Le navi bloccate nello Stretto di Hormuz potrebbero causare una bioinvasione di “specie aliene” in tutto il mondo. A lanciare l’allarme è Mario Tamburri, professore all’University of Maryland Center for Environmental Science, che insieme a un team internazionale di biologi marini ha descritto la situazione come un potenziale evento definito “super diffusione biologica” senza precedenti. Dal 28 febbraio 2026, a causa dello scoppio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, oltre 1.500 imbarcazioni commerciali, tra cui gigantesche petroliere e navi portacontainer, sono rimaste intrappolate nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman, trasformando una crisi geopolitica in una bomba a orologeria ecologica che minaccia di esplodere non appena il commercio riprenderà.
La meccanica del contagio
Come avverrà questa invasione? In condizioni normali, una nave cargo è un bersaglio difficile per la colonizzazione marina perché sosta in porto mediamente solo uno o tre giorni, un tempo troppo breve per permettere agli organismi di insediarsi stabilmente. I ricercatori, nello studio pubblicato su Biological Invasions, spiegano che l’accumulo di biofouling (microbi, alghe e invertebrati che crescono sulle superfici sommerse) segue una curva sigmoidale: dopo circa 10 giorni di stasi, la crescita diventa aggressiva ed esponenziale.
Le navi attualmente ferme a Hormuz hanno superato questo limite di stasi di almeno 40 volte rispetto alla media, rendendo del tutto inefficaci le vernici antivegetative. Questi rivestimenti chimici, infatti, sono progettati per funzionare in modo dinamico grazie al movimento dell’acqua; quando la nave è immobile, la protezione svanisce, lasciando campo libero a una giungla biologica composta da denti di cane, cozze e altre specie invasive che possono viaggiare come “autostoppisti” verso ogni angolo del globo.
Super invasori nel Golfo Persico
Ciò che preoccupa maggiormente gli scienziati non è solo la quantità di organismi, ma la loro straordinaria resilienza. Il Golfo Persico è una sorta di “palestra estrema” evolutiva: è un mare semichiuso con temperature superficiali che in estate toccano i 38 gradi e una salinità elevatissima. Le specie che riescono a prosperare in questo ambiente sono estremamente resistenti allo stress e, secondo Tamburri, hanno una probabilità molto più alta di sopravvivere ai lunghi viaggi oceanici e di stabilirsi con successo nei porti di destinazione.
Questi “super invasori” possono sopprimere le specie native, alterare in modo permanente le catene alimentari locali e persino trasportare parassiti e patogeni capaci di scatenare epidemie nelle specie ittiche commerciali. Si tratta di una minaccia che non riguarda solo la biodiversità, ma anche la sicurezza alimentare e l’economia, con costi potenziali di miliardi di euro per la gestione delle specie introdotte e i danni alle infrastrutture, come le centrali elettriche i cui sistemi di raffreddamento potrebbero essere ostruiti.
La mappa del contagio: i porti “a rischio”
La stasi prolungata durante la primavera e l’estate del 2026 ha creato condizioni riproduttive ideali. Per fare un esempio concreto, un singolo esemplare di dente di cane (Amphibalanus improvisus) può rilasciare fino a 36 larve al giorno a 30 °C. Moltiplicando questo dato per i milioni di organismi presenti su una singola petroliera, ogni nave ferma diventa un epicentro che rilascia nuvole di propaguli nelle acque del Golfo e, una volta ripartita, le disperderà lungo tutte le rotte internazionali.
La mappa del rischio disegnata dai ricercatori identifica i nodi critici della rete marittima mondiale che presentano condizioni ambientali simili al Golfo: “Il rischio di biosicurezza più elevato si concentrerà nei primi porti di scalo, tra cui i porti di Jeddah (Arabia Saudita), Mumbai (India), Colombo (Sri Lanka), Singapore – avvisano i ricercatori -. Ma anche a ovest dello Stretto di Hormuz, in porti come Alessandria (Egitto), Pireo (Grecia), Algeciras (Spagna) e Rotterdam (Paesi Bassi)”. Questi hub logistici rischiano di ricevere un carico di specie aliene senza precedenti storici, un vero e proprio “contagio” ecologico facilitato dalla massiccia connettività del trasporto marittimo.
Prevenzione e quarantena marittima: le soluzioni urgenti
Il rapporto esorta la comunità internazionale a non ignorare le conseguenze ambientali del conflitto. Tamburri paragona la gestione di questa crisi a quella di una pandemia come il Covid: la chiave è la rilevazione precoce e la prevenzione prima che la diffusione diventi incontrollabile. La raccomandazione principale è la pulizia in acqua delle navi prima della partenza, a patto che i detriti vengano raccolti e smaltiti correttamente per evitare contaminazioni chimiche e biologiche locali.
Tuttavia, gli esperti riconoscono che la capacità di pulizia regionale potrebbe non essere sufficiente per gestire l’improvviso blocco di 1.500 navi. Per questo motivo, è fondamentale che i porti di tutto il mondo attivino reti di monitoraggio rapido (come piastre di insediamento e strumenti molecolari) e piani di risposta immediata. “La sicurezza umana rimane la priorità”, conclude Tamburri, intervistato dal Guardian, “ma non possiamo permettere che habitat preziosi come le barriere coralline e le praterie marine subiscano danni irreversibili a causa di questa silenziosa invasione”.
