L’Himalaya si sta sciogliendo, i ricercatori: “L’India rischia il Peak Water entro metà secolo”

I ghiacciai himalayani stanno perdendo massa a un ritmo del 65% più rapido rispetto a dieci anni fa: cos’è il Peak Water e cosa c’entra il carbone nero
14 Settembre 2026
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Himalaya canva
Ghiacciai dell'Himalaya (Canva)

Le immagini della recente alluvione in Nepal sono ancora nitide nella nostra mente: un’onda di fango ha travolto parte del Paese al confine con il Tibet causando la morte di oltre 1400 persone e altrettanti dispersi. Dietro questo tragico evento c’è un protagonista: l’Himalaya, il cui scioglimento dei ghiacciai sta avvenendo a un ritmo del 65% più rapido rispetto a dieci anni fa.

A differenza di Antartide e Artico, il ghiacciaio indiano ha una particolarità: è vicino alla popolazione limitrofa e le prime conseguenze del suo scioglimento, avvertono i ricercatori, con l’alluvione in Nepal, sono appena iniziate. È questa la fotografia emersa dall’analisi condotta dal coordinamento scientifico guidato da Systemiq, società di consulenza globale focalizzata sulla trasformazione dei sistemi socioeconomici, sotto la direzione tecnica di Arushi Chopra e Jeremy Oppenheim. Al loro fianco ha operato l’Integrated Mountain Initiative (Imi), rete della società civile che porta le priorità della montagna nel dibattito politico nazionale indiano, insieme al G.B. Pant National Institute of Himalayan Environment (Nihe), il principale organo scientifico del Ministero dell’Ambiente e delle Foreste dell’India. Un contributo decisivo sugli aspetti idrologici e climatici è stato fornito dall’International Centre for Integrated Mountain Development (Icimod), con il sostegno finanziario della Rockefeller Foundation.

Per i ricercatori, entro la metà del secolo, l’India rischia così il fenomeno Peak Water: ma andiamo con ordine.

Himalaya a rischio: frane e alluvioni, le prime conseguenze

A differenza dell’Artico e dell’Antartide, la zona vicina l’Himalya, dicevamo, è popolata. Lo scioglimento dei suoi ghiacciai, quindi, può provocare danni irreparabili. Lo abbiamo visto nelle scorse settimane, quando il crollo improvviso di una massa glaciale si è trasformato in meno di due ore in una colata di fango e in un’alluvione lampo a valle. E proprio sulla scia di questa catastrofe che a ottobre del 2026, in occasione del summit per lo sviluppo montano sostenibile a Srinagar, sarà presentata la versione integrale dello studio intitolato “Prosperous and Resilient Himalayas: Securing India and South Asia’s Natural Infrastructure for Future Generations”, la cui prima sintesi lancia un appello proprio in questi giorni.

I numeri dello scioglimento e il vuoto sul monitoraggio

I dati emersi dallo studio hanno delineato una fragilità ecologica senza precedenti. Negli ultimi dieci anni, la massa dei ghiacciai himalayani si è ridotta con una velocità superiore del 65% rispetto al decennio precedente. E questa, per i ricercatori, sarebbe solo una piccolissima punta di un iceberg: la regione, infatti, soffre di un drammatico deficit informativo. Perché sui circa 40.000 ghiacciai presenti nell’area Himalaya-Karakoram, appena 21 (pari a circa lo 0,1%) sono sottoposti a un monitoraggio sistematico sul campo.

Questo vuoto d’osservazione aumenta l’imprevedibilità dei rischi idrologici. Basti pensare che il Governo indiano ha confermato in Parlamento di tenere sotto controllo ben 2.485 laghi glaciali, 56 dei quali classificati a “rischio molto alto” di esondazione.

Il parere degli esperti

Di fronte a questi numeri, i responsabili e i consulenti dello studio hanno lanciato un allarme convergente ai microfoni della Bbc. Arushi Chopra, autrice principale e senior director di Systemiq, ha chiarito che l’Himalaya si trova vicino a un punto di non ritorno, mettendo a rischio milioni di vite e di attività umane a causa del ritmo senza precedenti con cui i ghiacciai arretrano e formano bacini d’acqua instabili.

A questa riflessione si aggiunge la prospettiva economica di Lord Nicholas Stern, professore alla London School of Economics, il quale ha ricordato che l’Himalaya rappresenta il “Terzo Polo” della Terra ma, a differenza dell’Artico o dell’Antartide, è abitato direttamente da centinaia di milioni di persone. Stern ha definito la catena montuosa una vera e propria infrastruttura naturale nazionale e internazionale il cui equilibrio ecologico si sta pericolosamente incrinando.

Sul fronte della cooperazione transfrontaliera, il dotto Pema Gyamtsho, direttore generale dell’Icimod ha sottolineato come l’instabilità dei versanti e il ritiro dei ghiacci generino pericoli a cascata che ignorano i confini politici, rendendo indispensabili sistemi di allerta precoce condivisi tra più nazioni. Infine, il dotto Indra D. Bhatt, direttore del Niche, ha evidenziato come la protezione di questi ecosistemi attraverso la scienza e il coinvolgimento delle comunità locali costituisca il pilastro primario per garantire la sicurezza idrica e climatica dell’India.

L’impatto economico sull’India e il rischio Peak Water

L’elemento più innovativo dello studio risiede nella quantificazione dell’impatto sul sistema economico indiano. I corsi d’acqua alimentati dalle vette himalayane sostengono direttamente o indirettamente oltre il 20% del Pil dell’India, fornendo la risorsa idrica essenziale per le coltivazioni di grano e riso della Pianura Indo-Gangetica, le piantagioni di tè in Assam e Bengala, l’energia idroelettrica e le economie legate ai pellegrinaggi. Pur costituendo il 18% del territorio nazionale e subendo il 35% dei disastri naturalistici, gli stati himalayani catturano appena il 5% di questo Pil, mentre il restante 15% fluisce nelle regioni a valle.

I ricercatori avvertono inoltre che la regione si sta avvicinando al fenomeno del “Peak Water” entro metà secolo: una fase in cui la portata dei fiumi aumenterà temporaneamente per lo scioglimento impetuoso, per poi crollare drasticamente a causa della riduzione delle riserve glaciali, che entro il 2100 potrebbero perdere fino all’80% del loro volume complessivo. Un fattore d’azione immediata riguarda tuttavia la fuliggine o carbone nero: un terzo dello scioglimento è provocato dai depositi di fuliggine generati nell’Asia meridionale, in gran parte dalle fornaci da mattoni delle pianure. Ridurre queste emissioni locali rappresenta, secondo i ricercatori, una leva strategica d’intervento immediato a disposizione dei governi della regione.

I limiti e le cautele metodologiche

Gli stessi ricercatori hanno messo in luce alcune importanti cautele scientifiche e metodologiche. Il report propone una roadmap di 10 programmi di transizione prioritaria, organizzati tra interventi sulla natura (come la rigenerazione delle sorgenti e l’abbattimento della fuliggine), la resilienza ai disastri (sistemi d’allerta precoce ed edilizia adatta alla montagna) e la crescita sostenibile (turismo rigenerativo e valorizzazione dei prodotti locali). Tuttavia, gli autori precisano che il ritorno economico e sociale stimato in otto volte l’investimento per questo pacchetto rappresenta un’analisi di orientamento preliminare, che necessita di verifiche e valutazioni di rischio locali prima dell’effettiva allocazione dei capitali.

Inoltre, la cifra del 21,5% del Pil indiano misura esclusivamente la dipendenza economica tracciabile dall’acqua idrologica lungo le filiere fisiche e commerciali, senza pretendere di calcolare il valore totale dei servizi ecosistemici o modellare i danni climatici futuri. Infine, pesano la cronica assenza di rilevamenti diretti sul campo per il 99,9% dei ghiacciai e i costi per la realizzazione di infrastrutture e servizi in montagna – da 2,5 a 5 volte superiori rispetto alle pianure -, fattori che restringono notevolmente la capacità fiscale e finanziaria degli stati himalayani.

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