Il caldo estremo sta infiammando le città ma riguarda anche le campagne italiane. Il surriscaldamento provoca più evaporazione dal suolo, più domanda d’acqua per le colture, più stress termico nelle ore centrali della giornata e, in molti casi, un rischio di calo produttivo. È in questo scenario che l’agrivoltaico si propone come possibile strumento di adattamento climatico, non solo come tecnologia per produrre energia rinnovabile su terreno agricolo.
Che cos’è l’agrivoltaico
Un sistema agrivoltaico integra produzione agricola e produzione fotovoltaica sulla stessa superficie, con pannelli elevati da terra, distanziati o dotati di sistemi di inseguimento solare (i cosiddetti tracker), progettati per lasciare passare i mezzi agricoli e garantire un livello di luce compatibile con la coltivazione o il pascolo sottostante.
È una distinzione tecnica e normativa netta rispetto al fotovoltaico a terra tradizionale, che occupa il suolo agricolo senza mantenere l’attività colturale. Stando alla definizione del Testo unico delle fonti rinnovabili si tratta di un impianto che preserva la continuità delle attività colturali e pastorali nel sito di installazione. Esiste poi una categoria più stringente, l’agrivoltaico “avanzato”, con requisiti tecnici e obblighi di monitoraggio più elevati, collegata agli incentivi del Pnrr.
I due meccanismi che generano la mitigazione climatica
Il funzionamento dell’agrivoltaico come strumento di mitigazione climatica si basa su due meccanismi fisici distinti, che riguardano:
- carico termico: i pannelli intercettano una quota della radiazione solare diretta nelle ore più calde della giornata, abbassando la temperatura della superficie del suolo e contribuendo a limitare fenomeni come la fotoinibizione — il rallentamento della fotosintesi causato da un eccesso di luce — e lo stress termico sulle foglie;
- conservazione dell’acqua: meno radiazione diretta e meno esposizione al vento sul terreno possono ridurre l’evapotraspirazione, cioè la somma dell’acqua che evapora dal suolo e di quella rilasciata dalle piante attraverso la traspirazione fogliare. Se questa riduzione avviene senza compromettere in modo eccessivo la fotosintesi e la crescita, la coltura può richiedere un apporto irriguo inferiore, migliorando l’efficienza d’uso della poca acqua disponibile nei periodi caldi e di siccità.
Le prove sul campo: risultati promettenti (ma non generalizzabili)
Le evidenze sperimentali disponibili confermano il meccanismo, ma segnalano anche i suoi limiti di trasferibilità. In Italia, una sperimentazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sui piccoli frutti, in particolare sul mirtillo, ha documentato un aumento dell’efficienza d’uso dell’acqua e una riduzione dei giorni di stress idrico per le piante coltivate sotto impianto, come descritto nel report della sperimentazione. Anche in questo caso, il risultato riguarda una configurazione impiantistica e una coltura specifiche.
Diverso, e istruttivo, è il caso delle patate studiato dall’Università di Firenze a Sesto Fiorentino. In un impianto sperimentale di un ettaro, la resa media agrivoltaica è risultata complessivamente inferiore rispetto a una situazione di luce piena; tuttavia, nelle fasce moderatamente ombreggiate sono emersi risultati migliori, generati da un ritardo della senescenza della pianta e da un minore stress idrico.
Il caso non dimostra che l’agrivoltaico aumenti sempre la resa della patata: mostra piuttosto che l’ombra genera effetti diseguali, che dipendono dalla posizione della pianta rispetto ai moduli.
Su scala più ampia, una ricerca del Politecnico di Milano stima che tra il 22% e il 35% delle superfici agricole non irrigue a livello globale potrebbe ospitare sistemi agrivoltaici senza perdite significative di produttività.
Non tutte le colture guadagnano dall’ombra
È fondamentale chiarire che non esiste “la coltura da agrivoltaico”.
La tolleranza all’ombreggiamento cambia in base alla specie, alla varietà, alla fase vegetativa della pianta, all’intensità dell’ombra progettata, alla latitudine, alla disponibilità di irrigazione e all’intensità delle ondate di calore in quel determinato territorio.
Alcune categorie di colture mostrano una compatibilità relativamente buona con un ombreggiamento moderato: i piccoli frutti come il mirtillo, alcune colture a foglia, diverse orticole e, in determinate configurazioni impiantistiche, la patata. Al contrario, i cereali e le colture molto dipendenti da un’elevata intensità luminosa possono subire un calo di resa se il disegno dell’impianto sottrae una quota eccessiva di radiazione.
Cosa prevede la legge italiana sull’agrivoltaico
Sul piano regolatorio, nel 2026 il governo italiano ha introdotto l’obbligo per i nuovi impianti di una dichiarazione asseverata che attesti la capacità di conservare almeno l’80% della produzione lorda vendibile agricola. La legge 4/2026, che ha convertito il decreto-legge 175/2025 e aggiornato il Testo unico Fer, dà ai Comuni il potere di verificare la persistente idoneità agro-pastorale del sito nei cinque anni successivi all’installazione dell’impianto.
Il quadro normativo prevede oggi limiti quantitativi: la superficie agricola utilizzata (Sau) qualificabile come idonea deve collocarsi tra lo 0,8% e il 3% della Sau regionale complessiva.
Per il sostegno pubblico agli impianti sperimentali, il riferimento è il decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica n. 436 del 22 dicembre 2023, che disciplina gli incentivi Pnrr per i sistemi agrivoltaici e punta a realizzare una potenza complessiva di almeno 1,04 GW, con una produzione indicativa non inferiore a 1.300 GWh annui. Il decreto originario fissava al 30 giugno 2026 il termine per l’entrata in esercizio degli impianti; un successivo decreto ministeriale (il Dm 149/2025), ha modificato questa condizione, stabilendo che la scadenza del 30 giugno 2026 riguardi il completamento dell’installazione dell’impianto, con un’ulteriore finestra di 18 mesi per l’effettiva entrata in esercizio ai fini dell’accesso agli incentivi.
Le Linee guida del Mase del 2022 completano il quadro tecnico, fissando requisiti minimi su altezza e configurazione dei moduli, continuità dell’attività agricola, monitoraggio della produzione elettrica e agricola, risparmio idrico e impatto microclimatico.
