3.400 morti al giorno. È questo il costo in termini di vite pagato dall’India per il caldo estremo, secondo uno studio dell’India Energy and Climate Center (Iecc), pubblicato su Frontiers in Environmental Health. Se l’ondata dura cinque giorni, l’impatto sale a quasi 30.000 decessi.
La ricerca è firmata da Piyush Narang e Ashok Gadgil, duericercatori dell’Iecc che, partendo dai registri di mortalità distrettuali e dalle proiezioni demografiche del 2024, hanno stimato quante persone muoiono nei giorni di caldo estremo rispetto al normale tasso di mortalità.
La forza dello studio sta anche nella scala: la mappa copre 765 distretti indiani e mostra che il peso maggiore ricade sui territori più poveri e più caldi, dove il rischio è più alto e la capacità di risposta più bassa.
Perché i numeri ufficiali non bastano
Nonostante si tratti di cifre enormi, il numero di decessi potrebbe essere sottostimato.
In molti casi, infatti, il caldo non appare come causa di morte nel certificato perché non la provoca direttamente: accelera un infarto, peggiora un ictus, manda in crisi un rene già fragile o spinge una persona disidratata oltre la soglia tollerabile, ma poi viene registrata solo la diagnosi finale.
D’altronde è praticamente impossibile conteggiare le morti indirettamente provocate dal caldo estremo.
Il ruolo del cambiamento climatico
Il cambiamento climatico sta rendendo le ondate di calore più frequenti, più lunghe e più intense. In pratica significa più giornate sopra soglia, meno notti fresche e meno tempo per recuperare tra un picco e l’altro.
In un Paese come l’India, questo si traduce in una pressione costante su ospedali, famiglie e infrastrutture urbane e rurali, considerando che il caldo non colpisce tutti allo stesso modo, ma si abbatte soprattutto su chi è già più esposto.
Povertà energetica e raffrescamento
Qui entra in gioco la povertà energetica del raffrescamento. Secondo le stime di Clasp, una Ong che opera per rendere combattere il cambiamento climatico e migliorare la vita delle persone, solo circa l’8% delle famiglie indiane possiede un condizionatore, con una presenza molto più alta nelle città e molto più bassa nelle aree rurali.
Per la stragrande maggioranza delle famiglie indiane, quindi, non basta restare in casa per evitare le ondate di calore: le abitazioni trattengono il calore, l’elettricità non è sempre stabile, acqua e cure non sono sempre a portata di mano.
Il lavoro all’aperto
A soffrire di più sono anche le persone che lavorano all’aperto in settori come l’agricoltura e l’edilizia. Ancora una volta la sostenibilità sociale ed economica si intreccia con quella ambientale: quando il reddito dipende dalla presenza fisica e dal lavoro in ore calde, fermarsi diventa quasi impossibile.
Così il caldo smette di essere un disagio e diventa un rischio diretto, che colpisce il corpo, la sopravvivenza economica e, troppo spesso, anche quella umana.
Le aree rurali, inoltre, sono anche quelle più lontane dagli ospedali, il che rende la situazione ancora più critica per chi le abita.
Le stime per il futuro
Lo studio avverte che l’aumento delle temperature e le ondate di caldo estremo rese più lunghe dal cambiamento climatico potrebbero far aumentare drasticamente il numero di decessi. In uno scenario ipotetico di cinque ondate di calore di cinque giorni ciascuna ogni estate, i decessi in eccesso annuali potrebbero raggiungere circa 150.000 a livello nazionale.
