolate o riunite in piccoli gruppi, con densità comprese tra uno e meno di cinque individui per metro quadrato. Climarest considera invece indicativi di un reef funzionale aggregati con più di venti ostriche per metro quadrato.
I primi esperimenti condotti in Francia avevano mostrato i limiti della semplice dispersione di giovani ostriche o conchiglie sul fondale. Gli individui isolati risultavano più esposti ai predatori e al rischio di essere ricoperti dai sedimenti. Il progetto ha quindi puntato su supporti capaci di favorire fin dall’inizio la formazione di aggregati compatti, nei quali le ostriche possano crescere a diverse altezze e offrire l’una all’altra una maggiore protezione.
Materiali e geometrie sono stati studiati per trattenere le larve trasportate dalle correnti e avviare la costruzione del reef senza dipendere esclusivamente dalla collocazione di animali allevati. Una prima serie di substrati è stata immersa nel giugno e nel luglio 2023, durante il picco della concentrazione larvale; le osservazioni sul reclutamento e sulla crescita hanno poi orientato le sperimentazioni successive. Il traguardo non era più dimostrare che alcune ostriche potessero colonizzare pochi metri quadrati, ma sviluppare procedure applicabili su superfici dell’ordine dell’ettaro.
Il monitoraggio comprende la sopravvivenza e la riproduzione delle ostriche, la biodiversità associata e i servizi forniti dal reef. A Brest viene studiato in particolare il possibile contributo alla filtrazione e alla qualità dell’acqua; a Quiberon l’attenzione si concentra sull’interazione tra la struttura, le correnti e i sedimenti. Climarest ha inoltre coinvolto ostricoltori, amministrazioni e altri soggetti locali nella definizione delle strategie di restauro, perché la possibilità di estendere gli interventi dipende anche dai costi, dalla manutenzione e dalla compatibilità con le attività presenti nelle baie.
La questione centrale, quindi, non è soltanto stabilire se sia possibile far crescere nuovamente un reef. Occorre capire quanto debba essere esteso per recuperare le proprie funzioni, quanta assistenza richieda nelle fasi iniziali e se possa infine diventare capace di rinnovarsi attraverso la riproduzione naturale. È su questo confine, tra infrastruttura progettata e habitat autonomo, che si misura la riuscita del restauro.
Dalla Bretagna all’Adriatico
La stessa idea viene sperimentata anche in Italia, alla foce del torrente Bevano, nel comune di Ravenna. È uno dei rari tratti della costa emiliano-romagnola ancora non urbanizzati e liberi di evolvere secondo le dinamiche naturali dei sistemi sedimentari costieri, all’interno di un’area protetta della rete Natura 2000.
Qui il progetto europeo Life NatuReef punta a realizzare una scogliera sommersa di circa 4.000 metri quadrati, parallela alla spiaggia, basata sull’ostrica piatta e sulle biocostruzioni delle sabellarie. Questi piccoli vermi marini assemblano granelli di sabbia in strutture compatte. Stimolarne la crescita alla base del reef dovrebbe contribuire a consolidare la struttura e ad aumentarne la complessità biologica.
Il caso italiano non è la replica di quello bretone. L’Alto Adriatico ha fondali mobili, acque spesso torbide e dinamiche sedimentarie differenti. Il progetto prevede perciò una base di materassi in rete metallica riempiti di pietrame calcareo, sulla quale insediare Ostrea edulis e Sabellaria spinulosa.
Nel luglio 2025 la Regione Emilia-Romagna ha approvato il provvedimento autorizzatorio unico, comprensivo della valutazione di impatto ambientale. Tra dicembre 2025 e la primavera del 2026 è stata avviata la fase di realizzazione; il reef sarà costruito via mare e sottoposto a monitoraggio continuo per cinque anni. Scopo del progetto Life NatuReef aumentare la biodiversità e verificare se la scogliera possa contribuire a mitigare erosione e impatto delle mareggiate. I risultati non sono scontati: dipenderanno dalla colonizzazione delle strutture, dalla sopravvivenza degli organismi e dalla loro capacità di modificare nel tempo le dinamiche del fondale.
