È una notizia destinata a far discutere quella pubblicata dal Financial Times, secondo cui nel 2026 gli Stati Uniti dovrebbero superare la Cina negli investimenti destinati alla produzione di energia elettrica da fonti fossili. Secondo quanto riportato, la spesa americana per nuove centrali alimentate a gas o a carbone raggiungerà i 50 miliardi di dollari, oltre 3 miliardi in più rispetto a quella cinese. Si tratta di un’inversione di tendenza significativa. Solo nel 2010, infatti, gli investimenti americani nelle fonti fossili per generare energia elettrica erano inferiori a 20 miliardi di dollari, mentre la Cina sfiorava i 60 miliardi. Un divario che oggi sembra essersi ribaltato, segnando un cambio di scenario dopo oltre un decennio.
Alla base di questa dinamica c’è soprattutto la forte crescita della domanda di elettricità alimentata dall’espansione dei data center necessari a sostenere lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale. A incidere è però anche l’indirizzo della politica energetica dell’Amministrazione Trump che ha ridimensionato il sostegno alle fonti rinnovabili, privilegiando le fonti fossili e rallentando, di fatto, il percorso verso la decarbonizzazione. Di segno opposto appare, invece, la strategia della Cina. Pur rimanendo il principale consumatore di carbone, Pechino continua ad accelerare sul fronte delle rinnovabili. Nel solo 2025 il Paese ha installato una capacità record di 430 GW tra impianti eolici e fotovoltaici, confermando la propria leadership nella transizione energetica.
L’impennata dei flussi per alimentare i sistemi di IA
Il reportage del Financial Times riferisce che negli Stati Uniti, nei soli primi tre mesi del 2026, le richieste di energia elettrica da centrali alimentate a gas hanno raggiunto circa 20 GW di capacità. Un dato particolarmente significativo specie considerando che un solo grande data center per supportare i sistemi di intelligenza artificiale di ultima generazione può richiedere oltre 1 GW di potenza, una quantità simile al fabbisogno elettrico di una grande città. Dietro a questa impennata dei flussi di energia elettrica si trovano soprattutto i grandi hyperscalers come Amazon web service, Microsoft Azure, Google Cloud e Meta, che si stanno confrontando nella messa a punto dei sistemi di IA più all’avanguardia, che, appunto, richiedono notevoli consumi di energia elettrica.
Nel 2030 il 3% dell’elettricità mondiale per l’IA
Anche le Nazioni Unite hanno acceso i riflettori sul crescente fabbisogno energetico connesso allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Secondo le più recenti stime, entro il 2030 i data center dedicati all’IA arriveranno ad assorbire il 3% dell’intero consumo mondiale di energia elettrica, delineando uno scenario che pone nuove sfide sul fronte della sostenibilità. La crescita prevista sarà particolarmente rapida: la quota di energia destinata ai sistemi di intelligenza artificiale all’interno dei data center è destinata a raddoppiare nei prossimi anni, passando dall’attuale 20% al 40% del totale. A confermare la tendenza anche l’Agenzia Internazionale dell’energia, secondo cui il consumo elettrico globale dei data center aumenterà da 415 terawattora nel 2024 a 945 terawattora entro il 2030, con Stati Uniti e Cina responsabili di quasi l’80% di questa crescita. L’allarme dell’ONU non riguarda soltanto l’impennata dei consumi. Se la maggiore domanda di energia elettrica dovesse essere soddisfatta prevalentemente attraverso fonti fossili, il rischio sarebbe quello del significativo aumento delle emissioni di gas climalteranti con inevitabili ripercussioni sugli obiettivi globali di decarbonizzazione e sulla lotta ai cambiamenti climatici.
