Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021, ridimensiona le aspettative sul ritorno del nucleare in Italia, portando in audizione al Senato numeri che spostano il baricentro del dibattito. Ieri, di fronte alla commissione Ambiente, impegnata nell’esame del disegno di legge sul nucleare sostenibile, lo scienziato ha spiegato che questa tecnologia agisce su una fetta molto più ridotta del fabbisogno nazionale rispetto a quanto la discussione pubblica lasci intendere.
Il vincolo tecnico che pochi considerano
Il punto di partenza dell’analisi di Parisi è un dato strutturale spesso ignorato nel confronto politico: il nucleare produce esclusivamente energia elettrica.
Non genera calore per il riscaldamento domestico, non alimenta direttamente un motore a combustione, non sostituisce il gas nei processi industriali che richiedono temperature elevate.
Questo limite tecnico è tanto ovvio nella rilevazione quanto pesante nelle conseguenze: qualunque espansione della produzione nucleare può incidere solo sulla porzione di consumi già coperta dall’elettricità, lasciando intatta tutta la parte di fabbisogno soddisfatta da combustibili fossili.
“Il nucleare produce esclusivamente energia elettrica, quindi stiamo discutendo di una tecnologia che può incidere su poco più di un quinto del problema energetico nazionale”, ha dichiarato il fisico davanti alla commissione.
La fotografia dei consumi italiani
A sostegno della sua posizione, Parisi ha fornito il quadro dei consumi finali di energia in Italia nel 2024, pari a circa 109 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (tep), l’unità di misura che consente di confrontare fonti energetiche diverse su una base omogenea.
La ripartizione tra i settori racconta un Paese ancora fortemente dipendente dai combustibili:
- il 41% dei consumi va agli edifici, tra riscaldamento, raffrescamento ed elettrodomestici;
- il 35% ai trasporti, dominati dai carburanti per auto, mezzi pesanti, aerei e navi;
- il 21% all’industria, che utilizza energia sia elettrica sia termica per i propri processi produttivi.
Su questo totale, l’energia elettrica copre appena il 22% circa dei consumi finali. Il restante 78%, come ha sintetizzato Parisi, “usa combustibili”: gas, petrolio e derivati bruciati direttamente in caldaie, motori e impianti industriali, senza passare dalla rete elettrica.
Perché il tetto è strutturale
Se l’elettricità rappresenta circa un quinto dei consumi energetici complessivi, e il nucleare produce solo elettricità, anche considerando la più diffusa implementazione di questa tecnologia, il suo contributo massimo resta ancorato al 20%-22% del fabbisogno nazionale. Si tratta di un limite strutturale del sistema energetico attuale, non di un ostacolo temporaneo superabile con investimenti più aggressivi nel solo comparto elettrico.
Le implicazioni per la strategia energetica
Il messaggio di Parisi ha una ricaduta diretta sulle scelte di policy: qualsiasi strategia di decarbonizzazione o di sicurezza degli approvvigionamenti che punti in modo prevalente sul nucleare rischia di trascurare i quattro quinti del problema.
Per intervenire su trasporti, riscaldamento e industria pesante servono leve diverse, dall’elettrificazione dei consumi finali (pompe di calore, mobilità elettrica) alle tecnologie alternative per i processi industriali difficili da elettrificare.
Il nucleare può essere una componente del mix elettrico futuro, ma non un sostituto della trasformazione più ampia richiesta al sistema energetico nazionale nel suo complesso.
