Paul Neeraj aveva 36 anni, era indiano e con ogni probabilità lavorava in una delle tante aziende zootecniche o agroalimentari della Piana del Sele, in Campania. È morto il 24 aprile 2026 all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, dopo due settimane di ricovero in condizioni critiche.
L’uomo era stato abbandonato, privo di documenti, al pronto soccorso da ignoti nella notte tra il 10 e l’11 aprile. Era incosciente e con entrambe le gambe annerite da una cancrena avanzata. Prima della sua morte, non ha mai ripreso piena conoscenza ma il motivo per cui non ha indicato chi fosse il suo datore di lavoro potrebbe essere un altro. Secondo le ricostruzioni locali, Paul Neeraj avrebbe evitato di rivelare chi fossero i suoi capi per evitare ritorsioni sui familiari, che sarebbero ancora impiegati nella stessa azienda.
Gli inquirenti stanno indagando su quello che potrebbe essere l’ennesimo caso di caporalato del Sud Italia nel settore dell’agricoltura. La salma è sotto sequestro giudiziario: il medico legale ha disposto esami tossicologici per ricostruire la causa e le circostanze del decesso.
Fino all’esito di quegli esami, alcune delle informazioni che circolano sul caso restano ipotesi, ma compatibili con il quadro clinico descritto dai medici.
Lesioni “compatibili” con l’uso di sostanze tossiche
I medici del Ruggi lo hanno preso in carico nel reparto malattie infettive e hanno tentato la terapia iperbarica per salvare gli arti inferiori, che però erano già compromessi. Le ustioni raggiungevano i muscoli e l’infezione si è estesa progressivamente al fegato e agli organi interni, provocando la fatale setticemia.
Per il personale dell’ospedale, le lesioni sul corpo dell’operaio indiano erano compatibili con l’esposizione diretta e prolungata a sostanze tossiche o chimiche aggressive “largamente usate in agroalimentare”. In assenza degli obbligatori dispositivi di sicurezza, questi prodotti provocano danni coerenti con quelli subiti da Neeraj, inclusi possibili segni ai polmoni che potrebbero derivare dall’inalazione di questi veleni. La parola “compatibile” è la stessa che usano i medici: non è ancora una diagnosi definitiva, lo sarà solo dopo l’esame tossicologico.
Intanto, la procura ha aperto le indagini. L’inchiesta si concentra sulla Piana del Sele e sulle aree limitrofe, con accertamenti su aziende zootecniche e agroalimentari della zona.
Le ricostruzioni circolate nelle ore successive alla morte di Neeraj indicano che l’uomo lavorasse in nero, reclutato tramite caporalato, e che il timore di ritorsioni sui familiari ancora impiegati nella stessa area lo avrebbe impedito di denunciare anche nei momenti di coscienza parziale. Si tratta di ricostruzioni plausibili nel contesto, ma non ancora confermate dalle indagini.
Il caporalato in numeri: un sistema in espansione
Mentre la morte di Paul Neeraj è ancora oggetto d’indagine, la diffusione del caporalato nella zona è ampiamente confermata.
Il VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e caporalato, pubblicato a marzo 2026 da Flai Cgil e dall’Osservatorio Placido Rizzotto, ha registrato nel 2024 un totale di 1.249 vicende di sfruttamento, con un aumento del 50% rispetto alle 834 del rapporto precedente. Di queste, 589 casi (il 38%) riguardano il settore agricolo, con 415 nuove inchieste aperte. L’incremento, spiegano gli autori del Rapporto, dipende in parte dall’aumento delle procure coinvolte: 81 nel 2024, contro 16 iniziali.
Il VII Rapporto Agromafie e Caporalato dello stesso Osservatorio stima in almeno 200.000 i lavoratori irregolari nell’agroalimentare italiano e in circa 430.000 le persone colpite complessivamente da fenomeni di caporalato, italiani e stranieri in proporzioni analoghe, registrando tra 30.000 e 50.000 casi di sfruttamento grave.
La Flai Cgil Basilicata ha collegato pubblicamente la morte di Paul Neeraj al sistema di caporalato diffuso nelle aree agricole del Sud, citando come zone a rischio il Metapontino e il Vulture-Melfese, e ha chiesto controlli straordinari. Nella Piana del Sele, l’area in cui Neeraj avrebbe lavorato secondo le prime ricostruzioni, il sindacato denuncia un “fallimento strutturale della sicurezza sul lavoro” e il silenzio sistematico dei lavoratori, tenuti in scacco dal timore di perdere l’unica fonte di reddito disponibile.
“Una spia dello sfruttamento dei fragili”
Giovanni Melillo, Procuratore nazionale antimafia, ha definito il caso di Paul Neeraj “una vera spia dello sfruttamento dei fragili”. La memoria va al precedente di Satnam Singh, il bracciante indiano abbandonato con il braccio amputato e in fin di vita nel 2024 dopo un incidente sul lavoro in provincia di Latina, diventato un caso nazionale.
Seppure restino casi distinti, con dinamiche e responsabilità ancora da accertare per ciascuno, parallelismi tra i due casi sono evidenti: entrambi lavoratori indiani, entrambi in nero, entrambi abbandonati senza ricevere alcun soccorso.
Perché il caporalato non viene denunciato
Chi viene assunto con il metodo mafioso del caporalato resta in silenzio, ma non per una scelta libera. Le denunce rimangono rare perché il lavoratore sa che denunciare significa perdere immediatamente il reddito per sé e spesso per i familiari che lavorano nello stesso contesto.
È un meccanismo di controllo che il VI Rapporto Flai Cgil definisce come elemento strutturale del sistema, non come eccezione.
Paul Neeraj, nelle due settimane in cui è rimasto in ospedale, non ha mai nominato un datore di lavoro. Potrebbe non aver potuto farlo per le condizioni fisiche. Potrebbe non aver voluto. Di certo, non lo sapremo mai.

