La politica climatica europea entra in una fase di frizione con la realtà industriale del continente. Nelle ultime settimane il sistema europeo di scambio delle emissioni – l’Ets – è tornato al centro del dibattito economico europeo non tanto per i suoi obiettivi ambientali, quanto per il suo impatto diretto sui costi produttivi. In gioco non c’è solo l’efficacia di uno strumento di riduzione delle emissioni, ma l’equilibrio tra transizione energetica e tenuta della base manifatturiera europea.
Il punto di attrito emerge con particolare evidenza nei settori energivori, dove il prezzo del carbonio si traduce in un costo industriale immediato. Acciaio, chimica, cemento, carta, ceramica e produzione elettrica sono comparti che operano su margini sensibili al prezzo dell’energia. In questo contesto, l’Ets viene osservato con crescente attenzione da governi e imprese, mentre il confronto tra politiche climatiche e competitività industriale si sposta dal piano strategico a quello operativo.
Il prezzo della Co₂ e il costo dell’energia industriale
L’Emissions Trading System rappresenta il pilastro della strategia europea di riduzione delle emissioni industriali. Il meccanismo, operativo dal 2005, funziona attraverso un mercato di quote di emissione: ogni impresa coperta dal sistema deve detenere permessi per ogni tonnellata di CO₂ prodotta. Le quote possono essere acquistate, vendute o scambiate tra operatori, e il loro prezzo è determinato dalle dinamiche di mercato.
Il sistema riguarda circa il 40% delle emissioni complessive dell’Unione europea e coinvolge alcuni dei settori più importanti dell’economia industriale del continente. Produzione di energia, acciaio, cemento, raffinazione e chimica sono tra i comparti che dipendono direttamente da questo meccanismo di regolazione delle emissioni.
Negli ultimi anni il prezzo delle quote ha registrato un aumento significativo. Dopo un lungo periodo in cui il valore della Co₂ è rimasto relativamente basso, le riforme introdotte dall’Unione europea hanno progressivamente ristretto il numero di permessi disponibili. Questo processo ha spinto il prezzo verso livelli più elevati, superando in alcune fasi gli 80 euro per tonnellata.
L’effetto più immediato riguarda il costo dell’energia prodotta da fonti fossili. Poiché le centrali elettriche devono acquistare permessi per le emissioni generate, il prezzo del carbonio si riflette direttamente sul costo dell’elettricità. Nei paesi dove il mix energetico è ancora fortemente legato al gas naturale, questo elemento assume un peso significativo nella struttura dei prezzi industriali.
Per sistemi produttivi come quello italiano l’impatto è particolarmente evidente. La generazione elettrica basata sul gas rappresenta ancora una quota rilevante della produzione energetica nazionale. Secondo le valutazioni presentate dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la sospensione dell’Ets potrebbe ridurre il costo dell’elettricità prodotta da gas di circa 25-30 euro per megawattora.
La proposta italiana e la richiesta di revisione del sistema
In questo contesto si colloca la posizione espressa dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso nelle recenti riunioni europee dedicate alla competitività industriale. A Bruxelles, durante l’incontro dei Paesi “Friends of Industry”, il ministro ha chiesto la sospensione temporanea del sistema Ets in attesa di una revisione più ampia dei meccanismi di funzionamento.
“Il sistema Ets, così come concepito, rappresenta un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee, incidendo sui costi e limitandone la competitività”, ha dichiarato Urso. La richiesta avanzata dall’Italia riguarda sia l’impostazione generale del sistema sia alcuni elementi specifici, come i parametri di riferimento utilizzati per calcolare le emissioni e le modalità di assegnazione delle quote.
Uno dei nodi principali riguarda la progressiva eliminazione delle quote gratuite. Questo strumento è stato introdotto per proteggere i settori industriali più esposti alla concorrenza internazionale, consentendo ad alcune imprese di ricevere una parte dei permessi di emissione senza doverli acquistare sul mercato. La riforma europea prevede tuttavia una riduzione graduale di queste assegnazioni.
Il processo è collegato all’introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), il sistema europeo destinato a compensare il differenziale di prezzo del carbonio tra imprese europee e produttori extraeuropei. Il meccanismo prevede che alcune importazioni industriali siano soggette a un prezzo del carbonio equivalente a quello pagato all’interno dell’Unione.
Secondo il governo italiano, il passaggio da un sistema all’altro presenta ancora diversi elementi di incertezza operativa. Per questo Roma sostiene la necessità di coordinare in modo più stretto la revisione dell’Ets e l’implementazione del Cbam, evitando che la fase di transizione produca effetti penalizzanti per le imprese europee.
“La chimica, l’industria delle industrie in Europa, è oggi sotto pressione a causa degli alti costi energetici. Il sistema Ets, alle condizioni attuali, è inefficace e dannoso perché si traduce in un mero costo aggiuntivo non evitabile, che erode margini e competitività”, ha affermato Urso nel corso degli incontri ministeriali.
La pressione sui settori energivori europei
Il dibattito sull’Ets si inserisce in una fase complessa per l’industria europea, caratterizzata da una crescente pressione sui costi energetici. Negli ultimi anni il continente ha attraversato una serie di shock energetici che hanno modificato profondamente il quadro competitivo globale.
La crisi del gas innescata dal conflitto in Ucraina ha evidenziato la vulnerabilità energetica europea, facendo emergere con forza il divario tra i costi energetici dell’Europa e quelli di altre grandi economie industriali. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, l’industria europea continua a sostenere prezzi dell’energia significativamente più elevati rispetto ai concorrenti statunitensi.
Questo divario è particolarmente evidente nei settori ad alta intensità energetica. La produzione di acciaio, fertilizzanti, chimica di base e alluminio dipende da grandi quantità di energia e reagisce in modo sensibile alle variazioni dei prezzi energetici. In queste industrie anche variazioni relativamente contenute del costo dell’energia possono modificare l’equilibrio economico delle produzioni.
Negli ultimi anni alcune imprese europee hanno già ridotto la capacità produttiva o sospeso temporaneamente alcune linee industriali. In particolare, la chimica di base e la siderurgia hanno registrato segnali di rallentamento in diversi paesi europei. La riduzione della produzione in questi settori ha effetti che si propagano lungo l’intera catena industriale. Acciaio, chimica e fertilizzanti costituiscono infatti l’infrastruttura materiale di numerose filiere manifatturiere, dall’automotive alla costruzione di macchinari industriali. Una contrazione strutturale della capacità produttiva in questi comparti può incidere in modo significativo sulla resilienza industriale del continente.
È proprio per affrontare il rischio di delocalizzazione industriale che l’Unione europea ha introdotto strumenti come il Cbam. L’obiettivo è impedire che le imprese trasferiscano la produzione verso paesi con regolazioni ambientali meno stringenti per evitare il costo del carbonio.
Il confronto europeo sulla competitività industriale
La discussione sul futuro dell’Ets si inserisce in un confronto più ampio tra gli Stati membri sul tema della competitività industriale europea. Il formato dei “Friends of Industry”, nel quale è stata avanzata la proposta italiana, riunisce diversi paesi con una forte tradizione manifatturiera, tra cui Francia, Germania, Spagna, Polonia e Repubblica Ceca.
Questi incontri informali sono diventati negli ultimi anni uno spazio di coordinamento politico tra governi che condividono preoccupazioni simili sulla tenuta del sistema industriale europeo. Il confronto riguarda non soltanto la politica climatica ma anche il ruolo dell’industria nel nuovo contesto geopolitico ed economico globale.
Negli Stati Uniti l’Inflation Reduction Act ha introdotto un sistema esteso di incentivi pubblici per le tecnologie energetiche pulite e per la produzione industriale a basse emissioni. Il programma ha attratto l’attenzione di numerose imprese europee, che osservano con interesse le opportunità offerte dal mercato americano.
In Europa la risposta si è articolata attraverso diverse iniziative, tra cui il Green Deal Industrial Plan e il Net-Zero Industry Act. Questi strumenti puntano a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie legate alla transizione energetica, come batterie, idrogeno e componenti per le energie rinnovabili.
Nel dibattito politico europeo emerge tuttavia una questione più ampia: la necessità di mantenere un equilibrio tra obiettivi climatici e competitività industriale. Nella posizione sostenuta dall’Italia, strumenti come Ets e Cbam devono essere calibrati in modo da accompagnare la decarbonizzazione dell’economia senza comprimere la capacità produttiva del continente.
Il confronto tra governi nazionali e Commissione europea continuerà nei prossimi mesi. Bruxelles ha già annunciato una revisione del sistema Ets e la presentazione di nuove proposte nel quadro dell’agenda energetica e industriale dell’Unione. Nel frattempo, il prezzo del carbonio resta uno dei fattori più osservati dalle imprese europee impegnate nella transizione energetica.