Pichetto Fratin: “Con gas a 70 euro dovremo riaccendere le centrali a carbone”. Ma ci sono almeno cinque problemi

Per il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica l’Italia è “abbastanza al sicuro”, ma il carbone resta una soluzione di emergenza. Secondo i critici, però, si rischia una battuta d’arresto sugli impegni climatici
22 Aprile 2026
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Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin (Ipa/Fotogramma)

Non vorrebbe, ma potrebbe doverlo fare. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin lunedì a margine dell’incontro ‘Il Santo Graal dell’Energia’ a Milano ha dichiarato che, se il prezzo del gas dovesse arrivare a 70 dollari, potrebbe essere necessario riavviare le centrali a carbone. Tutto dipende dalla crisi in corso nel Golfo Persico, che sta scatenando la più grave crisi energetica della storia. Ma dipende anche da altri fattori: per riaccendere gli impianti, non basta premere un interruttore.

Italia “abbastanza al sicuro”

L’Italia ha “centrali a carbone che non vorrei riattivare, ma sono lì in riserva per salvaguardare il nostro Paese”, ha dichiarato a TgCom24. Per il momento la penisola è “abbastanza al sicuro dal punto di vista quantitativo“.

Roma dispone infatti di diversi fornitori di gas, tra cui Norvegia, Algeria e Azerbaigian e attualmente il suo sistema di stoccaggio del gas è occupato al 47%, molto sopra la media europea del 30%. “Non vi è una situazione estremamente grave per quanto riguarda le quantità di risorse, e mi riferisco principalmente al gas”, ha aggiunto Pichetto Fratin.

Situazione precaria

La situazione generale è però precaria, con un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali che passava per lo Stretto di Hormuz, chiuso da Teheran in risposta all’attacco israelo-statunitense del 28 febbraio. L’ultima petroliera è arrivata in Europa il 9 aprile. E non è questo l’unico problema: l’Iran per ritorsione ai bombardamenti ha colpito le infrastrutture energetiche dei suoi vicini del Golfo, causando danni che ci vorranno anni per essere risistemati.

Per quanto riguarda l’Italia, particolarmente impattante è stato l’attacco all’impianto di gas di Ras Laffan, che ha costretto il Qatar a sospendere le forniture per “cause di forza maggiore” e creato una mancanza rilevante al nostro approvvigionamento.

Ecco perché potrebbe essere necessario tornare al carbone, ha sottolineato il ministro precisando che “parliamo di un scenario emergenziale, non della normalità“. L’intenzione rimane quella della chiusura delle centrali al 31 dicembre 2025. “Quello che non ho fatto è ordinare lo smantellamento”, perché “se il gas supera i 70 euro al megawattora, potrebbe essere necessario riattivarle”. “Oggi siamo intorno ai 40 euro, mentre prima della crisi del Golfo Persico oscillavamo erano tra i 28 e i 30 euro. Ma i 70 euro sono il punto di caduta. Il carbone resta una soluzione residuale, ma in caso di necessità dobbiamo farci trovare pronti“.

Ma di quali centrali si parla?

Le centrali che potrebbero essere riattivate

Oggi in Italia gli impianti a carbone ancora esistenti sono quattro: due in stand by, cioè spente ma non smantellate, come diceva Pichetto Fratin, che sono quelle che si possono riaccendere e che si trovano sulla penisola, e altre due situate in Sardegna. Queste ultime sono ancora in esercizio in quanto considerate necessarie per la sicurezza elettrica dell’isola.

La possibilità di tenere le centrali disponibili più a lungo è stata appena consolidata dalla legge di conversione del decreto energia, che fissa al 31 dicembre 2038 la cessazione della loro operatività (prorogando quindi l’uscita dell’Italia da questa fonte fossile). Le quattro centrali in questione sono:

  • Civitavecchia, Lazio: Torrevaldaliga Nord (Enel), 1,8 GW, spenta dal 31 dicembre 2025;
  • Brindisi, Puglia: Federico II/Brindisi Sud (Enel), 1,8 GW, spenta dal 31 dicembre 2025;
  • Portovesme-Portoscuso, Sardegna: Grazia Deledda (Enel), circa 0,5 GW, in servizio;
  • Fiume Santo, tra Sassari e Porto Torres, Sardegna (EP Produzione), circa 0,6 GW, in servizio.

Dunque, a poter rientrare in funzione e dare un contributo nella crisi energetica in corso sarebbero le centrali di Civitavecchia e di Brindisi. Ma, come dicevamo, secondo i critici l’operazione non è così semplice come potrebbe sembrare.

I problemi della riaccensione degli impianti a carbone

I problemi principali sono cinque:

  • nodo autorizzativo: sia Brindisi sia Civitavecchia hanno perso dal 1° gennaio 2026 l’autorizzazione ambientale a bruciare carbone e per riattivarle servirebbero specifici decreti di autorizzazione integrata ambientale (AIA);
  • nodo tecnico-industriale: il phase-out dal carbone è in corso da anni, gli impianti della penisola sono ormai quasi fermi, gli investimenti di manutenzione e ristrutturazione sono stati bloccati, e già nel 2023 si erano manifestati problemi tecnici di surriscaldamento nelle due centrali continentali durante la fase di massimo utilizzo. In parallelo, Enel aveva già chiesto al Mase l’autorizzazione alla chiusura definitiva di Brindisi Sud e Torrevaldaliga Nord;
  • nodo economico: le centrali in questione opererebbero in perdita. Secondo il think tank Ecco Climate, tra luglio 2024 e luglio 2025 mantenerle disponibili è costato 78,3 milioni di euro, costi che peraltro potrebbero confliggere con le regole europee sugli aiuti di Stato. Inoltre, nel 2025 il carbone ha coperto solo l’1,1% della produzione elettrica netta italiana, quindi il beneficio potenziale sul sistema sarebbe limitato rispetto ai costi e agli oneri di tenuta in vita degli impianti;
  • nodo ambientale e climatico: tenere aperta fino al 2038 la possibilità di usare il carbone sarebbe una seria battuta d’arresto nel percorso di riduzione delle emissioni di CO2 del sistema energetico italiano, andando in una direzione diametralmente opposta rispetto al phase-out già previsto dal Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) e rispetto all’impegno del G7 ad abbandonare il carbone entro il 2035. Il WWF Italia ha definito la norma “una pericolosa inversione di rotta per la lotta contro il cambiamento climatico e per la salute dei cittadini“. Per Ecco Climate, “più che una reale soluzione pratica la misura si configura come una garanzia di sicurezza marginale e, soprattutto, come un segnale di scontro politico verso Bruxelles e il Green Deal”;
  • nodo territoriale e legale: nuove autorizzazioni per riavviare Brindisi e Civitavecchia sarebbero esposte a forte opposizione locale e a contenziosi. Inoltre, in quei siti sono già aperti tavoli di riconversione industriale; una marcia indietro fino al 2038 complicherebbe piani industriali e rapporti con i territori.

Quanto alle centrali in Sardegna, va infine precisato che si tratta di un’eccezione perché, come detto, sono ritenute essenziali per l’isola. Secondo Terna, finché non saranno stati completati il cavo sottomarino Tyrrhenian Link e lo sviluppo degli accumuli, il sistema sardo avrà bisogno di quegli impianti.

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