Smart working cancellato, un lavoratore su due passa il badge e sparisce

Il 72% degli intervistati è convinto che il ritorno forzato in ufficio serva a indurre le dimissioni
5 Agosto 2026
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ritorno forzato in ufficio
Lavoratore sotto stress in ufficio (Canva)

Il ritorno forzato in ufficio sta rompendo il patto di fiducia tra aziende e lavoratori con gravi conseguenze su produttività e dimissioni.

Lo rileva un sondaggio condotto da Enhancv su 1.000 lavoratori americani a tempo pieno, tutti colpiti da politiche di rientro dallo smart working nuove inasprite negli ultimi dodici mesi. Enhancv è una piattaforma che aiuta a creare e migliorare cv e lettere di presentazione sfruttando l’Ai.

Tra gli intervistati, solo il 59% crede che le motivazioni date dai capi per giustificare il ritorno in ufficio (Rto, return to office) siano veritiere. Il 72% è convinto che l’obbligo di presenza serva a spingere le persone a dimettersi spontaneamente, senza che l’azienda subisca danni economici e reputazionali. Questo fenomeno, noto come “quiet purging” è sempre più indagato negli Usa e potrebbe aver raggiunto anche l’Italia (ne parliamo qui).

Nonostante stia venendo alla luce solo negli ultimi mesi, quella delle “dimissioni silenziose” non è una nuova strategia.

I manager che sperano nelle dimissioni volontarie

Già nel 2024, un sondaggio BambooHR indicava che il 25% dei manager e il 20% dei responsabili Hr statunitensi sperava apertamente che il ritorno obbligatorio in ufficio producesse dimissioni volontarie. Secondo il Pew Research Center, il 46% dei lavoratori statunitensi con un impiego adatto al lavoro da remoto probabilmente lascerebbe il posto se il datore eliminasse lo smart working. Uno su quattro (il 26%) dichiara che sarebbe “altamente improbabile” restare in quell’azienda senza il lavoro agile.

Questa dinamica è particolarmente forte in Italia, dove i giovani, che devono fare i conti con gli stipendi al palo da trent’anni, danno sempre più importanza al cosiddetto “stipendio emotivo“.

Passo il badge, ma faccio altro

Enhancv spiega che l’Rto, anziché favorire la collaborazione, ha dato origine alla “Great Compliance”, un fenomeno in cui i lavoratori si presentano in ufficio solo per passare il badge, ma poi si disconnettono mentalmente dal lavoro.

In particolare:

  • il 46% ammette il coffee-badging: si timbra l’ingresso, ci si palesa per qualche minuto e si va via;
  • il 36% ha inviato candidature per un altro lavoro direttamente dalla scrivania dell’ufficio;
  • un altro 36% ha avviato un secondo lavoro dopo l’annuncio del rientro, in vista delle dimissioni;
  • il 32% riduce volontariamente la produttività quotidiana;

Un’analisi dell’Università di Pittsburgh ha confermato la rilevazione di Enhancv secondo cui gli obblighi di rientro abbassano la soddisfazione dei dipendenti senza migliorare le performance dell’azienda.

Poco più di un intervistato su 4 (il 27,8%) è riuscito a negoziare eccezioni personali alle regole di presenza. Se da una parte questi accordi individuali giocano a favore dei lavoratori, dall’altro aumentano il senso di iniquità tra colleghi.

La frattura generazionale

Il sondaggio evidenzia una frattura generazionale. La Generazione Z e i Millennial più giovani si collocano circa 20 punti sotto rispetto ai Boomer nella fiducia verso il management e sono più propensi a credere che il ritorno forzato in ufficio sia un modo subdolo per indurre le dimissioni.

“Imponendo una presenza fisica che questa generazione percepisce come una mera formalità, le aziende potrebbero risolvere un problema immobiliare a breve termine, creando al contempo una crisi di fidelizzazione a lungo termine proprio tra i talenti che affermano di voler sviluppare”, scrivono gli autori dell’indagine.

Secondo quanto emerso, chi si sente controllato ottimizza il comportamento, non i risultati.

“L’idea che dobbiamo essere presenti è assurda. Molti vengono solo per socializzare e poi tornano a casa. Qui non si lavora di più che a casa”, dicono i giovani.

I messaggi che i lavoratori vorrebbero scrivere ai propri capi

L’indagine Enhancv ha rilevato che la produttività è in calo, mentre lo stress e il risentimento verso l’azienda è in aumento. Quando è stato chiesto loro di scrivere un ipotetico messaggio anonimo al proprio Ceo, un intervistato ha descritto alla perfezione il sentimento prevalente:

“Mi chiedo cosa preferissero: gente in ufficio o produttività? Per un dipendente così affezionato, che lavora lì da 16 anni, è stato un vero e proprio schiaffo in faccia”.

Un altro messaggio rilasciato durante l’intervista: “Passare quasi quattro ore al giorno per andare al lavoro non è un buon modo di impiegare il mio tempo. Per tutto il periodo in cui ho lavorato da casa, ho lavorato dalle 10 alle 12 ore al giorno. Ora, a causa del tragitto, posso lavorare solo otto ore. Sono più stressato e so di essere meno produttivo”.

E ancora: “Questa politica ha silenziosamente rimodellato la mia visione del futuro qui. Quello che una volta era un luogo in cui credevo è diventato semplicemente un posto di lavoro… La lealtà non viene imposta, si guadagna con azioni che dimostrano che ci vedete come persone, non solo come ruoli”.

Raccomandazioni per le aziende che non vogliono perdere lavoratori qualificati

Una ricerca pubblicata su Nature indica che due giorni di lavoro da casa alla settimana riducono di un terzo il tasso di dimissioni. Il che non è un bene per le aziende che vogliono ridurre il personale senza licenziare, ma inducendo i lavoratori a rassegnare le dimissioni.

A pagare per primi il conto, quando la fiducia si rompe, sono i profili più qualificati, le donne e i quadri intermedi: proprio le figure che un’azienda fatica di più a sostituire.

Per questo Mark Ma, professore associato di amministrazione aziendale, e la dottoranda Yuye Ding, autori dell’indagine dell’Università di Pittsburgh, scrivono: “Invece di costringere tutti a tornare in ufficio, si dovrebbe permettere ai dipendenti più performanti che lavorano bene da casa di continuare a farlo. Questo andrebbe a vantaggio sia dei dipendenti che dell’azienda nel lungo termine, grazie alla maggiore fidelizzazione dei dipendenti più validi, che potrebbero trovare più facilmente un altro impiego”.

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