Gli assorbenti e i tamponi mestruali contengono agenti chimici pericolosi per l’ambiente e per la salute delle donne, che in una vita possono usarne dai 8.000 ai 15.000. L’Ong francese Règles élémentaires ha pubblicato “un atto d’accusa” nei confronti delle ditte produttrici e della politica, rea di aver generato un pericoloso vuoto normativo. In Francia, scrive l’Ong nel suo rapporto, si usano 4 miliardi di protezioni mestruali ogni anno, e nessuna di esse deve rispettare limiti legali sulla concentrazione di pesticidi, metalli pesanti o sostanze cancerogene presenti nella sua composizione.
Un assorbente è oggi meno regolamentato di un mascara o di un cerotto, nonostante il suo utilizzo sia più frequente, necessario e intimo.
Il rapporto, realizzato insieme al quotidiano belga Le Soir, sintetizza vent’anni di pubblicazioni scientifiche internazionali e include interviste con europarlamentari, produttori, ricercatori e organizzazioni della società civile. La conclusione dell’Organizzazione è che le evidenze disponibili sono più che sufficienti per giustificare un intervento urgente dell’Unione europea, eppure le istituzioni restano ferme. “Gli assorbenti non sono un prodotto qualsiasi e continuare a trattarli come tali non è più sostenibile”, scrive l’Ong Règles élémentaires.
Il cocktail chimico
Pan Uk ha trovato tracce di glifosato, classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come “probabile cancerogeno” — nei tamponi interni di marchi noti come Tampax, Lil Lets, Superdrug e Boots, con concentrazioni superiori fino a 40 volte ai limiti stabiliti per l’acqua potabile. Insieme al glifosato, viene rilevato il suo metabolita Ampa (acido aminometilfosfosfonico). Si tratta di contaminanti che sopravvivono ai processi di lavorazione industriale del cotone grezzo, una pianta che copre il 2,5% della superficie agricola mondiale ma assorbe il 16% dei pesticidi impiegati in agricoltura, generando un forte impatto ambientale.
Metalli pesanti, anche nel bio
Uno studio del 2024 pubblicato su Environment International ha testato 30 tamponi, di marchi biologici e convenzionali, analizzando la presenza di 16 metalli. In tutti i campioni analizzati sono stati trovati arsenico, cadmio e mercurio e il piombo, un neurotossico per cui l’Organizzazione mondiale della sanità non ha identificato alcuna soglia di esposizione sicura. L’arsenico inorganico è cancerogeno di Gruppo 1 secondo la Iarc. Che questi residui compaiano anche nei prodotti certificati biologici dimostra che la contaminazione avviene anche lungo la filiera, non solo nel campo.
Diossine, ftalati e Pfas
I processi di sbiancamento al cloro utilizzati su questi dispositivi igienico-sanitari producono diossine e furani, sostanze Cmr (cancerogene, mutagene, tossiche per la riproduzione), già segnalati dall’Anses nel 2019 in un’indagine su larga scala su tamponi e assorbenti.
Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Idaea-Csic di Barcellona ha analizzato 41 prodotti mestruali monouso e riutilizzabili, trovando additivi plastici derivati dalla petrolchimica in tutti i campioni testati, pubblicando i risultati su Environmental Science and Technology. Nelle mutande mestruali, scelte come alternativa ecologica per ridurre l’utilizzo degli assorbenti, sono stati rilevati Pfas, i cosiddetti inquinanti eterni, che non si degradano in natura e agiscono come distruttori endocrini.
Un’eredità di plastica
Un assorbente monouso tradizionale equivale a circa 4-5 buste di plastica e impiega circa 500 anni per degradarsi. Non a caso, le protezioni igieniche sono oggi la quinta categoria di rifiuti plastici più comune sulle spiagge europee, secondo i dati della Commissione europea. Chiaramente, le microplastiche che si disperdono durante la degradazione entrano nella catena alimentare marina e risalgono fino alla tavola, come abbiamo già visto più volte qui su Prometeo 360.
Inquinamento invisibile: microplastiche trovate anche nel cervello umano
C’è poi il paradosso del marketing. Un prodotto venduto come “100% cotone bio” può in realtà contenere plastica nel velo protettivo superiore, lo strato a contatto diretto con la pelle, o nella cordicella del tampone. La certificazione biologica riguarda infatti la coltivazione del cotone, non la composizione totale del prodotto finito. Una distinzione che la maggior parte delle consumatrici ignora al momento dell’acquisto.
La vulnerabilità delle mucose e le conseguenze sulla salute delle donne
Nel mirino del rapporto ci sono le conseguenze sia sull’ambiente che sulla salute delle donne. Infatti, mentre la pelle agisce da barriera, la mucosa vulvare e vaginale, progettata per assorbire, ha una permeabilità chimica significativamente superiore a quella dell’epidermide. L’Anses ha riconosciuto esplicitamente questo punto: i limiti di sicurezza esistenti si riferiscono all’uso cutaneo, non all’esposizione delle mucose, per cui non esistono soglie adatte.
Il rapporto di Règles élémentaires sottolinea che il problema non è la dose singola, ma l’esposizione cronica all’”effetto cocktail”: l’interazione tra più composti chimici può produrre effetti additivi o sinergici che i sistemi di valutazione del rischio, abituati a esaminare le sostanze una per volta, non riescono a misurare.
Le conseguenze potenziali documentate riguardano il sistema endocrino, quello riproduttivo e quello immunitario. Alcuni studi citati nel rapporto associano l’esposizione a sostanze irritanti a dermatiti croniche e prurito vulvare cronico, causati dall’alterazione della barriera epiteliale.
Un rischio specifico riguarda le nanoparticelle d’argento incorporate in alcuni tessuti intimi per le proprietà antibatteriche. A contatto con la mucosa vaginale, queste sostanze alterano il microbioma vaginale aprendo la porta a infezioni ricorrenti.
Il decreto francese del 2023
La Francia ha introdotto nel 2023 un obbligo di trasparenza sulla composizione delle protezioni mestruali. Nonostante si tratti del primo provvedimento europeo in tal senso, Règles élémentaires lo ha definito pubblicamente un “passo indietro”, per due ragioni precise.
La prima: il decreto impone di dichiarare solo gli ingredienti aggiunti intenzionalmente dai produttori, profumi, antimicrobici, coloranti. Quindi, i residui di pesticidi nel cotone, le diossine prodotte dallo sbiancamento, i contaminanti derivati dalla lavorazione restano fuori dall’obbligo. In pratica, denuncia l’Ong, il decreto tiene fuori proprio le sostanze più pericolose, perché non controllate.
La seconda criticità: le informazioni vengono riportate sul foglietto illustrativo interno alla confezione, non sull’etichetta esterna, e in questo modo le consumatrici non possono leggere la composizione prima di acquistare il prodotto. La scelta consapevole è impedita strutturalmente.
Il Parlamento francese ha risposto con una proposta di risoluzione, depositata a luglio 2025, per istituire una commissione d’inchiesta che analizzi i rischi per la salute legati alla composizione delle protezioni mestruali, valuti le azioni dei poteri pubblici e identifichi le strategie di lobbying dell’industria nonché il loro impatto sulle decisioni politiche.
Cosa chiede Règles élémentaires all’Ue
Sulla base di quanto emerso, Règles élémentaires all’Ue non chiede un ritocco ma un cambio di paradigma basato su azioni specifiche:
- estendere il regolamento Reach alle protezioni mestruali, con valutazione tossicologica dell’intera filiera produttiva;
- introdurre standard Iso specifici che fissino limiti di contaminazione per pesticidi, metalli, diossine e Pfas;
- rendere obbligatoria l’etichettatura completa sulla confezione, non sul foglietto interno.
- Considerare l’”effetto cocktail” nei protocolli di valutazione del rischio, abbandonando l’approccio sostanza per sostanza che oggi rende invisibile il problema reale.
Nel frattempo, da settembre 2026 la Francia inizierà a rimborsare le protezioni riutilizzabili, coppette mestruali e mutande assorbenti certificate prive di Pfas, per le minorenni.